Insegnare ai bambini a gestire le emozioni

di Barbara Basile

Crescendo, i bambini imparano a regolare le proprie emozioni e lo fanno soprattutto osservando i propri genitori: quali suggerimenti seguire per aiutarli al meglio in questo percorso?

Le risposte emotive nei bambini variano parecchio nella loro espressione, nella frequenza e intensità e nella capacità di regolarle. La capacità di gestire le emozioni non è innata, ma si apprende con la crescita, soprattutto osservando ciò che accade in famiglia. Sono i genitori, infatti, che aiutano il bambino a comprendere e orientare la tensione interna che si accompagna a un vissuto emotivo. Alcuni bambini sono, per natura, più sensibili o più facili da calmare di altri. In età scolare il bambino diventa più responsabile e consapevole del proprio funzionamento emotivo e all’intervento genitoriale si affianca quello scolastico. Nel corso dell’adolescenza le modificazioni a carico del sistema ormonale sfidano quanto fino ad allora appreso provocando un’apparente retrocessione nella capacità di gestire le emozioni. Leggi tutto “Insegnare ai bambini a gestire le emozioni”

Perché e come ci si difende dall’invidia

di Angelo Saliani

Ecco le strade che solitamente si percorrono per mantenere distacco dall’emozione più temuta e più negata

L’invidia è una delle emozioni più dolorose e al tempo stesso la più negata. Ma perché? Per rispondere è necessario prima definirla: cos’è esattamente l’invidia?
Stando all’analisi proposta da Maria Miceli e Cristiano Castelfranchi, l’invidia nasce dal confronto tra il proprio potere e quello di un altro rispetto a un dato scopo o bene. Chi invidia si percepisce inferiore, difettoso rispetto a tale potere e prova malanimo nei confronti dell’invidiato, ne desidera il male. È un’emozione “cattiva”. Perché? Per la presenza del malanimo, evidentemente, ma soprattutto perché questo appare – agli occhi dello stesso invidioso – ingiusto e ingiustificato. Leggi tutto “Perché e come ci si difende dall’invidia”

Mai una gioia? Emozioni negative e depressione in adolescenza

di Monica Mercuriu

Un deficit nell’identificazione delle emozioni facciali può costituire un buon predittore di disturbi depressivi

Molti studi, anche se con risultati diversi e non sovrapponibili, hanno evidenziato come un “bias” (interpretazione) nell’identificazione delle emozioni facciali possa giocare un ruolo fondamentale nel corretto sviluppo emotivo di un adolescente e possa costituire un fattore di vulnerabilità per lo sviluppo di sintomi depressivi in adolescenza e in età adulta. La depressione all’inizio o nel corso dell’adolescenza viene stimata con una prevalenza tra il 4 e l’8% sulla popolazione mondiale per arrivare, tra i 10 ed i 19 anni, al 28% ed è correlata fortemente al rischio di suicidio. Secondo il Manuale diagnostico e statistico dei disturbi mentali (volume di riferimento per psicologi e psichiatri di tutto il mondo, meglio noto come “DSM 5”), i due sintomi principali della depressione sono l’“anedonia” (perdita di piacere) e la tristezza; sperimentare uno di questi sintomi è una condizione necessaria per ricevere una diagnosi di disturbo depressivo. Il peso della depressione dei ragazzi non si limita all’adolescenza: la depressione in adolescenza è un forte predittore di depressione negli adulti.
Le teorie cognitive contribuiscono a mettere in luce come i “bias” negativi possono avviare, mantenere e rafforzare gli schemi depressivi, sostenendo che gli stimoli congruenti con il tono dell’umore vengono elaborati più facilmente e in modo corretto rispetto agli stimoli non congruenti. Leggi tutto “Mai una gioia? Emozioni negative e depressione in adolescenza”

