Un test per scoprire emozioni da Covid

di Giuseppe Femia e Isabella Federico

Gli effetti psicologici della pandemia che stiamo vivendo

Gli effetti psicologici connessi a Covid-19 sembrano – ora più che mai – apparire come tutt’altro che secondari, anzi, talvolta sembrano addirittura precedere e anticipare quelli fisici.

La “coronafobia” provoca: panico, ansia, comportamenti ossessivi, atteggiamenti di “accaparramento”, paranoia, depressione e disturbo da stress post-traumatico (PTSD) nel lungo periodo, un sentimento di maggiore solitudine negli anziani, maggiori ansia e incertezza, irritabilità e noia nei bambini e nei ragazzi, episodi di violenza e scompenso nei pazienti psichiatrici. Tali manifestazioni sono peraltro continuamente alimentate da una cosiddetta “infodemic”, ovvero dai continui messaggi riguardo il virus trasmessi dalle diverse piattaforme dei social media. Non solo: assistiamo a esplosioni di razzismo, stigmatizzazione e xenofobia contro le comunità straniere.

Abbiamo qui associato le lettere che compongono la parola “Covid” agli aspetti che mettono a dura prova la nostra psicologia in questo periodo storico, procurando effetti negativi a lungo termine e segnando la nostra memoria emotiva:

C – OSCIENZA/ COSTRIZIONE: certamente la pandemia e tutti i suoi scenari scuotono la nostra coscienza (di tipo individuale e collettivo), generando uno stato di allarme generalizzato e di preoccupazione, un senso di confusione rispetto ai nostri piani esistenziali, costringendoci a entrare in contatto con gli aspetti più vulnerabili del “Sé”. Ci troviamo di fronte a quelli che sono universalmente gli scenari più temuti: ammalarsi, morire, rimanere soli, in un clima di deprivazione emotiva, di difficoltà ed emergenza. Siamo costretti a un modus vivendi inconsueto, restrittivo, ponendoci di fronte a una richiesta che suona quasi come un paradosso: ignorare la nostra natura sociale di scambio e interazione, diventare degli “animali distanzianti”, a garanzia di un bene comune, quello di preservare la specie.

O–SSESSIONE: il Covid-19 ha generato un proliferare di ossessioni in generale e in particolare di quelle connesse alla salute, all’igiene, oltre a preoccupazioni riguardanti il futuro, una sorta di rimuginio. Ha certamente sollecitato il nostro pensiero spingendolo a ruminare su quanto sia probabile ammalarsi, guarire o morire, e quanto sia grave rispetto alla responsabilità che potremmo avere nel generare un contagio o nel subirlo.

V–ERDETTO: positivo o negativo? Se il verdetto è negativo, possiamo tirare un sospiro di sollievo, ma se il verdetto è positivo? Come mai le persone temono così tanto rendere pubblica la propria positività? Come se non bastasse, allo stato di allerta e pericolo, sembra aggiungersi – nella maggior parte dei casi – un incremento di emozioni non solo di ansia ma di vergogna, senso di colpa e di vissuti di inadeguatezza, come se essere positivi al Covid-19 determinasse un vero e proprio stigma. Uno stato di tensione che genera ansia e certamente segna il proprio vissuto, la propria storia e quotidianità. Uno stato, questo, che certamente favorisce quei fenomeni di ansia anticipatoria, di controllo eccessivo e di preoccupazione ipocondriaca.

I–MMUNITÀ: tutti sogniamo di essere immuni, o poterlo diventare, e taluni credono di esserlo già: negano addirittura la presenza del virus e la sua pericolosità, si sentono onnipotenti e lo sfidano, e alcuni di loro escogitano strategie complottiste, un chiaro segno di rifiuto della realtà. Tale fenomeno ha chiaramente ingrediente di interesse clinico, riflettendo i meccanismi eziopatogenetici di talune condizioni psicopatologiche: spesso quando la minaccia diventa eccessiva si escogitano meccanismi di diniego o di alterazione dell’esame di realtà.

