a cura di Andrea Paulis
La deformazione peniena è solo una parte della malattia. Ansia, umore, sessualità e vita di coppia aiutano a comprendere perché persone con condizioni simili possano vivere la malattia in modo molto diverso.
La malattia di Peyronie è una patologia acquisita caratterizzata dalla formazione di tessuto fibroso nella tunica albuginea, il rivestimento dei corpi cavernosi del pene. Può provocare curvatura o altre deformazioni, accorciamento, dolore e difficoltà nell’erezione. Le conseguenze, però, non riguardano soltanto il corpo: la malattia può modificare il modo di vivere la sessualità, l’immagine di sé e la relazione con il partner.
La sofferenza psicologica associata alla Peyronie è infatti tutt’altro che marginale. Un recente studio condotto su 603 uomini nella fase attiva della malattia ha rilevato sintomi ansiosi clinicamente significativi nell’89% dei partecipanti e sintomi depressivi nel 57,6%. Il 93,6% riferiva inoltre un qualche grado di disagio e preoccupazione legato alla propria condizione.
Si potrebbe pensare che a una deformazione più evidente corrisponda necessariamente una maggiore sofferenza. I dati, però, raccontano una realtà più complessa. Nel campione esaminato, l’entità della curvatura non era associata alla gravità dei sintomi ansiosi e depressivi né al disagio riportato. Il dolore mostrava invece deboli associazioni con ansia, depressione e disagio, mentre una peggiore funzione erettile risultava associata ad ansia e disagio.
La curvatura, quindi, conta, ma non sembra sufficiente a spiegare come viene vissuta la malattia. Anche studi precedenti mostrano quanto l’esperienza della Peyronie possa coinvolgere la fiducia nella propria sessualità, il rapporto con il corpo e l’intimità. In un’analisi dei racconti pubblicati su forum dedicati alla patologia compaiono umore depresso, isolamento, perdita di fiducia sessuale e “evitamento” dei rapporti. Proprio l’“evitamento”, cioè la tendenza a sottrarsi alle situazioni che provocano disagio o timore, apre una questione interessante. Rinunciare all’intimità per paura del dolore, delle difficoltà erettili o del giudizio del partner può proteggere nell’immediato da emozioni spiacevoli, nel tempo, tuttavia, potrebbe contribuire ad aumentare la distanza nella coppia o a rafforzare la percezione di non poter più vivere serenamente la sessualità.
La valutazione psicologica può quindi affiancare quella medica esplorando non soltanto quanto il grado di compromissione funzionale dato dalla calcificazione, ma soprattutto che cosa quel cambiamento rappresenti per la persona. Il timore può riguardare ad esempio l’impossibilità di avere rapporti soddisfacenti, di sentirsi desiderabili o accettati. Non sono conseguenze inevitabili della malattia, ma possibilità da verificare nella storia e nell’esperienza individuale.
Da qui emerge anche una possibile direzione per la ricerca futura. Se la curvatura spiega solo in parte la sofferenza, che cosa rende alcune persone più vulnerabili di altre? Quale peso hanno dolore e difficoltà erettili? Quanto incidono il significato attribuito alla deformazione, l’immagine di sé, il timore del giudizio e le reazioni del partner? E comportamenti come l’“evitamento” aiutano ad adattarsi alla malattia oppure finiscono, almeno in alcuni casi, per mantenere il disagio?
Comprendere questi passaggi permetterebbe di andare oltre la semplice constatazione che la Peyronie può associarsi ad ansia e depressione. La sfida è capire come nasce e si mantiene la sofferenza psicologica, per individuare quali persone possano beneficiare maggiormente di un intervento psicologico e su quali aspetti sia più utile intervenire.
Bibliografia
Paulis G., Paulis A. (2026). The psychological impact of Peyronie’s disease: a retrospective analysis of 603 patients. Archivio Italiano di Urologia e Andrologia, 98(1), 14758. https://doi.org/10.4081/aiua.2026.14758
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https://www.pexels.com/it-it/@cristianmuduc/