Alessitimia ed estroversione: come la difficoltà a identificare le emozioni è associata alle abilità di socializzare con gli altri

di Luana Stamerra

Se per “alessitimia” si intende l’incapacità di riconoscere e verbalizzare i sentimenti e l’utilizzo di uno stile cognitivo orientato verso eventi esterni, con “estroversione” ci si riferisce a una dimensione della personalità caratterizzata da tendenze socievoli. Tali costrutti apparentemente lontani sono tra loro correlati, come dimostrato da diversi studi che dimostrano che individui alessitimici e meno estroversi mostrano difficoltà nella comunicazione di emozioni, e che alti livelli di alessitimia sono legati a bassi livelli di estroversione. Tali evidenze, emerse da ricerche che hanno utilizzato solo misure esplicite per valutare l’estroversione, cioè misure che chiedono all’individuo di giudicare se determinate affermazioni corrispondono a loro caratteristiche e tendenze comportamentali, ora vengono supportate anche dall’utilizzo di misure indirette che, di contro, inferiscono le rappresentazioni di sé o i contenuti mentali attraverso specifiche performance in contesti sperimentali. Tali misure indirette permettono di rilevare stabili rappresentazioni associative del sé (implicito concetto di sé della personalità) correlate a comportamenti guidati da tendenze e motivazioni di natura automatica. Dunque, mentre le misure esplicite evidenziano i processi deliberativi sottostanti ai comportamenti sociali, le misure implicite rilevano i processi automatici e più impulsivi sottostanti agli stessi. L’utilizzo di entrambi i tipi di misure, ugualmente importanti nella loro complementarietà, è avvenuto in uno studio pubblicato di recente, nel quale è stata esaminata la relazione tra l’alessitimia e l’estroversione misurata in maniera esplicita ed implicita, attendendosi il riscontro di una correlazione negativa tra l’alessitimia e l’estroversione, misurata direttamente e indirettamente. Leggi tutto “Alessitimia ed estroversione: come la difficoltà a identificare le emozioni è associata alle abilità di socializzare con gli altri”

La Schema Therapy, uno sguardo ai bisogni e alle emozioni dell’età infantile

di Barbara Basile

Le esperienze negative legate alle figure di riferimento del bambino sono spesso l’origine di problematiche psicologiche nell’adulto

La “Schema Therapy” (ST) è un approccio di terapia integrato che negli ultimi anni ha ricevuto molta attenzione e consenso non solo negli USA, dove è nata, ma anche nei Paesi Bassi, in Germania, in Austria, in Svizzera, in Israele, in Turchia e in Australia. Nasce principalmente con lo scopo di coprire i limiti della Terapia Cognitivo-Comportamentale (TCC) nel trattamento dei disturbi di personalità. In particolare, il suo fondatore, Jeffrey Young, si concentrò sulle problematiche emotive e interpersonali presentate dai pazienti, spesso legate a esperienze negative avvenute in età precoci.

Il modello integra elementi della TCC, della terapia della Gestalt e della Teoria dell’Attaccamento e impiega strategie di tipo esperienziale, emotivo e immaginativo, oltre alle “classiche” cognitivo-comportamentali. Leggi tutto “La Schema Therapy, uno sguardo ai bisogni e alle emozioni dell’età infantile”

I bambini hanno il diritto di essere tristi?

di Anita Parena

È facile fare affermazioni come “tutte le emozioni sono buone” o “tutte le emozioni, anche quelle negative, aiutano a crescere”. In questo momento in cui nelle sale c’è Inside out la legittimità delle emozioni negative è particolarmente in auge, dal momento che il film in modo molto intelligente ed efficace mette in luce i vari modi in cui anche emozioni considerate negative come la tristezza sono da vivere e da esperire in piena consapevolezza perché funzionali al nostro equilibrio. Tradurre questo in pratiche Il-linguaggio-del-cuore_590-0762-3educative, però, è meno facile. Nel libro “Il linguaggio del cuore” di Claudia Perdighe, ci sono esempi presi dalla vita quotidiana di come i genitori “involontariamente”, in mille modi diversi, insegnano a inibire o reprimere le emozioni; molto spesso questo accade perché spaventati sia dalle emozioni dei loro bambini, sia dai possibili effetti su loro stessi. Il primo e forse più chiaro esempio è il contrasto del pianto del bambino, il “non piangere” che per mesi o anni guida tante interazioni genitore-figlio; interrompere il pianto del bambino, infilargli un ciuccio in bocca, cercare mille strategie per farlo smettere, è il primo modo in cui diciamo al bambino “non esprimere ciò che senti”. Il pianto  prolungato e apparentemente senza una causa a cui è possibile trovare una soluzione immediata come fame, freddo o sonno, attiva sentimenti di preoccupazione, disagio e timori sulle proprie capacità di genitore…!