D–EMOCRAZIA/DOMINANZA: nessuno ha più la possibilità di non pensare al Covid-19, il virus ha totalmente invaso la nostra libertà mentale, oltre che fisica (limitazioni negli spostamenti, coprifuoco, etc), DOMINANDOLA. Tutti siamo tenuti a considerarlo nei suoi aspetti catastrofici, dietro i quali risuona la più generale paura della malattia, della morte, della perdita e, se dovessimo dimenticarlo, certamente qualcuno sarà pronto a ricordarcelo. Persino coloro che provano a negare la sua presenza combattono per non vederlo, si ribellano e ne sono invasi in termini di pensiero e comportamento.

Riflettendo sulla situazione attuale dovuta alla pandemia e alla quarantena, possiamo dunque concludere che il clima psicologico del Covid-19 porta con sé una crisi di valori, personali e collettivi, che certamente ci costringe a rivalutare le priorità e a mettere in discussione molti dei nostri schemi culturali di riferimento e di funzionamento psicosociale e per questo si rendono necessari interventi coordinati dei professionisti della salute mentale.

Al fine di indagare sugli effetti mentali del periodo che stiamo vivendo, abbiamo creato il test online Le emozioni durante la pandemia da Covid-19, rivolto a chiunque voglia parteciparvi in forma anonima e gratuita. Gli effetti psicologici a lungo termine dovuti a Covid-19 non sono da sottovalutare, specialmente in relazione a questa seconda ondata. Pertanto meritano approfondimento e ulteriore livello di indagine.

 

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Le emozioni durante la Pandemia da Covid-19 

 

Per approfondimenti

Damasio, A. (1994). L’errore di Cartesio. Emozioni, ragione e cervello umano. Adelphi, Milano, 1995

Dubey, S., Biswas, P., Ghosh, R., Chatterjee, S., Dubey, M. J., Chatterjee, S., Lahiri, D., & Lavie, C. J. (2020). Psychosocial impact of COVID-19. Diabetes & metabolic syndrome, 14(5), 779–788. https://doi.org/10.1016/j.dsx.2020.05.035

Lyons, D., Frampton, M., Naqvi, S., Donohoe, D., Adams, G., & Glynn, K. (2020). Fallout from the COVID-19 pandemic – should we prepare for a tsunami of post viral depression?. Irish journal of psychological medicine, 1–6. Advance online publication. https://doi.org/10.1017/ipm.2020.40

Talevi, D., Socci, V., Carai, M., Carnaghi, G., Faleri, S., Trebbi, E., di Bernardo, A., Capelli, F., & Pacitti, F. (2020). Mental health outcomes of the CoViD-19 pandemic. Rivista di psichiatria55(3), 137–144. https://doi.org/10.1708/3382.33569

Vindegaard, N., & Benros, M. E. (2020). COVID-19 pandemic and mental health consequences: Systematic review of the current evidence. Brain, behavior, and immunity, 89, 531–542. https://doi.org/10.1016/j.bbi.2020.05.048

DOC e DOCP durante la pandemia

di Gianluca Ghiandi e Giuseppe Femia

Il lockdown per il Covid-19 ha evidenziato le differenze tra il disturbo ossessivo compulsivo e il suo omonimo di personalità

Il Covid-19 è un virus noto ormai da alcuni mesi a livello mondiale a causa dei suoi effetti negativi non solo per la salute fisica (febbre, tosse, polmonite e persino la morte) ma anche per quella psichica, soprattutto considerando le ripercussioni che questa malattia ha avuto nella vita delle persone.
Il lockdown mondiale ha infatti portato, forse per la prima volta nella storia dell’essere umano, a un “cessate il fuoco” collettivo, un’immobilizzazione di massa a cui probabilmente non eravamo preparati. Viviamo, infatti, in un’era in cui la “corsa contro il tempo”, affinché si riesca a svolgere tutte le attività giornaliere programmate, sembra essere una prerogativa fondamentale delle nostre vite. Fare, fare e ancora fare.
Risulta quindi comprensibile supporre che, quando arriva il momento in cui ci viene chiesto di “non fare”, non solo questo ci risulta strano e inaspettato, ma produce anche conseguenze negative di considerevole impatto sul nostro status psico-emotivo, con le quali tutti (o quasi) dovremmo farne i conti. Un’indagine condotta da Wan-Sheng Wang e collaboratori della Huaibei Normal University, in Cina, ha mostrato un aumento dei vissuti emotivi di ansia, depressione e sensibilità ai rischi sociali, con una conseguente diminuzione della soddisfazione della vita.

