Sei triste, te lo leggo in faccia!

di Angelo Maria Saliani

Le espressioni del viso sono davvero lo specchio dei nostri sentimenti?

Nella cultura occidentale è ben radicata l’idea che gli esseri umani siano universalmente predisposti a provare alcune emozioni di base e che a ciascuna di queste emozioni corrisponda un’inconfondibile espressione del viso. “Sei triste, te lo leggo in faccia!”, “Sei felice, si vede dalla faccia”, “Il tuo sguardo non mente, hai paura!”: sono solo alcuni esempi di come ogni giorno, interagendo con gli altri, usiamo questa teoria delle emozioni. Proviamo in modo rapido e automatico un sentimento, in modo altrettanto rapido e automatico lo esprimiamo con una tipica espressione del viso e chiunque, in qualunque parte del mondo, se invitato a guardarci in faccia e a dire cosa stiamo provando indovina istintivamente la nostra emozione. Questa teoria, da millenni presente nel pensiero occidentale, ha trovato una base scientifica negli anni ’70 del secolo scorso grazie agli studi di Paul Ekman, che nelle sue ricerche ormai classiche sembrò dimostrare che ogni emozione di base (gioia, sorpresa, disgusto, paura, tristezza e rabbia) è riconosciuta da soggetti di diverse parti del mondo e diverse culture come corrispondente a una tipica espressione facciale. Il disegno sperimentale era abbastanza semplice: ai soggetti venivano mostrate foto di espressioni del viso ed era poi chiesto loro di abbinarle a delle emozioni. Il riconoscimento delle emozioni attraverso tipiche espressioni facciali sembrò universale.

Nonostante la grande popolarità e una sua ampia applicazione (persino in importanti programmi governativi per il riconoscimento di potenziali terroristi), questa teoria non ha mai goduto di un pieno consenso scientifico. Alcuni studi recenti sfidano apertamente le tesi di Ekman. Carlos Crivelli ha condotto una ricerca su emozioni ed espressioni facciali in Papua Nuova Guinea. I soggetti cui veniva chiesto cosa vedessero nella foto di una faccia con occhi sgranati e bocca spalancata (tipica espressione di paura per la cultura occidentale) rispondevano di non riconoscere in essa un volto spaventato ma piuttosto un’intenzione malevola, di minaccia e aggressione. O quando veniva mostrata la foto di una faccia sorridente solo una piccola percentuale di soggetti rispondeva che esprimesse gioia. Circa la metà di loro interpretava quell’espressione in termini di azioni, come ad esempio ridere, piuttosto che di stati interni. Sulla base dei dati di questo studio è possibile contestare almeno due punti della teoria classica sulla espressione facciale delle emozioni: primo, forse non è vero che il riconoscimento delle emozioni attraverso le espressioni del viso è universale e dunque indipendente dalle differenze culturali; secondo, forse non è vero che le espressioni facciali riflettono le emozioni degli individui.

Ma se le espressioni del nostro viso non riflettono le nostre emozioni allora cosa segnalano? Una tesi intrigante è che le nostre facce servano a mostrare le nostre intenzioni e le nostre motivazioni sociali, i nostri scopi. La direzione, la piega che desideriamo dare all’interazione in corso.
Per approfondimenti:

Crivelli C. and Fridlund A. J., (2018), Facial Displays Are Tools for Social Influence, Trends in Cognitive Sciences, May 2018, Vol. 22, No. 5

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