S.O.S. cameretta: la vergogna

di Roberto Petrini

Uno spazio per pensare, per cercare di capire, ma anche per giudicare successi e insuccessi rispetto a un obiettivo

La vergogna è un’emozione spiacevole e intensa, da ridimensionare al più presto. Se ci vergogniamo, proviamo un forte stimolo a nasconderci, sentiamo anche forte rabbia e dolore, ci sentiamo inadeguati, indegni, incapaci. La vergogna sconvolge l’attività in corso e ci costringe a concentrarci su di noi.
Charles Darwin ha ripetutamente scritto che la vergogna dipende dalla sensibilità alle opinioni altrui, buone o cattive. Il non essere all’altezza di uno standard di condotta, di un modello, di una norma, genera questa emozione morale, dove ci si vede piccoli, impotenti, bloccati e feriti. Diveniamo consapevoli della nostra inadeguatezza e proviamo una sorta di disprezzo nei confronti della nostra immagine, la svalutiamo.
La vergogna viene spesso erroneamente confusa con la colpa. Se il messaggio è “attenzione, stai trasgredendo, devi rimediare!” si tratta indubbiamente di colpa perché nella vergogna il comando è molto più violento ed è un giudizio globale negativo che blocca o spinge a nascondersi o a fuggire.
Abbiamo modelli di riferimento e sistemi di valori che ci dicono quando trasgrediamo o se facciamo una determinata azione con successo. Ci sono persone che usano criteri troppo esigenti per giudicare sé stesse e altre che incolpano sempre gli altri per gli insuccessi e si prendono il merito dei successi.
Genitori con alte pretese crescono, a loro volta, figli che pretendono molto da sé stessi: quando non sono all’altezza, si sentono a disagio e se si considerano i responsabili del fallimento, provano vergogna. La vergogna è uno strumento efficace per far interiorizzare valori e modi di comportamento e di condotta, ma se indotta in modo eccessivo diviene motivo di disagio.
L’uso della mimica del disgusto-disprezzo per far sì che il bambino provi vergogna ha i suoi vantaggi (evita di alzare la voce e di fare scenate in pubblico, di usare punizioni corporali) come la minaccia del ritiro dell’amore paterno o materno, ma questi metodi generano attribuzioni globali negative, cioè l’ingrediente essenziale della vergogna.
Se questa emozione sgradevole è aggirata, negata, rimossa, eserciterà comunque la sua azione nociva intrapsichica poiché potremmo non capire quello che ci succede e utilizzare l’ideazione in modo eccessivo per prendere le distanze e cercare così di dissipare la spiacevole sensazione che proviamo. Nella vergogna riconosciuta avremmo l’inverso, cioè un’abbondante reazione emotiva e un’ideazione ridotta al minimo.
Nel caso dell’aggiramento della vergogna a una momentanea sensazione dolorosa segue un’ossessiva reiterazione della scena, dove cerchiamo di non concentrare l’attenzione su quello che sentiamo nel tentativo di ridurre il dolore e magari cerchiamo di porre l’attenzione su altro, su altre emozioni. Tali strategie di sostituzione emotiva hanno una funzione adattiva poiché ci proteggono dalla sofferenza, ma l’emozione continuerà a esistere e ci sentiremo confusi. Il modo migliore per fare i conti con questa emozione, come con le altre, è di accettarla, cioè farsene carico e poi lasciare che si dissolva col tempo. Alla fine finirà per affievolire e sarà sostituita da altre emozioni o pensieri.
Per approfondimenti:
Lewis M. (1992). “Il sé a nudo”. Giunti editore

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