Nonostante la prevalenza di questi vissuti emotivi sia molto comune nella popolazione, le reazioni comportamentali sembrerebbero invece essere diverse in simili circostanze. Prendiamo ad esempio in esame il disturbo ossessivo compulsivo e il suo omonimo di personalità. Da tempo questi due disturbi, nonostante le numerose evidenze scientifiche mostrino il contrario, vengono spesso associati e confusi come due manifestazioni sintomatologiche sovrapponibili. Infatti, mentre la persona con disturbo ossessivo compulsivo presenta un quadro sintomatologico caratterizzato da ansia e pensieri indesiderati, insight e sofferenza a causa delle proprie ossessioni, sentimenti di colpa e propensione al disgusto, le persone che presentano un assetto ossessivo della personalità si caratterizzano per la presenza di standard elevati, rigidità, difficoltà a gettare oggetti inutili, avarizia, iper-produttività a discapito delle attività di svago e di piacere, regole rigide e intransigenti rispetto a ciò che è giusto o sbagliato, estrema aderenza all’autorità e scarsa capacità a comprendere il punto di vista e le emozioni degli altri, apparendo spesso arroganti, prepotenti, testardi e polemici. Quest’ultimi mostrerebbero, inoltre, una spiccata difficoltà a manifestare le proprie emozioni in quanto spinti dall’idea che debbano essere controllate per non danneggiare il valore di sé. Infine, nella clinica si è riscontrato spesso che i pazienti con DOC manifestano maggiore capacità di adattamento sul piano sociale, affettivo e interpersonale rispetto ai pazienti con DOCP.

Forse oggi, in tempo di pandemia, è possibile riuscire a delineare ed evidenziare una maggiore differenziazione di comportamento e reazione tra questi due quadri sintomatologici. Sappiamo ad esempio che, in genere, i pazienti con una personalità ossessiva tendono a mostrare un bisogno costante di controllo interpersonale, con conseguenti manifestazioni di rabbia (occasionali ma esagerate) che si manifestano sia in ambiente familiare sia in ambiente lavorativo, soprattutto quando percepiscono che le cose non vengono fatte secondo il loro principio di perfezione. Inoltre, è interessante notare come da un lato mostrano una tendenza ad essere eccessivamente esigenti e punitivi nei confronti di un subordinato e dall’altro, presentano invece una predisposizione a sottomettersi facilmente all’autorità. Sono spinti da una forte motivazione intrinseca, una sorta di automatismo, una doverizzazione (“Faccio così perché è giusto che sia così, questo è il modo giusto di farlo”), che non permette loro di riconoscere che in realtà sono persone dotate di desideri, intenzioni e scopi e che potrebbero lasciarsi guidare da questi senza per forza doversi sottomettere al proprio giudizio.
Al contrario, le persone che presentano un disturbo ossessivo-compulsivo sembrano essere governate dallo scopo di volere essere accettati, degni e non colpevoli, e soprattutto non criticati in modo sprezzante. Ad esempio, nei soggetti con il timore delle contaminazioni, lo scopo ultimo non è tanto quello di prevenire ed evitare il contagio in sé, quanto piuttosto quello di eludere il rischio di essere responsabili della contaminazione propria ed eventualmente di altri, di poter quindi recare loro un danno, al fine di non poter essere considerati moralmente responsabili o omissivi; a queste preoccupazioni segue una seconda valutazione critica di sé, della sintomatologia, dei rituali, dei costi, assieme al timore di poter essere fonte di disgusto e disprezzo e giudizio negativo da parte degli altri. I pazienti DOC si caratterizzano, quindi, per un timore di giudizio negativo e in particolare circa la possibilità che le persone possano provare verso di loro disgusto e disprezzo compromettendone l’immagine e l’integrità morale.

