Il ruolo dei bisogni sentiti

di Alessandra Santoro
a cura di Cristiano Castelfranchi

I bisogni sono scopi di grande forza motivante, hanno una natura molto particolare, non solo perché sono rappresentati come imprescindibili necessità la cui mancata soddisfazione è concettualizzata come un danno, ma anche perché si possono “sentire”.
Castelfranchi (2004) delinea l’importante differenza tra “avere un bisogno” e “sentire il bisogno” di qualcosa, e l’efficacia del ruolo cruciale svolto dal corpo e dalla propriocezione nei bisogni “sentiti”, ovvero soggettivamente percepiti e particolarmente “pressanti”.

Si può pensare al passaggio tra i diversi bisogni come un susseguirsi di livelli.

Nella cognizione umana, avere un bisogno, significa che si ha una mancanza di qualcosa (ad esempio: una risorsa, una condizione, un’azione) che si rappresenta come necessaria al raggiungimento di uno scopo, per cui diventa uno scopo-mezzo, che implica un’azione compiuta sotto la spinta di un impulso o istinto, in cui no n entra in gioco il ruolo del corpo.

Prima di affrontare il livello del sentire un bisogno, è opportuno considerare un livello intermedio: quello dei bisogni oggettivi assunti, che ancora non coincidono con i bisogni sentiti, in quanto l’essere umano, può venire a conoscenza di un suo bisogno e tuttavia continuare a non “sentirlo”.

E’ al livello dei bisogni sentiti che il corpo assume una funzione discriminante. Per poter essere attivati, questi bisogni, necessitano di condizioni particolari: una persona deve percepire una  sensazione proveniente dal proprio corpo, deve avere la credenza di avere bisogno di una determinata cosa per raggiungere il suo scopo, ed inoltre deve attribuire la sensazione provata a quella mancanza che non gli permette di soddisfare il bisogno, per cui si attiva la ricerca in termini cognitivi e comportamentali.

Un bisogno sentito, di natura psicologica, che definiamo secondo la classificazione di Castelfranchi come bisogni sentiti astratti, non coinvolgono un segnale somatico periferico, ma ciò che si “sente” è un segnale o una traccia percettiva che è nel cervello e si trova associata a una data configurazione di scopi e credenze.
Sentire bisogni psicologici comporta una forma di disagio, dolore o sofferenza “mentale”, che implica anch’essa un segnale proveniente dal corpo, in questo caso a livello cerebrale non periferico ed inoltre, sentire questi bisogni può comportare l’attivazione di un “marcatore somatico” (Damasio, 1994), cioè di una traccia centrale di esperienze emotive o percettive associate alle rappresentazioni mentali implicate da tali bisogni.

L’importanza del riconoscere i bisogni sentiti, permette di comprendere in che maniera coinvolgono le credenze, gli scopi e l’ emozioni.
Un bisogno sentito si basa sulla credenza che la causa di ciò che si sente è una mancanza, inoltre secondo il meccanismo feeling as information, il sentire un bisogno può essere la base per formare una credenza.

I bisogni, in quanto scopi, hanno la capacità di elicitare un altro scopo, che siano essi mentali o pratici, come quelli che inducono ad  un’azione per essere soddisfatti.

I bisogni sentiti, ovviamente, possono sia associarsi che evocare altre emozioni, ad esempio relative anche al bisogno stesso, in cui la persona che le sperimenta può giudicarsi, positivamente o negativamente, per provare quel bisogno e ciò determina un’altra emozione.

Bibliografia:

Castelfranchi C. & Miceli M.(2004). Gli scopi e la loro famiglia: Ruolo dei bisogni e dei bisogni “sentiti”. Cognitivismo Clinico, 1, 5-19.
Damasio, A.R. (1994). Descartes’ error. New York: Putnam’s Sons.

 

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Il disprezzo è l’altra faccia del disgusto?

di Irene Tramentozzi e Erika Cellitti 
a cura di C. Castelfranchi e M. Miceli   

Dal ­momento che la rabbia viene spesso utilizzata per riferirsi alle emozioni di disprezzo e disgusto, alcuni autori suggeriscono che il disprezzo sia una “miscela” di rabbia e disgusto, altri, invece, mettono persino in discussione che il disgusto sia una vera e propria emozione. Pur condividendo un nucleo comune basato sull’ostilità, disprezzo e disgusto sono, in realtà, come suggerito dagli autori Castelfranchi e Miceli, due emozioni completamente differenti, contraddistinte da diverse caratteristiche cognitivo-motivazionali. Ontologicamente tali emozioni sono accomunate dal possedere un aspetto “morale” e uno “non morale”, inoltre implicano una valutazione negativa di tipo disposizionale ed entrambe innescano tendenze all’azione di evitamento ed esclusione. Tuttavia, nonostante questi elementi comuni, il disprezzo è rivolto, esclusivamente, verso gli esseri umani e comporta un senso di superiorità nei loro confronti, pessimismo riguardo un loro possibile miglioramento, distacco da essi ed evitamento. Al contrario, il disgusto può essere rivolto ad una vasta gamma di stimoli e comporta una certa sensibilità alla contaminazione ed un conseguente evitamento guidato dalla paura stessa. Un’altra differenza significativa tra disprezzo e disgusto è correlata, in primo luogo, ai diversi tipi di “standard” rispetto ai quali viene valutato lo stimolo, in secondo luogo, alla mancanza di rispetto generato dalla stessa valutazione negativa.  