Se invece nel “calmare il bambino” ci ricordassimo che “tutti i bambini piangono e non è un problema che necessariamente richiede una soluzione” anche il ruolo dei neo-genitori sarebbe più semplice.

Se il bambino smette di piangere io mi sento meglio, vero! Se però ogni volta che piange rispondo con “non piangere”, rischio inconsapevolmente di insegnargli che deve sempre essere di buon umore o che non deve mostrare il suo disagio.

Il diritto dei bambini di essere tristi, titolo scelto dall’autrice originariamente, sarebbe il giusto titolo del libro, il cui tema sono appunto le emozioni, piacevoli e spiacevoli: quelle dei bambini e quelle dei genitori.

Nei neonati, una scarsa preferenza per il viso predice lo sviluppo di tratti anti-sociali a due anni

di Barbara Basile

Rachael Bedford e collaboratori (2015) hanno indagato la capacità di predire lo sviluppo di uno stile interpersonale callous-unemotional (CU, letteralmente insensibile-non emotivo) in bambini di due anni e mezzo, partendo dalla loro preferenza (i.e., maggiore attenzione) tra volti umani e oggetti inanimati, in neonati di poche settimane.

Come indicato da Frick (2009), le persone con tratti CU sono caratterizzati da una scarsa propensione a provare senso di colpa o rimorso, da una riduzione delle preoccupazioni per le emozioni altrui, da una espressione superficiale delle emozioni e da una diminuzione delle preoccupazioni relative alle proprie performance. Le caratteristiche cognitive che caratterizzano chi ha tratti CU includono una maggiore resistenza al cambiamento, una scarsa sensibilità ai segnali di punizione (Frick, Kimonis et al., 2003) e la sottostima della probabilità di essere puniti (Pardini et al., 2003). Sul piano comportamentale, questi individui ricorrono frequentemente all’aggressività premeditata e strumentale, finalizzata all’acquisizione di guadagni personali ed alla dominanza sugli altri (Frick, Cornell, et al., 2003). Leggi tutto “Nei neonati, una scarsa preferenza per il viso predice lo sviluppo di tratti anti-sociali a due anni”

Relazione tra scopi, emozioni e controllo cognitivo

di Simone Gazzellini

Ecco un’interessante review di Michael Inzlicht e coll., dal titolo “Emotional foundations of cognitive control”, in press su Trends in Cognitive Science. L’articolo evidenzia la relazione tra scopi, emozioni e controllo cognitivo. In particolare si rinforza l’idea che l’emozione scaturisca dalla rilevazione di discrepanza tra stato attuapdf-logole e stato di raggiungimento di uno scopo (quindi emozione a guardia dello scopo) e che inoltre sia l’emozione a guidare il controllo cognitivo (es. attenzione, pianificazione, funzioni esecutive).
Una buona base di evidenze a sostegno di una teoria che, da anni, circola anche nelle nostre scuole di Psicoterapia Cognitiva APC e SPC.

 

The paradoxes of depression: a goal driven approach

di Francesco Mancini

È stato pubblicato il capitolo di F. Mancini e A. Gangemi dal titolo “The paradoxes of depression: a goal driven approach”.

