Un insegnamento di Roberto Lorenzini

di Mauro Giacomantonio

Un anno fa ci lasciava un pilastro del cognitivismo clinico italiano

È trascorso da pochi giorni l’anniversario della morte di Roberto Lorenzini. Scrivo per ricordarlo e col cruccio che, col passare del tempo, molti giovani psicoterapeuti in formazione non possano conoscere i suoi insegnamenti, godere della sua esperienza e della sua simpatia. Scrivo quindi per fissare un insegnamento che lui mi ha dato, nella speranza di invogliare altri a fare lo stesso.

Negli anni di formazione, ho spesso condiviso con Roberto e le colleghe di training riflessioni sui pazienti che mi sembravano sensate, persino intelligenti! Lui era sempre incoraggiante anche se penso mi ritenesse, giustamente, un rompiscatole. Solo una volta gli si illuminarono gli occhi e sorrise soddisfatto durante un mio intervento e io lo notai con stupore. Avevo detto che con un certo paziente difficile stavo cercando di dare “un colpo al cerchio e uno alla botte”. Ma come? Dopo tutte le complesse formulazioni del caso e tutte le riflessioni sulle strategie di intervento, il complimento più sincero nasceva da una frase così mediocre?

Ho cercato a più riprese di capire bene cosa avesse voluto insegnarmi quel giorno. Oggi, parlando di lui con una collega, penso di averlo focalizzato meglio. Probabilmente si potrebbe riassumere così: l’impotenza senza resa. Abbandonare l’illusione di capire tutto, di sapere ogni cosa, di avere una risposta per ogni criticità, una tecnica per ogni sintomo, senza però abbandonare il paziente. Senza arrendersi e perdere interesse se le cose non tornano come ce le siamo raccontate. In questa prospettiva, “dare un colpo al cerchio e uno alla botte” significava darsi da fare, fare dei tentativi, provare a capire di cosa c’è bisogno e cosa va buttato via. Significava anche togliersi il tanto agognato mantello da Super Terapeuta senza sentirsi troppo incapaci. Questo si lega bene con altri suoi insegnamenti come, ad esempio, il fatto che la terapia sia un incontro unico di due persone e che quindi non è tutto nelle nostre mani. Oppure che la formulazione del caso si chiude solo all’ultima seduta.

Anche l’insegnamento dell’impotenza senza resa era, indirettamente, un incoraggiamento a stare meno al centro della terapia e ad ascoltare con interesse e disponibilità la storia dell’altro.

Sono passati più o meno cinque anni dal quel pomeriggio del colpo al cerchio e alla botte e ancora ci ripenso e ancora mi aiuta.

 

Foto di Anete Lusina da Pexels

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