L’emozione del disprezzo implica un confronto con un altro individuo e la conseguente valutazione di quest’ultimo come al di sotto dei propri standard. È possibile distinguere due forme di disprezzo, una “non morale” ed una “morale”. Il disprezzo “non morale”, definito anche “di base”, può essere rappresentato da tre caratteristiche qualificanti: implica una valutazione negativa riguardo le capacità del soggetto a cui viene attribuita una mancanza di potere e inadeguatezza nel rispecchiare gli standard del valutatore, la caratteristica disprezzata viene riconosciuta come un tratto intrinseco del soggetto e, in ultimo, valutata come totalmente negativa e rilevante per gli standard del valutatore. La mancanza di rispetto in questo caso è legata al fatto che la persona disprezzata è considerata carente di quelle capacità necessarie a soddisfare lo standard e gli viene riconosciuta l’impossibilità di acquisirle nel tempo: “non c’è niente da fare”.

Le conseguenti condotte di evitamento saranno supportate non dalla paura in quanto tale, ma dalla considerazione che esso è immeritevole di interesse e “inutile” in un eventuale interscambio sociale. Il disprezzo “morale” ha le stesse componenti cognitive di quello di base, ma oltre all’inadeguatezza, al soggetto disprezzato viene attribuita anche una componente di responsabilità rispetto alle proprie mancanze. Ma come è possibile essere inadeguati e allo stesso tempo responsabili per una propria “mancanza”? Gli autori suggeriscono che vi sia una valutazione, da parte del disprezzante, basata sul “poter acquisire” tale mancanza grazie ad uno “sforzo” di apprendimento, che però il soggetto disprezzato evidentemente non compie. Inoltre, l’evitamento assumerà una forma di esclusione sociale, non solo inteso come allontanamento, ma anche come punizione verso l’altro.  

Il disgusto è identificato da Charles Darwin come una delle sei emozioni di base degli esseri umani, ma secondo quanto suggerito da Castelfranchi e Miceli, è necessario operare un’essenziale distinzione: quando questa emozione è una risposta immediata ad uno stimolo rivoltante, va considerata semplicemente come un effetto sensoriale negativo associato ad una reazione fisiologica (come nausea e vomito) ed affinché il disgusto sia identificabile come un’emozione in quanto tale, è necessario che questa reazione venga ri-simbolizzata cognitivamente, cioè gli venga attribuita una valutazione ed un’interpretazione che gli forniscano una valenza affettiva. Tutte le forme di disgusto condividono delle caratteristiche chiave: sensibilità alla contaminazione, intesa come riconoscimento di uno stimolo come contaminante e causa di minaccia alla propria integrità attraverso il contatto o l’associazione con esso, la paura della contaminazione come diretta conseguenza di tale riconoscimento, e in ultimo, l’evitamento dello stimolo motivato dalla paura stessa. Queste caratteristiche pongono una differenza netta tra disgusto e disprezzo, attribuendo loro delle qualità distintive che permettono di definirle come due emozioni differenti, infatti nel disprezzo non c’è né sensibilità alla contaminazione né paura della contaminazione e la persona disprezzata non è percepita come contagiosa: è solo inferiore e indegna di stima (non suscita paura).  

Il disgusto appare quindi come un’emozione complessa, le cui componenti cognitive non sono facili da identificare, a causa dell’ampia varietà dei trigger che l’attivano. Gli autori pongono un’ulteriore distinzione inerente alle varie tipologie di disgusto, identificando sia il disgusto sociale sia il disgusto morale: il primo può essere considerato come una forma di disgusto associata al ricordo nel comportamento o nell’aspetto, a quelli propri degli animali, come ad esempio mangiare cibo marcio o contaminato, o mangiare animali che in una certa cultura non sono socialmente accettabili, oppure diretto a persone il cui aspetto fisico assume connotati “animaleschi”, e può pertanto essere considerato come legato a convenzioni sociali; il secondo, sembra invece essere associato a violazioni del codice morale di cui la persona è ritenuta responsabile e questo tipo di violazione è considerata talmente grave che la persona viene giudicata come “non conforme allo standard di essere umano” e quindi dis-umanizzata, pertanto il conseguente evitamento non sarà legato solo al distanziamento fisico, ma al distanziamento sociale che assume una doppia valenza, una punitiva (come nel disprezzo morale) e l’altra difensiva, al fine di operare un distacco “protettivo” dal rischio di contagio morale. La mancanza di rispetto generata da questa forma di disgusto, assumerà, pertanto, un aspetto contraddittorio: come può una persona dia-umanizzata moralmente, essere al tempo stesso responsabile di un illecito? La risposta consiste nel fatto che chi è oggetto di disgusto è percepito come un traditore della dignità umana che non combatte le sue tendenze disumane. Pertanto il disgusto è legato all’etica, alla dignità e all’integrità umana, che assume una funzione adattiva in quanto misura autodifensiva e punitiva, che non sempre assume un’accezione negativa e può apparire appropriata quando questa è rivolta a condannare determinati illeciti comportamentali.

