Io sto a casa, ma di cosa ho bisogno?

di Teresa Cosentino

Pretendere troppo da noi stessi e non definire i propri limiti nella relazione con l’altro è spesso altra fonte di malessere

Questa quarantena mi sta distruggendo. Lo smart working da incastrare tra le altre mille attività, i diverbi con mio marito… Ma la parte più dura è badare tutto il giorno a mia figlia di 5 anni, organizzarle attività, giocare con lei, non so più cosa inventarmi! Dovrei esser felice di trascorrere tutto questo tempo in famiglia, con i miei cari, con mia figlia, potermi dedicare a loro e godere della loro vicinanza, e invece mi sento frustrata, irritata… Che razza di mamma sono? Forse sono solo un’egoista!”, dice Anna.

Sono pieno di stimoli, risorse online gratuite su qualsiasi argomento: audiolibri, film e serie tv, libri, musei virtuali, corsi di lingua, di pilates, yoga, ballo… Ogni sera vado a letto con l’idea che l’indomani farò qualcosa e poi, invece, durante il giorno mi perdo in altre cose e arrivo a fine serata senza aver concluso niente. Sto sprecando un’occasione irripetibile, mi dico: quando mi ricapiterà di avere tutto questo tempo libero e tante risorse gratuite da sfruttare? Leggo sui social e vedo in tv gente che si dedica a varie cose in questo periodo, dalla cucina alla musica e altro ancora… È così che dovrei fare!”, racconta Giulio.

Sono più stressata di prima, questo smart working mi distrugge: il capo si aspetta il triplo del rendimento perché dice che da casa diminuiscono le distrazioni (ad esempio, le pause caffè, le chiacchiere coi colleghi, i tempi per gli spostamenti casa-lavoro). In realtà, per me è più complicato: non ho in casa uno spazio tutto mio, la connessione è lenta, devo cercarmi da sola informazioni che di solito i miei colleghi sono in grado di darmi e devo gestire i miei due figli mentre lavoro, dato che mio marito è medico ed è spesso fuori per lavoro . Come può il mio capo farmi tutte quelle richieste? Conosce la mia situazione! Mi ritrovo a lavorare anche di notte, quando i miei figli sono a letto!”, afferma Matilde.

Siamo in cinque (io, mia sorella, mia madre, mio padre e il fratello di mio padre) in una casa di 70 mq e non c’è neanche un balcone o un terrazzo condominiale. In qualsiasi luogo della casa vada, c’è sempre qualcuno, notte e giorno. Questo mi costringe a interagire con loro anche se non ne avrei nessuna voglia, a parlare di cose che non mi interessano. A volte vorrei solo il silenzio intorno! E poi ci sono anche le telefonate e le videochiamate di parenti e amici a cui non posso sottrarmi, con che scusa? Con tutto questo tempo a disposizione non posso certo dire che ho da fare”, dice Nicola.

Quattro voci che rappresentano spaccati di vita quotidiana in questi tempi di quarantena da Coronavirus. Cosa le accomuna? In tutte sembra esserci una discrepanza tra come si pensa che la realtà dovrebbe essere e quello che invece accade davvero: ciò genera sensi di colpa, rabbia, frustrazione, tristezza. Le credenze personali, avvalorate e nutrite da ciò che i media diffondono e sottolineano (come, ad esempio, le tante interviste e testimonianze di personaggi famosi che si dicono soddisfatti di poter trascorrere il tempo con i propri cari, potersi dedicare a coltivare passioni e interessi), ci portano a immaginare come la nostra vita “dovrebbe” essere in questo strano tempo di quarantena. Poi, però c’è la realtà, fatta di case piccole, di familiari con cui si è costretti a convivere, pur non essendo molto in sintonia con loro, e ci sono i propri bisogni, ai quali i personaggi delle quattro testimonianze non sembrano prestare attenzione, riconoscere valore e saper condividere. In questo complicato momento, in cui il tempo sembra sospeso e così il nostro piano esistenziale, le abitudini sono stravolte, la barra del timone debba essere salda sul rispetto di sé e dell’altro. In questo momento d’incertezza, in cui possiamo essere preoccupati per questioni legate a salute e finanze, tristi per la perdita di persone più o meno vicine e per ciò che sta accadendo nel mondo più in generale, frustrati per le limitazioni e le rinunce che questa condizione ci impone,  è importante esser ancora più gentili di quanto generalmente siamo con noi stessi e con gli altri. Concederci uno spazio di ascolto che ci permetta di venir in contatto con le nostre emozioni e i nostri bisogni, accogliendo senza giudicarli o tentare di sopprimerli e negarli. In questo tempo sospeso, riconosciamo dignità a ciò che proviamo e desideriamo, come espressione della nostra natura umana e dei nostri diritti. Le emozioni che proviamo sono fenomeni complessi che ci parlano della nostra visione del mondo, di ciò che è importante per noi, di ciò che sentiamo minacciato o perduto per sempre o ingiusto. I bisogni sono espressione di ciò che ci manca, delle nostre necessità non soddisfatte. Rispettare le proprie emozioni e i propri bisogni vuol dire riconoscerli a noi stessi come legittimi, accoglierli. Comunicare all’altro quello che proviamo e ciò di cui abbiamo bisogno è uno step successivo che ha una serie di vantaggi e conseguenze funzionali: consente all’altro di comprendere che persone siamo, cosa è importante per noi, le nostre preferenze e utilizzare queste informazioni per meglio regolarsi nella relazione con noi; aumenta il grado d’intimità della relazione, sentendo che possiamo fidarci dell’altra persona e percependo l’altro come la nostra apertura. Ciò può generare dei circoli virtuosi nella relazione e bloccare quei circoli viziosi che spesso s’innescano quando non capiamo l’altro o non ci sentiamo capiti. Ciò significa, ad esempio, per Anna, poter comunicare con serenità al marito di aver bisogno di uno spazio proprio, chiedendo a lui di occuparsi in alcuni momenti della bambina.
Pretendere troppo da noi stessi e non definire i propri limiti nella relazione con l’altro, sulla base di aspettative irrealistiche e doverizzazioni, è spesso un’altra fonte di malessere e sofferenza. Riconoscere che abbiamo il diritto di mettere un limite alle richieste del capo, come nel caso di Matilde, o dei familiari significa far riferimento alla nostra natura umana, per forza di cose limitata in termini di energie, tempo, interessi e competenze.

Va da sé che questo tipo di atteggiamento sia utile non solo nei confronti di sé, ma anche nei confronti di chi ci circonda. Riconoscere all’altro, al capo, ai familiari, agli amici, il diritto di avere i propri bisogni e impegnarsi nella loro direzione, il diritto di sentire e provare certe emozioni e non altre e il diritto a definire i propri limiti è l’altra faccia della medaglia, l’altro punto essenziale per riuscire ad avere relazioni serene in generale e, ancor di più, in questi tempi di convivenza forzata.
Questa strana condizione che stiamo vivendo, di distanziamento sociale che ci obbliga però a una convivenza forzata e prolungata, potrebbe diventare l’occasione per riflettere su questi punti essenziali, per ripartire dal rispetto di sé e dell’altro e dalla necessità di essere accoglienti e benevoli con entrambi, ciascuno con i propri vissuti e bisogni.

Per approfondimenti

Bauer, B., Bagnato, G., & Ventura, M. (2012). Puoi anche dire «No!». L’assertività al femminile. Dalai Editore

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