Le bozze del capitolo sono scaricabili qui pdf-logo

In caso di uso, si prega di citare F. Mancini e A. Gangemi dal titolo The paradoxes of depression: a goal driven approach. in The goals of cognition: essays in honour of Cristiano Castelfranchi (edited by F. Paglieri, L. Tummolini, R. Falcone e M. Miceli), pp 253.273, College Pubblications, 2012
http://www.istc.cnr.it/news/festcris

Il capitolo è dedicato ai paradossi della reazione depressiva (RD), cioè alla reazione con cui normalmente gli esseri umani rispondono a perdite e fallimenti che considerano senza speranza di recupero o sostituzione. La depressione clinica è di solito considerata una variante più intensa e duratura della reazione depressiva, ma  non è l’oggetto del capitolo. Le manifestazioni della RD sono riducibili a due insiemi. Nel primo vi sono il dolore, la tristezza, il pianto e i lamenti. Questi sintomi assieme alla ruminazione sul bene perduto e alla più generale difficoltà a distaccarsi da ciò che ricorda il bene perduto, dimostrano che a seguito di una perdita e di un fallimento l’investimento nel bene perduto o nella meta fallita si mantiene o addirittura aumenta, infatti, si pensa a una persona perduta da poco, più di quanto ci si pensava prima. Per un verso ciò appare del tutto ovvio e scontato: nessuno si stupisce per il pianto e la disperazione di chi ha perso una persona cara. Tuttavia, ad uno sguardo più attento, è anche vero che mantenere, o addirittura aumentare, l’investimento in un bene che si sa essere perduto, senza speranza di recupero, appare paradossale: che senso ha, infatti, piangere e disperarsi per il latte versato? Perché si continua a investire in un bene che si sa essere perduto per sempre? Non sarebbe più funzionale distaccarsene e dedicarsi ad altro?

Il secondo insieme di sintomi include la perdita di interessi, l’anedonia, il pessimismo e la conseguente riduzione della attività. Questi sintomi, al pari dei precedenti, appaiono del tutto scontati e normali e non sembrano sollevare alcun problema, infatti, sembra ovvio che dopo un lutto si perda interesse per il lavoro, che gli amici non diano più piacere e si preferisca chiudersi in casa. Ma, anche in questo caso, ad un esame più attento la questione non appare per niente ovvia e scontata, anzi, piuttosto, si rivela problematica: perché si perdono i nomali interessi e non si gode più di ciò che prima suscitava piacere? Non sarebbe più funzionale cercare di compensare il bene perduto aumentando investimenti alternativi? Perché invece si disinveste?
La persistenza di un investimento in qualcosa che si sa essere perduto e il disinvestimento da beni alternativi pongono due problemi. Il primo è un problema psicologico. Premesso che la mente è un apparato al servizio di bisogni, desideri e scopi dell’individuo, come è possibile che reagisca alle perdite e ai fallimenti, deprimendosi, cioè mantenendo o addirittura rafforzando l’investimento nel bene perduto (endowment effect)  e, al contempo, disinvestendo da beni alternativi o sostitutivi? La soluzione cognitivista standard, cioè quella di Beck, spiega il pessimismo e quindi, in parte, la perdita di interessi ma con difficoltà rende ragione dell’anedonia e, soprattutto, non considera la persistenza dell’investimento in un bene che si sa essere perduto senza speranza. La soluzione Freudiana, cioè la depressione come autopunizione per aver distrutto l’oggetto d’amore, urta contro l’osservazione dei fatti: il senso di colpa, infatti, non è una componente sistematica della reazione depressiva studies on the relationship between guilt and depression show only a very weak association (e.g., Kim et al., 2011), per giunta, quando è presente, è di solito legato al fatto stesso di essere depressi.
Il secondo problema è evoluzionistico. Perché si è evoluta una razza che reagisce alle perdite e ai fallimenti deprimendosi? La reazione depressiva implica un vantaggio evolutivo? Se si, quale è? Oppure dobbiamo ammettere che ci siamo evoluti nonostante la tendenza a reagire depressivamente?