In conclusione, quindi, appare evidente che tali emozioni siano differenziate da specifici connotati cognitivi-motivazionali. Il disprezzo implica un elemento di “freddezza” poiché correlato ad una bassa attivazione fisiologica e per sua natura, è caratterizzato da un aspetto piacevole nello sperimentare tale emozione poiché basata su una percezione del sé come superiore all’altro (come ricordano Miceli e Castelfranchi “un caso particolare è rappresentato dal disprezzo verso sé, in cui il soggetto valuta se stesso, o meglio il sé reale percepito, tanto al di sotto degli standard sostenuti dal proprio sé ideale”), mentre il disgusto è ancestrale e “viscerale” poiché derivato da esperienze legate alla paura della contaminazione, è caratterizzato pertanto da un’esperienza spiacevole. Tale distinzione può assumere rilevanza, non solo in ambito clinico, per individuare le specifiche attivazioni fisiologiche, i correlati cognitivi e le attitudini comportamentali legati a queste due emozioni al fine di imparare a riconoscerle e discriminarle.

Riferimenti bibliografici

Miceli M, Castelfranchi C. Contempt and disgust: the emotions of disrespect. J Theory Soc Behav. 2018;1–25. https://doi.org/10.1111/jtsb.12159

Le esperienze passate nell’Anoressia Nervosa

di Barbara Basile

 Quali sono le esperienze relazionali infantili che predispongono allo sviluppo del disturbo psichico con il più alto tasso di mortalità?

L’Anoressia Nervosa (AN) insorge tipicamente in età adolescenziale, anche se negli ultimi anni l’età di esordio si è abbassata drasticamente, fino a toccare l’infanzia. La prevalenza si aggira attorno all’1,7% nelle femmine e allo 0,1% nei maschi e il disturbo, sviluppatosi tipicamente nei Paesi occidentali, si sta diffondendo in culture non occidentali e, in particolare, nei Paesi emergenti (Cina e altri Paesi asiatici).
L’anoressia è la patologia mentale con il più alto tasso di mortalità: tra il 5 e il 20% delle persone affette da questo disturbo alimentare perde la vita (nel 2016 in Germania a causa dell’AN sono morte quasi 40 persone!). La principale causa di morte deriva da complicanze mediche, legate soprattutto a problemi cardiaci. Le conseguenze sull’organismo includono la brachicardia, con consecutiva riduzione del volume cardiaco, la riduzione di calcio nelle ossa, la carenza di vitamina B12, sbalzi ormonali, fatica cronica e spossatezza, disidratazione, perdita dei capelli, pelle secca e aumento della produzione pilifera su tutto il corpo.

Quello che sostiene le pazienti con AN nel loro disturbo è lo scopo del “non essere grasse”. A questo obiettivo si accompagnano la distorsione dell’immagine corporea, un’ossessione perfezionistica che riguarda le forme del corpo e il cibo, e che spesso si estende ad altri ambiti di performance, una iper-focalizazione (sia cognitiva che comportamentale) sul cibo e sul corpo, a discapito dell’investimento su altre aree della vita e conseguenti strategie per ridurre l’aumento del peso o favorire la sua riduzione.

Ma quali sono i fattori di vulnerabilità, ovvero le esperienze di vita, soprattutto di natura relazionale, che predispongono allo sviluppo di questi sintomi? È possibile identificare delle caratteristiche familiari che creano una maggiore sensibilità all’eccessivo timore di “essere grasse”, al punto da mettere a rischio la propria vita?
La letteratura scientifica, purtroppo, ci dà scarse risposte. I pochi studi che hanno esplorato il problema rivelano che le pazienti con anoressia mostrano degli standard genitoriali molto severi e un perfezionismo di base significativamente superiori sia alle persone sane, che a pazienti affetti da altri disturbi psichici. Inoltre, considerando i diversi tipi di disturbi del comportamento alimentare, sembra che rispetto alle persone con Bulimia Nervosa, le pazienti con AN riportano un minor livello di protezione e sicurezza da parte della figura paterna. Da un recente studio preliminare, presentato alla prima edizione del Congresso Nazionale di Schema Therapy, è emerso che le pazienti con AN (confrontate con ragazze sane della stessa età) riportavano un eccessivo coinvolgimento, sia fisico che emotivo, da parte della figura materna, che in questo modo compromette un adeguato sviluppo del sé e dell’identità della figlia. Il padre, invece, è stato descritto come inibito e rigido sul piano della manifestazione delle emozioni e dei bisogni. L’ipercriticismo materno e la tendenza della madre ad avere degli standard molto severi predicevano, altresì, la gravità della sintomatologia anoressica e l’eccessiva preoccupazione per il peso e le forme corporee delle pazienti. Già autori come Minuchin, nel 1978, e Bruch, nel 2003, sostenevano che il cibo e il suo rifiuto potrebbero rappresentare per la ragazza anoressica l’estrema possibilità di opporsi in modo concreto e lampante all’iper-coinvolgimento materno, nel tentativo di rendersi indipendente e distaccarsi da un ambiente familiare invischiante, ipercritico e spesso invalidante sul piano dei vissuti emotivi, dei bisogni e desideri. Le esperienze precoci hanno indiscutibilmente un ruolo nel contribuire allo sviluppo di una vulnerabilità all’AN, così come degli altri disturbi del comportamento alimentare, e una buona parte di questi fattori va ricercata nell’ambiente familiare di origine, oltre che nelle già note dinamiche legate alla cultura (mistificazione dell’apparenza e pressione alla magrezza) e dello stato sociale di appartenenza.

