Come stanno i bambini?

di Elena Cirimbilla

Potremmo farli insieme a loro quei capricci e quei pianti. Potremmo far sentire loro che li capiamo e che, in qualche modo, hanno ragione

Sul web spopolano vignette ironiche di genitori disperati in smart working che legano i figli alla sedia e video che raccontano in maniera tragicomica la fatica di mamma e papà nel dedicarsi ai figli in un universo sconosciuto, mentre la vita quotidiana deve continuare.
Genitori che raccontano di quanto siano di difficile contenimento i bambini, capricci da un lato e pianti dall’altro. Raccontano di quanto sia faticoso sostituirsi agli insegnanti, cercare i compiti dal registro elettronico e seguirli nella loro giornata.

Ma i bambini come stanno?

Per i nostri bambini questo cambiamento improvviso all’inizio odorava di vacanza, poi di novità. Per i più piccoli, mettersi vicino alla mamma e lavorare ognuno al proprio computer a fare “le cose da grandi” era divertente, quasi un gioco. Ma si sa, il gioco è bello quando dura poco e, ad oggi, a più di un mese dall’inizio della quarantena, per i bambini la vacanza, il gioco, sono diventati più lunghi del previsto. Quegli stessi bambini che sono impegnati quotidianamente in tante attività, scolastiche ed extrascolastiche, da un giorno all’altro hanno perso non solo i riferimenti della propria routine, ma anche il contatto con i compagni, gli insegnanti, lo sport preferito.

Dal punto di vista del genitore, che in una prospettiva autocentrata può avere una difficoltà nel decentrare e “mettersi nella testa” del bambino, c’è la fatica e la difficoltà nella gestione del proprio figlio. Nella testa del genitore c’è l’insegnante che non è presente e la mamma e il papà che devono organizzare le attività al computer e recuperare i compiti. Nella testa del bambino, in modo speculare, c’è l’assenza delle persone con le quali era abituato a trascorrere la maggior parte delle ore della giornata, la mancanza di autonomia nell’avere un contatto con la scuola e nel prendere il proprio diario e poter iniziare i compiti.

Qualche giorno fa ho visto un video di un bambino molto arrabbiato che lamentava “di non farcela più a non uscire”: “faccio la valigia e vado dal nonno”, diceva. Un piccolo “pazientino” mi ha detto: “non vedevo l’ora di raccontarti di aver fatto la pizza, perché non l’ho potuto dire a nessuno”.

L’ambiente sociale e relazionale della realtà quotidiana improvvisamente scompare; e, per quanto si possa spiegare al bambino ciò che sta accadendo e lui possa tentare di comprenderlo, è probabile che sperimenterà una perdita, anche se momentanea.

Ci possiamo aspettare, quindi, che il bambino provi tristezza per questa perdita, o rabbia perché vive questi eventi con un senso di ingiustizia. D’altronde, come può un bambino trovare giusto lo stare a casa tutto il giorno, tutti i giorni?

Forse è poco osservabile, forse non si percepisce questa tristezza, ma quest’anno i nostri bambini non faranno lo spettacolo di teatro o il saggio di danza e stanno rinunciando a qualcosa di molto importante per loro. Una rinuncia, la perdita di un bene, si associa a un vissuto di tristezza. E se la perdita viene percepita anche come un’ingiustizia, è possibile che insieme si sperimenti rabbia.

Hanno senso, allora, irritabilità, tristezza, pianto, segni che è possibile riscontrare in questi “piccoli umani” che hanno perso, da un giorno all’altro, gran parte dei loro punti fermi.

Forse potremmo farli insieme a loro quei capricci e quei pianti, forse potremmo far sentire loro che li capiamo e che, in qualche modo, hanno ragione.

Tenere in considerazione i vissuti dei nostri bambini, validare le loro emozioni, legittimarli in quello che stanno vivendo, provando a “mettersi al loro livello”, attraverso il mondo che conoscono e nel quale è più semplice immergersi, permetterà loro di sentirsi più compresi.

Tyler Walsh ha creato, a questo proposito, una “versione Lego” del messaggio del Primo Ministro canadese ai bambini, in merito al loro ruolo nella lotta contro il Covid-19:

“Voglio ringraziarvi tutti per l’aiuto che ci date nel rallentare la diffusione del Covid-19.
E a tutti i bambini lì fuori: tutto a un tratto avete saputo di non potervi vedere con gli amici per giocare o fare i pigiama party. I vostri parchi giochi e le scuole sono chiusi e le vostre vacanze di marzo sono sicuramente diverse da quelle che speravate. Lo vedo anche con i miei figli, vedono molti più film, ma sentono la mancanza dei loro amici, e allo stesso tempo sono preoccupati di quello che sta accadendo lì fuori nel mondo e cosa potrebbe riservare il loro futuro.
So che si tratta di un grande cambiamento ma dobbiamo farlo, non solo per noi stessi ma per i nostri nonni, le nostre infermiere, i nostri medici e tutti quelli che lavorano nei nostri ospedali. E voi bambini, state aiutando molto. I medici e gli scienziati hanno chiarito che il distanziamento sociale, che significa stare almeno a due metri di distanza e stare a casa il più possibile, è il miglior modo per aiutarci l’un l’altro. E vi dovete lavare le mani, molto.
Quindi, un ringraziamento speciale a tutti voi bambini. Grazie per aiutare i vostri genitori a lavorare da casa, per sacrificare le vostre giornate tipo, per fare lezione di matematica attorno al tavolo della cucina e per avere fiducia nella scienza. Assicuriamoci di fare tutti la nostra parte. Combattiamolo insieme”.

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