La soluzione al problema psicologico, che noi proponiamo, prende spunto da una osservazione piuttosto comune, esemplificata da una signora in lutto per aver perso il marito: “se io dessi via i suoi vestiti e gli oggetti che lui usava tutti I giorni, sarebbe come perderlo una seconda volta” e aggiungeva “se smettessi di tenere puliti e in ordine i suoi vestiti, sarebbe come scrivere la parola fine alla nostra storia e perdere definitivamente anche il nostro passato assieme”. La spiegazione della signora rivela due aspetti legati fra loro: innanzitutto che il suo investimento non era finalizzato a riavere il marito ma a evitare di perderlo “una seconda volta”  e che, in secondo luogo, disinvestire da ciò che ricordava il marito equivaleva a sanzionarne la perdita definitiva e a perdere anche ciò che era stato fra loro. In sintesi, disinvestire avrebbe implicato un costo, che possiamo definire sommerso (il ben noto fenomeno dei sunk costs). Una persona cara morta, infatti, può essere ulteriormente perduta disinvestendo  da ciò che la ricorda e investendo in altro. Nella RD, dunque, l’investimento non è per il recupero del bene perduto ma per evitare di perderlo ancora di più. Allo stesso tempo, un bene, per il solo fatto di essere valutato nel dominio delle perdite , acquista un valore maggiore rispetto a quello che ha se è valutato nel dominio dei guadagni (endowment effect).
L’aumento di investimento è a discapito dell’investimento in altri beni, che susciteranno minor interesse e piacere, perciò ottenerli equivale a ricevere dell’acqua quando si ha fame e non si ha sete
E il pessimismo?. Notiamo, innanzitutto che il pessimismo riguarda la inutilità dei propri sforzi, l’inutilità di coltivare speranze, e la pochezza dei risultati raggiunti, anche in domini non intaccati dalla perdita. È da ricordare  che i processi cognitivi sono orientati dagli scopi dell’individuo nel tentativo di ridurre il rischio di errori costosi. Ma quali sono gli errori costosi che si cerca di evitare con il pessimismo? Sembrano due, molto simili fra loro, il primo riguarda il pessimismo circa le possibilità di recupero del bene perduto ed è il costo della delusione, che è vissuta, di solito, come una nuova perdita. Il secondo è l’errore di investire in beni alternativi a quello perduto o sostitutivi di esso che si potrebbero rivelare tali da non giustificare il distacco dal bene perduto.

La RD implica un vantaggio evolutivo e, se si, quale?
Le funzioni principali che si attribuiscono alla RD, sono due. La prima è la richiesta di aiuto: le manifestazioni di dolore servirebbero a disporre gli altri in un modo più favorevole. Non si spiega però la funzione della perdita di interessi. La seconda è il risparmio di energie in attesa di tempi migliori. Non si spiega la sofferenza che caratterizza la RD e che, al contrario, implica dispendio di energie.
Noi suggeriamo che la RD, di per se, non implichi un vantaggio evolutivo. Ciò che implica vantaggi evolutivi, invece, sono i meccanismi psicologici che sostengono la RD e che intervengono normalmente in ogni  attività della mente, dunque anche indipendentemente dalla RD. Se si osservano i meccanismi psicologici della RD si nota che svolgono una funzione stabilizzatrice degli investimenti, in particolare degli investimenti affettivi, cioè diretti verso singole e specifiche entità individuali, e in circostanze avverse. Una funzione del genere sembra assai vantaggiosa per la sopravvivenza di un sistema dotato di molti scopi diversi e spesso opposti, che, dunque, rischia di disorganizzarsi senza adeguate capacità stabilizzanti. Appare vantaggiosa soprattutto perchè facilita la fedeltà affettiva e dunque favorisce la stabilità dei gruppi. I meccanismi stabilizzanti alla base della RD sono presumibilmente funzionali in situazioni avverse cioè di perdite e fallimenti non definitivi, ma lo sono ben meno o forse per nulla, in caso di perdite e fallimenti definitivi. D’altra parte va considerato che le perdite e i fallimenti transitori, cioè le frustrazioni limitate, sono ben più frequenti di quelle definitive, e perciò il vantaggio evolutivo dei meccanismi stabilizzanti vale più degli svantaggi.

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