Il cervello emotivo 2.0

di Manuel Petrucci

Le emozioni, le loro basi neurali e i rapporti con cognizione e motivazione nella prospettiva di Luiz Pessoa

 Negli ultimi decenni di fioritura della ricerca neuroscientifica, lo studio delle emozioni ha certamente occupato un posto di primissimo piano. La sfida è stata, ed è, quella di comprendere i meccanismi attraverso i quali attribuiamo salienza, valore agli stimoli esterni o interni, dando origine a una specifica reazione emotiva, e orientando selettivamente le risorse cognitive e comportamentali. Una funzione, quella di valutazione (appraisal) che risulta fondamentale se consideriamo innanzitutto i limiti delle risorse di elaborazione che abbiamo a disposizione. Questo problema, come sottolineato dagli studiosi dell’attenzione, impone ai sistemi cognitivi una selettività strutturale per poter risolvere la “competizione” tra gli stimoli simultaneamente presenti nell’ambiente a favore di alcuni e a discapito di altri.

Nell’ambito del XIX Congresso Nazionale della Società Italiana di Terapia Comportamentale e Cognitiva (SITCC), il prof. Luiz Pessoa, del dipartimento di psicologia della University of Maryland, ha tenuto una invited lecture dal titolo “The cognitive-emotional brain: from interactions to integration”. Secondo Pessoa, sono gli stimoli rilevanti per gli scopi dell’individuo a vincere la competizione, ed è in funzione del significato che gli eventi-stimolo rivestono per gli scopi attivi che l’emozione viene elicitata, guidando i processi cognitivi successivi e preparando all’azione più appropriata.
L’emozione, dunque, è intimamente collegata alla motivazione, e contribuisce in maniera decisiva alla creazione di una “mappa delle priorità” (priority map) fin dai primissimi stadi dell’elaborazione percettiva, per poi esercitare due specifiche influenze sul controllo cognitivo: un aumento della velocità e dell’efficienza dell’elaborazione (sharpening) e la direzione (shunting) ottimale delle diverse funzioni esecutive (aggiornamento, inibizione, flessibilità) verso il perseguimento degli scopi.
Questa visione integrata dei processi cognitivi, emotivi e motivazionali rappresenta un superamento dei classici modelli “a scatole e frecce”, a connotazione modulare. In questi modelli, la complessità dei fattori e delle funzioni può essere rappresentata solo da interazioni mono o bidirezionali e spesso orientate in senso “verticale”, come nelle dicotomie tra processi top-down/bottom-up o elaborazione corticale/sottocorticale, che risentono pesantemente di ben più antiche dicotomie tra ragione e passione, o tra cognizione ed emozione, appunto.

Appare chiaro che il funzionamento di base dell’individuo è guidato dagli scopi (top-down), ma la necessità di mantenere una flessibilità adattiva verso l’ambiente e le sue variazioni consente che stimoli salienti, dal punto di vista percettivo o emotivo, catturino l’attenzione (bottom-up), ri-orientando eventualmente gli scopi.

Un corollario di questa concettualizzazione è che se ci interroghiamo sul dove si trovi l’emozione nel cervello. La risposta sarà: “In tanti luoghi”. Per molti anni è stata dominante una visione secondo cui l’elaborazione dell’informazione emotiva avviene in maniera rapida, automatica, potenzialmente inconscia attraverso una via sottocorticale specializzata in cui l’amigdala svolge il ruolo principale. Questa visione è stata promossa dalle importanti scoperte della ricerca animale che hanno mostrato che l’attivazione delle connessioni tra il talamo uditivo e l’amigdala è sufficiente per sviluppare alcune forme di condizionamento pavloviano alla paura. Tuttavia, con i suoi studi e le sue influenti rassegne della letteratura, Pessoa ha contribuito a una sostanziale revisione di questo modello, evidenziando innanzitutto come le aree corticali, in particolare quelle coinvolte nelle funzioni esecutive, siano massivamente coinvolte anche nell’elicitazione, e non solo nella regolazione delle emozioni. Ad esempio, considerare “top” la corteccia prefrontale mediale, e “down” l’amigdala non consente di apprezzare la ricchezza delle connessioni bidirezionali di queste due aree, oltre che delle rispettive connessioni che intercorrono con altre aree coinvolte nella regolazione emotiva e nei processi di estinzione della paura, come l’ippocampo ventrale, il talamo mediodorsale, l’ipotalamo, la corteccia orbitofrontale.

Le implicazioni per la clinica, e in particolare per la terapia cognitiva, di queste conoscenze neuroscientifiche sulle emozioni sono molteplici e complesse, e spaziano dalla sopracitata regolazione emotiva alle strategie di cambiamento degli scopi, dal rapporto tra emozione e coscienza alle modificazioni innescate dai meccanismi di apprendimento e di esposizione. In conclusione, i processi cognitivi, emotivi e motivazionali non sono intercambiabili, e una loro considerazione specifica è utile sia nell’ambito della ricerca che della clinica (credenze, emozioni, scopi). Tuttavia, essi sono inestricabilmente legati, e una comprensione della mente, delle sue basi neurali e del funzionamento patologico richiede l’adozione di una prospettiva integrata, basata sul coordinamento di diverse funzioni sostenute dall’attività coordinata di diverse aree cerebrali, superando dunque intuitive, ma inconcludenti, dicotomie o schematizzazioni neuro-psico-filosofiche.

