Covid-19: è utile parlare di trauma?

 di Claudia Perdighe

Un evento nuovo e negativo non deve necessariamente produrre malessere psicologico

Stamattina un paziente con disturbo ossessivo mi ha detto: “Stavo bene da qualche giorno con i miei sintomi, poi ho letto un articolo in cui venivano descritti i rischi per la salute mentale dell’isolamento in casa. Da quel momento, ho avuto l’immagine del protagonista di Shining e mi sono visto impazzire e fare cose orribili ai miei famigliari”. Mi ha chiesto se davvero è cosi dannoso per la psiche stare in questa condizione.

Per me è stato uno spunto di riflessione sul tema. Nel confronto con i colleghi, che come me continuano a vedere pazienti in videochiamate, ho riscontrato alcune cose tutto sommato rassicuranti: la gran parte non sta peggio di prima dell’isolamento, al netto delle preoccupazioni per gli effetti sulla salute generale e sull’economia della pandemia.

Qualcuno sta meglio. Stanno meglio i pazienti che prima già stavano piuttosto male e che, nello stare a casa in modo forzato, hanno il beneficio di evitare le situazioni che normalmente sono più attivanti in senso psicologico (andare all’università, se questo è un fatto ansiogeno; prendere i mezzi pubblici, se si soffre di panico o agorafobia; non essere esposti a stimoli fuori casa che attivano le preoccupazioni ossessive). Stanno anche meglio i pazienti che, per i loro problemi, trascorrevano tanto tempo a casa e ora si sentono meno soli. Stanno meglio i pazienti che si sentivano molto “diversi” nella loro patologia e ora sentono di più la comunanza con il resto degli esseri umani, uniti dallo stesso nemico.

Nell’osservazione clinica condivisa con i colleghi, abbiamo anche notato che le prime settimane stavano peggio le persone con ansia da malattie, gli ipocondriaci. È facile immaginare come ogni sintomo fosse interpretato come segnale dell’infezione da Covid-19 e che questo attivasse l’ansia.

È del tutto evidente che non si tratta di un’osservazione sistematica, scientifica. Tuttavia si possono porre alcuni quesiti: reagiscono meglio i pazienti dei non pazienti? O forse la norma è non essere traumatizzati dalla pandemia e distanziamento (almeno in questa fase)?

E ancora: perché aspettarsi che le persone reagiscano con un aumento di malessere a una situazione di distanziamento, sapendo che è a termine? Abbiamo dati per prevederlo o siamo influenzati da un bias, una forma di pregiudizio, per cui ogni evento nuovo e in sé negativo deve necessariamente produrre malessere psicologico?

Per esempio, si sta spesso ricorrendo al termine “trauma” a proposito di questo evento, che invece è un termine che si dovrebbe usare solo per le persone direttamente esposte alla minaccia (come operatori sanitari, malati e parenti di malati).

Mi sembra che sia poco utile e forse dannoso parlare di trauma ed enfatizzare i danni psicologici, per almeno due ragioni. Come il mio paziente, altre persone possono iniziare a guardare con sospetto alle proprie reazioni e chiedersi: “Non è che adesso inizio a stare male psicologicamente?”. Oppure porsi il problema contrario: “Come mai sto bene in questa situazione? Sono anormale?”.

In secondo luogo, si rischia di spostare l’attenzione dal fatto che è un evento eccezionale – in cui è utile usare tutte le proprie risorse per fronteggiarlo e viverlo al meglio – al proteggersi da una minaccia indefinita come: “Che mi succederà se durerà ancora un mese?”; “Cosa può accadere a un bambino se non esce per due mesi? Sarà un disadattato?”, e cosi via.

Tutto questo al netto della preoccupazione e del rispetto per chi davvero si confronta da vicino con la malattia e con le difficoltà economiche immediate o future implicate. E dell’attenzione a chi, invece, è effettivamente scompensato dalla pandemia.

Per approfondimenti:

Samantha K Brooks, Rebecca K Webster, Louise E Smith, Lisa Woodland, Simon Wessely, Neil Greenberg, Gideon James Rubin (2020). The psychological impact of quarantine and how to reduce it: rapid review of the evidence, Lancet, n. 14.

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