Sguardo tra le oscillazioni dell’umore

di Alessandra Lupo

Nella mia febbre cerebrale, o follia, non so come chiamarla, i miei pensieri hanno navigato molti mari. Vincent Van Gogh

Il 30 marzo si è celebrata la giornata mondiale del disturbo bipolare. Questa data coincide con la nascita del famoso artista Vincent Van Gogh, affetto da disturbo bipolare. Il connubio della sua genialità con il disturbo, che a colpi di pennello ha caratterizzato la sua arte e le sue opere, ci incita ad andare oltre l’etichette del criterio diagnostico dei nostri manuali. Divulgare la conoscenza di questa patologia, vuol dire non solo fare prevenzione, ma anche riuscire a vedere gli aspetti umani e tipici dell’alternarsi delle fasi cicliche che si succedono durante la fase di malattia. Tutti sanno che il disturbo è una patologia psichiatrica complessa. Nello specifico, il DSM-5 (il manuale diagnostico e statistico sui disturbi mentali) identifica tre forme diverse di disturbo bipolare (disturbo bipolare I, disturbo bipolare II, disturbo ciclotimico). Ognuno di questi è caratterizzato da sintomi maniacali, la cui durata e gravità è differente nei vari tipi. Viene definito “disturbo bipolare” in quanto la patologia è caratterizzata da una sintomatologia che si sposta su un continuum di due polarità opposte: mania e depressione. La mania è uno stato che predispone il soggetto a una forte esaltazione, (l’autostima del soggetto è ipertrofica, con un senso di grandiosità), sfociabile anche in irritabilità e che si riflette sul proprio modo di pensare, parlare e agire. Nella mania, le persone percepiscono la velocità del susseguirsi dei pensieri, degli impulsi: iniziano ad agire in modo insolito, diventando più espansive, disorganizzate e disinibite, mettendo in atto comportamenti rischiosi, spese azzardate, guida imprudente, comportamenti sessuali a rischio. L’irritabilità può seguire l’esaltazione della fase maniacale, con disforia, senso di irrequietezza e smania immotivata. Con il termine “ipomania” si intende una fase simil maniacale con una sintomatologia più lieve rispetto la mania vera e propria.

Il disturbo bipolare tipo I è caratterizzato da almeno un episodio maniacale preceduto o seguito da episodio depressivo maggiore. L’esordio di solito è intorno ai 18 anni di età. Nel disturbo bipolare tipo II, si registra la presenza di almeno un episodio ipomaniacale e almeno un episodio depressivo maggiore, senza aver mai sperimentato episodi manicali. L’esordio è tardivo, intorno ai 35 anni di età. Nel disturbo ciclotimico, i pazienti hanno prolungati periodi (oltre i due anni) che comprendono sia episodi ipomaniacali che depressivi, tuttavia questi episodi non soddisfano i criteri specifici per un disturbo bipolare.

Volendo approfondire l’aspetto percettivo di questo disturbo, ci dobbiamo porre degli interrogativi: come i pazienti sperimentano le oscillazioni dell’umore? Come cambia la percezione di sé e del mondo?
A tal proposito, sono diverse le testimonianze di autori, scrittori e artisti che hanno dovuto convivere con il disturbo, imparando ad assecondare ogni oscillazione dell’umore. Tra i tanti autori che soffrono del disturbo bipolare, c’è la famosa professoressa statunitense Kay Redfield Jamison, docente di psichiatria alla Johns Hopkins University School of Medicine, e professore onorario alla University of St. Andrews. La Jamison ha reso pubblico il suo disturbo attraverso libri come “Manic- Depressive illness”, un vero e proprio trattato sulla malattia maniaco depressiva, e “An Unquiet mind”. In quest’ultima opera autobiografica, lei stessa descrive perfettamente le oscillazioni dell’umore e gli switch che avvengono durante il decorso della patologia:

“La mia mente cominciava ad arrancare per star dietro a sé stessa, i pensieri si susseguivano così veloci da intersecarsi l’uno con l’altro a ogni angolazione possibile. Nell’autostrada del mio cervello si stava verificando un tamponamento a catena di neuroni, e più cercavo di rallentare il pensiero più mi rendevo conto di non poterlo fare… Ero sempre più irrequieta, irritabile e desideravo una vita eccitante; tutto a un tratto mi ribellavo proprio a ciò che amavo di più in mio marito: la sua gentilezza, il suo equilibrio, il suo calore e il suo amore. Mi protesi d’impulso verso una vita nuova…”.

E ancora:

“Penso che la malattia mi abbia costretto a mettere alla prova i limiti della mia mente (che resiste, pur se è carente) e quelli della mia educazione, della mia famiglia, della mia cultura e dei miei amici.”

Le innumerevoli ipomanie, e le manie stesse, hanno introdotto nella mia vita una diversa intensità di percezione, di emozione e di pensiero. Anche nei peggiori momenti di psicosi, di mania, di delirio e di allucinazione mi rendevo conto di scoprire nuovi angoli della mia mente e del mio cuore. Alcuni tanto incredibili e belli da togliermi il respiro e farmi sentire che se fossi morta in quell’istante quelle visioni mi avrebbero accolto. Altri tanto grotteschi e brutti che non avrei mai voluto conoscerne l’esistenza né vederli di nuovo: ma sempre, c’erano angoli nuovi, e quando mi sento me stessa, cosa di cui sono debitrice ai farmaci e all’amore, non riesco ad immaginare di essere stanca della vita proprio perché so che esistono quegli angoli infiniti dalla prospettiva sconfinata”.

Cercare di condividere le esperienze di chi è affetto della patologia permette non solo di conoscere il disturbo, ma anche provare a comprendere come possa essere dura la vita di un soggetto con bipolarismo. Oggi sappiamo che le cure farmacologiche, associate a un trattamento psicoterapeutico, consentono al soggetto di vivere una vita dignitosa e meno invalidata dalla propria tempesta emotiva.

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