 

 

Per approfondimenti:

 

Pessoa, L. (2017). A network model of the emotional brain. Trends in Cognitive Sciences, 21(5), 357-371

 

Pessoa, L. (2017). Cognitive-motivational interactions: beyond boxes-and-arrows models of the mind-brain. Motivation Science, 3(3), 287-303

 

Pessoa, L., & Adolphs, R. (2010). Emotion processing and the amygdala: from a “low road” to “many roads” of evaluating biological significance. Nature Reviews Neuroscience, 11(11), 773-783

Perché la noia è interessante?

di Barbara Basile

Poco sopportata e evitata a tutti i costi… La sua intolleranza predispone all’abuso di sostanze e ad assumere comportamenti rischiosi: eppure la noia ha dei risvolti positivi

La noia, temuta e combattuta, risulta essere, dopo la rabbia, l’emozione che più spesso si cerca di sopprimere, con conseguenze a volte drammatiche. Emozioni di noia sono associate all’impulsività e alla ricerca di forti sensazioni e inversamente correlate alla qualità della vita e dei rapporti sociali. Di fatti, le persone che hanno difficoltà a tollerare questa emozione spesso ricorrono a comportamenti dannosi pur di liberarsene.

Da alcune ricerche è emerso che la noia è, assieme ai vissuti ansiosi e depressivi, il più frequente attivante delle abbuffate (binge eating). In un altro studio, tramite un simulatore di guida, è stato misurato il livello di distraibilità al volante. Si è osservato che chi ha una maggiore tendenza alla noia guida più velocemente, ha riflessi meno pronti nel gestire gli imprevisti e guida più spesso al centro della strada. In un’altra indagine si è osservato che oltre il 50% di studenti statunitensi con elevata tendenza alla noia faceva un uso significativamente maggiore di tabacco, droghe e alcol, rispetto ai colleghi meno sensibili  a questa emozione.

La società di oggi è sempre più complessa e articolata, offrendo un numero crescente di stimoli. A livello del Sistema Nervoso Centrale, la stimolazione produce un rilascio di dopamina e più la mente viene stimolata, più diventa dipendente e va alla ricerca di nuovi input. Di conseguenza, la capacità di restare concentrati su un compito per un tempo più lungo diventa sempre più difficile. In un esperimento sorprendente, alcuni ricercatori dell’Ohio hanno mostrato come persone sane a cui veniva chiesto di restare per 20 minuti soli e inoperosi in una stanza, sceglievano spontaneamente di provare dolore pur di interrompere l’esperienza della noia. Il 24% delle donne e il 67% degli uomini hanno scelto, almeno una volta, di auto-somministrarsi uno stimolo elettrico doloroso pur di “sentire qualcosa”.

In Germania un gruppo di studiosi ha identificato cinque diverse forme di noia partendo da una noia “indifferenziata”, più lieve e innocua (attiva per esempio, quando si assiste a lezioni o convegni o quando si è in attesa in fila), a una forma più acuta (definita “epathetic boredom”), a cui corrisponde un abbassamento dell’attivazione fisiologica e che sembra associata alla depressione. Proprio in Italia, un gruppo di psicoterapeuti cognitivisti sta indagando il ruolo di questa emozione nell’ambito della psicopatologia, con particolare focus sui disturbi dell’umore. In occasione del recente Congresso della Società Italiana di Terapia Cognitivo-Comportamentale (SITCC) a Verona, i colleghi toscani hanno presentato i dati di una ricerca in cui la noia è stata misurata in tre gruppi di pazienti affetti da Disturbo Bipolare di Tipo 1 (DB1), Disturbo Bipolare di Tipo 2 (DB2) o da un Disturbo Ciclotimico. I dati preliminari hanno mostrato che, rispetto agli altri, i pazienti con DB1 erano più suscettibili a questa emozione e tendevano a cercarne la causa nell’ambiente esterno. Analogamente, solo nel DB1, la noia era significativamente correlata con alcuni indici di malessere soggettivi, quali l’attivazione psicomotoria, l’umore instabile, l’irritabilità, tendenze suicidarie e uso di sostanze.

Intesa come un momento di stallo in cui gli scopi sono disattivi, la funzione della noia sembrerebbe ingaggiare in nuove attività, ricercando nuovi scopi e obiettivi. Diversi ricercatori sostengono che la noia promuova il mind wondering, il fantasticare, e che questo possa a sua volta facilitare il problem solving e il pensiero creativo. Alcune persone sono riuscite a trasformare l’intolleranza alla noia in qualcosa di positivo, abbracciando serenamente l’incessante bisogno di nuovi stimoli in modo adattivo.

Sei triste, te lo leggo in faccia!

di Angelo Maria Saliani

Le espressioni del viso sono davvero lo specchio dei nostri sentimenti?

Nella cultura occidentale è ben radicata l’idea che gli esseri umani siano universalmente predisposti a provare alcune emozioni di base e che a ciascuna di queste emozioni corrisponda un’inconfondibile espressione del viso. “Sei triste, te lo leggo in faccia!”, “Sei felice, si vede dalla faccia”, “Il tuo sguardo non mente, hai paura!”: sono solo alcuni esempi di come ogni giorno, interagendo con gli altri, usiamo questa teoria delle emozioni. Proviamo in modo rapido e automatico un sentimento, in modo altrettanto rapido e automatico lo esprimiamo con una tipica espressione del viso e chiunque, in qualunque parte del mondo, se invitato a guardarci in faccia e a dire cosa stiamo provando indovina istintivamente la nostra emozione. Questa teoria, da millenni presente nel pensiero occidentale, ha trovato una base scientifica negli anni ’70 del secolo scorso grazie agli studi di Paul Ekman, che nelle sue ricerche ormai classiche sembrò dimostrare che ogni emozione di base (gioia, sorpresa, disgusto, paura, tristezza e rabbia) è riconosciuta da soggetti di diverse parti del mondo e diverse culture come corrispondente a una tipica espressione facciale. Il disegno sperimentale era abbastanza semplice: ai soggetti venivano mostrate foto di espressioni del viso ed era poi chiesto loro di abbinarle a delle emozioni. Il riconoscimento delle emozioni attraverso tipiche espressioni facciali sembrò universale.

Nonostante la grande popolarità e una sua ampia applicazione (persino in importanti programmi governativi per il riconoscimento di potenziali terroristi), questa teoria non ha mai goduto di un pieno consenso scientifico. Alcuni studi recenti sfidano apertamente le tesi di Ekman. Carlos Crivelli ha condotto una ricerca su emozioni ed espressioni facciali in Papua Nuova Guinea. I soggetti cui veniva chiesto cosa vedessero nella foto di una faccia con occhi sgranati e bocca spalancata (tipica espressione di paura per la cultura occidentale) rispondevano di non riconoscere in essa un volto spaventato ma piuttosto un’intenzione malevola, di minaccia e aggressione. O quando veniva mostrata la foto di una faccia sorridente solo una piccola percentuale di soggetti rispondeva che esprimesse gioia. Circa la metà di loro interpretava quell’espressione in termini di azioni, come ad esempio ridere, piuttosto che di stati interni. Sulla base dei dati di questo studio è possibile contestare almeno due punti della teoria classica sulla espressione facciale delle emozioni: primo, forse non è vero che il riconoscimento delle emozioni attraverso le espressioni del viso è universale e dunque indipendente dalle differenze culturali; secondo, forse non è vero che le espressioni facciali riflettono le emozioni degli individui.

Ma se le espressioni del nostro viso non riflettono le nostre emozioni allora cosa segnalano? Una tesi intrigante è che le nostre facce servano a mostrare le nostre intenzioni e le nostre motivazioni sociali, i nostri scopi. La direzione, la piega che desideriamo dare all’interazione in corso.
Per approfondimenti:

Crivelli C. and Fridlund A. J., (2018), Facial Displays Are Tools for Social Influence, Trends in Cognitive Sciences, May 2018, Vol. 22, No. 5

Mindfulness, Controllo esecutivo e regolazione delle emozioni

di Daniele Ferrari
a cura di Mauro Giacomantonio

Nel corso degli ultimi decenni la particolare pratica meditativa chiamata Mindfulness ha stabilmente guadagnato popolarita’ nella cultura occidentale, diventando anche argomento di studi delle scienze psicologiche.
La Mindefulness comprende due sfaccettature: l’attenzione al momento presente e l’accettazione non giudicante di emozioni e pensieri.

I benefici sulla regolazione delle emozioni nel praticare la Mindfulness sono ben documentati, ma il come riesca a migliorare questa capacità non è ancora del tutto chiaro.

Un nuovo collegamento tra la Mindfulness e il miglioramento dell’abilità di regolazione emotiva potrebbe essere rappresentato dal ruolo svolto dal controllo esecutivo (la capacità di attuare un comportamento diretto verso l’obiettivo, mettendo in atto complessi processi mentali e abilità cognitive).

Nello specifico, il suggerimento è che l’attenzione al momento presente e l’accettazione non giudicante, coltivati dalla pratica meditativa, siano cruciali nella promozione del controllo esecutivo perchè icrementano la sensibilita’ ai piccoli segnali emotivi che vengono esperiti (ad es. la ‘fitta’ d’ansia,  rapida e sfuggente, preconscia, che si prova dopo aver commesso un errore). Questa raffinata sintonizzazione e apertura ai sottili cambiamenti favorisce il controllo. In che modo?

Meditare non è un processo di svuotamento della mente, una sospensione dal “sentire”, al contrario, tende a un sentire più chiaro,  l’adozione di una mentalità aperta e non giudicante agisce sulla relazione della persona con le proprie emozioni (considerate ora come eventi mentali transitori piuttosto che riflessi della realtà) e non sulla natura delle emozioni stesse, migliora la capacità di elaborare in modo più adattivo le informazioni emozionali ed a non utilizzare strategie di regolazione emozionale disfunzionali, come l’evitamento, il rimuginio o la soppressione.

La percezione più nitida della discrepanza esistente tra la rappresentazione dello stato attuale e quella dello stato desiderato aiuta a reclutare il controllo esecutivo e, di conseguenza, la capacità di fare aggiustamenti e migliorare la gestione della nostra condotta, attraverso un lavoro di approssimazioni successive tra Attenzione e Accettazione.

Le persone in grado di sentire e accettare l’iniziale “fitta” emotiva saranno anche in grado di mobilitare più rapidamente le risorse di regolazione necessarie, minimizzando le conseguenze negative associate a reazioni emotive irruenti.
Se ad esempio una persona ha come scopo la gestione della propria rabbia, il riconoscimento (chiaro e in anticipo) dello stato fisiologico transitorio (battito cardiaco accelerato), segnala il possibile fallimento dello scopo “gestione rabbia”, innescando il veloce reclutamento delle necessarie risorse regolatorie.

Quali altre conseguenze ipotetiche ci possono essere come conseguenza  di un miglior controllo esecutivo?

Quando i segnali emotivi cessano di essere adattivi diventando reazioni  disadattive ?

La consapevolezza migliora l’esperienza emotiva o consente una maggiore precisione di lettura?

Tra i molteplici effetti della Mindfulness, considerando gli interrogativi che si generano nel tentativo di comprendere i meccanismi che la sottendono, possiamo includere, senza dubbio, lo stimolo alla ricerca scientifica.

 

Per l’ampia bibliografia riferirsi alla pubblicazione originale:

Teper, Segal, & Inzlich, Inside the Mindful Mind, 2013.
http://journals.sagepub.com/doi/full/10.1177/0963721413495869

Arrossire? Esprime sincerità

di Maurizio Brasini

Il rossore sul viso è un po’ come ammettere un torto e induce la benevolenza del prossimo

Quello dell’arrossire è, tra i fenomeni emotivi, uno dei più affascinanti e misteriosi. Charles Darwin, il primo a proporre la teoria che le emozioni umane siano utili per la sopravvivenza della specie e che siano, nella loro forma essenziale, innate, ovvero ereditate e invarianti, sosteneva che l’arrossire fosse “la più peculiare e anche la più umana di tutte le espressioni emotive”. Oggigiorno sappiamo che Darwin aveva ragione sulle emozioni: sono una specie di linguaggio universale e automatico, di fondamentale importanza per una specie iper-sociale come è la nostra. Pertanto, sebbene sia soggettivamente spiacevole sentirsi avvampare in presenza di terze persone, e anche se immaginare che tutti possano accorgersi del nostro imbarazzo generalmente peggiora le cose, tuttavia è ragionevole supporre che anche l’arrossire serva a comunicare qualcosa agli altri, e che questo messaggio sia utile e vantaggioso.

Perché, dunque, arrossiamo? Dal punto di vista fisiologico, il rossore dipende dalla vasodilatazione dei capillari presenti nel volto, nel collo e nelle orecchie; la vasodilatazione a sua volta è regolata attraverso meccanismi involontari del cosiddetto sistema neurovegetativo. Bisogna considerare che il volto è il veicolo principale attraverso il quale esprimiamo le nostre emozioni, per cui in generale il sangue affluisce al viso quando siamo maggiormente disposti alle interazioni sociali, un po’ come se volessimo disporci a usare i muscoli della faccia e al tempo stesso attirare l’attenzione degli altri su ciò che stiamo per comunicare. Al contrario, il sangue defluisce dal volto e si riversa nei muscoli quando ci prepariamo, ad esempio, a combattere contro un nemico o a fuggire da un pericolo.

Se ci fate caso, si arrossisce in situazioni diverse; in genere quando pensiamo all’arrossire abbiamo in mente le figuracce, cioè la vergogna; ma anche la timidezza e il pudore possono farci arrossire. Arrossisce, inoltre, chi si arrabbia, specialmente di una rabbia emotivamente “calda”, mentre la violenza del serial-killer è gelida anche nei tratti del volto che tende a impallidire. Si diventa rossi anche nel pianto, che segnala una condizione di disagio e il bisogno di ricevere cure e conforto. Si può dire che, in generale, arrossisce chi si “accalora” emotivamente, ovvero è molto coinvolto in uno scambio emotivo; se ci fate caso, anche nella passione dell’eros si colorano le gote.

Una prima ipotesi allora è che un po’ di rossore accompagni il cosiddetto “social engagement”, cioè il coinvolgimento emotivo nella relazione. Ma a cosa serve in particolare quella condizione di rossore esasperato che, quasi per dispetto, fa la sua comparsa proprio quando vorremmo farci piccoli piccoli oppure sprofondare e scomparire dalla vista dell’altro? Se ci soffermiamo sull’arrossire che accompagna la vergogna, notiamo alcune peculiarità. La prima, dal punto di vita fisiologico, è che la vasodilatazione periferica dei capillari del volto si accompagna a una attivazione concomitante del sistema simpatico, quello che, per intendersi, regola i comportamenti di attacco/fuga e che dovrebbe comportare il pallore del volto; in pratica, siamo contemporaneamente in una situazione di stress che ci predispone all’autodifesa e in una condizione esasperata di ricerca di contatto e coinvolgimento nella relazione. Qualcosa di simile si può osservare se consideriamo gli altri segnali emotivi del corpo che accompagnano il rossore nella vergogna: in genere la testa tende a chinarsi e lo sguardo a rivolgersi in basso; sembra proprio che qualcosa segnali il nostro desiderio di “scomparire” dalla relazione, mentre qualcos’altro (il colore rosso) ci rende più evidenti e visibili agli occhi dell’altro. Che significa tutto questo?

Secondo la prospettiva evoluzionista, la vergogna è un’emozione cosiddetta di “rango”, cioè un modo di segnalare la propria sottomissione e “arrendersi” all’altro; nel mondo degli animali sociali, poter dare un segnale di resa è di fondamentale importanza perché interrompe ogni contesa e consente allo sconfitto di essere nuovamente ammesso nel branco; teniamo anche presente che il branco tende ad allontanare chi ne viola le regole. Secondo questa ipotesi, il rossore della vergogna potrebbe servire a trasmettere pressappoco questo messaggio: “In questo momento vorrei scomparire perché sono una persona indegna, ma al tempo stesso spero che vorrete accogliermi ancora tra voi e aspetto un vostro segnale per avvicinarmi”. Arrossire è un po’ come ammettere un proprio torto, e mostrare apertamente ai propri simili il sincero disagio che ne deriva. Una recente ricerca sostiene proprio questa ipotesi; la gente è più benevola nei confronti di qualcuno che ha fatto qualcosa di vergognoso (come non rispettare una fila o rovesciare del caffè addosso a qualcuno) se questa persona arrossisce. Un po’ come se arrossire testimoniasse la buona fede del trasgressore e lo aiutasse a “salvare la faccia”. In pratica, se anche fosse possibile controllare il rossore della vergogna… Sarebbe controproducente!

Ci sono tuttavia alcune persone che tendono ad arrossire molto facilmente e vivono il loro rossore come un problema invalidante, che può anche portarli a evitare di esporsi agli altri; questo problema è chiamato “eritrofobia”: la paura di diventare rosso in volto. In questi casi il problema non è la vergogna in sé, che è un’emozione naturale, ma la cosiddetta “meta-vergogna”, ovvero la vergogna che si prova nel vergognarsi. In pratica, alcune persone valutano in modo particolarmente negativo il fatto di provare vergogna, immaginando conseguenza catastrofiche, in genere legate a ciò che gli altri penseranno nel vederli arrossire, o a ciò che di negativo il loro rossore dimostra sul loro conto. Da qui la paura di trovarsi in situazioni in cui si potrebbe arrossire, che paradossalmente aumenta la probabilità di arrossire e rende più intenso e duraturo lo stato di vergogna che mantiene il rossore. I meccanismi di questo circolo vizioso sono ben noti e vi sono numerose prove di efficacia della terapia cognitivo-comportamentale nel contrastare questo problema. La terapia consiste essenzialmente nel riconoscere i meccanismi che alimentano la vergogna di vergognarsi e nell’imparare ad accettare il proprio rossore come qualcosa di non-catastrofico.

Che schifo! Sarò stato contaminato?

di Barbara Basile

Cosa è il disgusto? Che funzione ha nella nostra vita e cosa accade se siamo troppo sensibili ad esso?

 Il disgusto ci salva dall’ingestione di cibi andati a male o dal contatto con sostanze potenzialmente pericolose. Grazie alla sua intensa sgradevolezza, associata a una specifica espressione del viso, a sensazioni fisiologiche (come nausea e vomito) e a una risposta di repulsione e allontanamento, l’uomo è riuscito a evitare alimenti putrefatti, a sottrarsi al contatto con animali sporchi e potenziali vettori di malattia, a evitare il possibile contagio tramite ferite o manifestazioni corporee potenzialmente dannose. Tutte queste caratteristiche e manifestazioni sono descritte in modo molto evocativo nel libro “Il Profumo” di Patrick Süskind.

Un’altra accezione più evoluta e socialmente determinata è quella del disgusto socio-morale, inteso come regolatore delle relazioni tra le persone. Capita spesso di sentir dire: “Che persona disgustosa!”, “Quell’individuo mi fa schifo! Non ci voglio avere a che fare”, rispetto a soggetti che agiscono in modo immorale, per esempio pedofili, stupratori, dittatori politici o personaggi che in qualche modo ledono, usano o approfittano degli altri. In questo senso, il disgusto incoraggia risposte di rifiuto e repulsione e anche di punizione (come accade, ad esempio, per i condannati criminali che vengono sottoposti a una pena da scontare in carcere).

Il disgusto si apprende fin dai primi mesi di vita, quando i genitori usano manifestazioni verbali o smorfie per indicare al bambino di non toccare o raccogliere oggetti sporchi e potenzialmente dannosi. Le figure genitoriali hanno quindi un ruolo fondamentale nell’insegnare al bambino come approcciarsi a questa emozione e rappresentano un modello di apprendimento molto importante.

Nel Disturbo Ossessivo Compulsivo (DOC) il disgusto gioca un ruolo chiave. Ciò è particolamente vero nel sottotipo da contaminazione, in cui si ha il timore di potersi sporcare o di essere contagiati da una possibile malattia. Queste paure molto intense spingono a comportamenti di evitamento (arrivando anche a non uscire più di casa), di controllo e soprattutto di lavaggio, con lo scopo di prevenire a tutti i costi qualsiasi possibile contaminazione. Il film francese “Supercondriaco – Ridere fa bene alla salute” rappresenta abbastanza fedelmente quali possono essere i timori e i comportamenti che una persona affetta da questo disturbo vive.

Trattare chi ha una elevata sensibilità al disgusto è molto difficile, soprattutto considerando il forte potere attivante che questa emozione racchiude. Il flooding rappresenta una possibile tecnica di intervento terapeutico, difficile da attuare poichè richiede una fortissima adesione del paziente. Si tratta di un approccio comportamentale, in cui l’individuo entra in contatto con le situazioni che generano ansia in modo non-graduale e prolungato. L’ipotesi è che nel soggetto esposto allo stimolo ansiogeno per molto tempo, pian piano la risposta d’ansia si attenui fino alla completa estinzione. Proprio questo, senza anticipare troppo il finale del film diretto da Dany Boon, è quello che sperimenta il protagonista. Altri interventi consistono nell’aiutare il paziente a esporsi gradualmente agli stimoli disgustosi o pericolosi, senza poi mettere in atto i comportamenti di lavaggio (Esposizione e Prevenzione della Risposta, E/RP). Ancora, si può chiedere all’individuo di associare più volte gli stimoli disgustosi con stimoli valutati da lui come molto gradevoli. Se correttamente applicato, questo processo di controcondizionamento dovrebbe depotenziare l’effetto attivante negativo degli stimoli disgustosi. Anche in ambito scientifico, purtroppo, gli studi volti a verificare l’efficacia di uno specifico trattamento psicoterapico sono ancora scarsi.

 

Per approfondimenti:

 – Questa et al., Cognitivismo Clinico (2013) 10, 2, 161-172

– Mancini F. (2016), a cura di “La mente ossessiva”. Raffaello Cortina Editore