Dall’analisi di questi due quadri comportamentali risulterebbero chiari ed evidenti i punti di divergenza e convergenza dei due disturbi. In entrambi i casi sembrerebbe molto probabile che, in questo periodo di crisi, le due tipologie di pazienti mostrino vissuti depressivi e paranoici e un incremento di ansia rispetto al tema della responsabilità e delle regole. Plausibilmente, troveremo in entrambi un totale rispetto delle regole della pandemia, anche se esse sono sostenute da scopi diversi: da una parte i pazienti con DOC mostrano una costante paura del contagio e fanno di tutto affinché questo non avvenga per non sentirsi moralmente responsabili di essere eventuali vettori del virus, aumentando così probabilmente le loro compulsioni e le loro restrizioni, dall’altra i pazienti che mostrano una personalità ossessiva sono, invece, di per sé ligi alle regole a causa dei sentimenti di giustezza che governano la loro vita, pronti a conformarsi quando gli altri non lo sono e dunque pertanto potrebbero arrabbiarsi se queste non vengono rispettate, data anche la loro tendenza a sottoporsi facilmente alle regole dell’autorità. A causa quindi delle restrizioni, quest’ultimi potrebbero inoltre provare rabbia ed essere polemici e scombussolati dal fatto che i programmi siano saltati o da ridefinire. Potrebbero sperimentare preoccupazione rispetto al futuro, ai danni economici e sono pronti a rinnovare la loro parsimonia e la loro testardaggine a livello interpersonale.

Per approfondimenti

Brooks, Sam & Webster, Rebecca & Smith, Louise & Woodland, Lisa & Wessely, Simon & Greenberg, Neil & Rubin, G.. (2020). The Psychological Impact of Quarantine and How to Reduce It: Rapid Review of the Evidence. SSRN Electronic Journal. 395. 10.2139/ssrn.3532534.

Li, S., Wang, y., Xue, J., Zhao, N., & Zhu, T. (2020). The impact of Covid-19 epidemic Declaration on Psychological consequences: a study on active Weibo users. International Journal of Environmental Research and Public Health, 17(6), 2032.

Mancini, F. (2016). La mente ossessiva. Raffaello Cortina Editore. Milano

Se la distanza diventa vicinanza

di Giuseppe Femia

Dalla cyber-psychoterapy al bisogno del contatto umano

La quarantena ha determinato un cambiamento della pratica in psicoterapia. Il rapporto fra paziente e psicoterapeuta si sposta in una piattaforma virtuale, il setting cambia forma, lo spazio fra i due protagonisti (di questo complesso processo) è determinato da nuovi elementi: la voce passa attraverso il microfono, il corpo viene veicolato  dalla webcam, la relazione si catapulta in un’altra dimensione.

Viene spontaneo chiedersi: questo tipo di setting “trasformato” rischia di danneggiare l’alleanza terapeutica?. Dunque s’innescano dei timori: e se questa modalità di psicoterapia diventasse una prassi troppo diffusa?

Questo “newspace” di interazione potrebbe davvero avere delle implicazioni negative e svilire la relazione tra terapeuta e paziente, intesa come nucleo fondante della psicoterapia, quel concetto “meta” attorno al quale ruotano tutti quegli aspetti tecnici e metodologici?

Soprattutto, ci chiediamo se e quanto l’empatia – quel calore umano caratterizzante e ingrediente che da sempre contraddistingue il rapporto di cura – possa ridursi o venire meno.

E noi psicoterapeuti corriamo il rischio di diventare meccanici, tecnicisti, “metallici”?

Progresso- trasformazione-rischio?

È plausibile pensare che questo tipo di aggiustamento fra psicoterapeuta e paziente possa (paradossalmente) aver rafforzato la relazione e rinnovato il rapporto di fiducia alla base degli interventi di supporto e di cura.

Altra domanda, forse ancor più interessante, è: come ci sentiamo noi psicoterapeuti, come ci percepiamo in questa situazione, in questo diverso setting? Più oppure meno efficaci? Progressisti versatili o romantici conservatori?

Cambia il nostro vissuto e il nostro ruolo e si modificano i confini fra paziente e terapeuta?

Viene violato lo spazio personale? Siamo più rigidi (reazione da compenso) o disinibiti?

Da sempre, il luogo fisico della psicoterapia è investito di un importante ruolo, quasi cruciale, rispetto alla costruzione di un legame di alleanza e anche rispetto al successo del trattamento. Nella tele-psicoterapia lo spazio cambia forma, è meno gestibile, meno prevedibile, influenzato da diverse variabili: l’ambiente è poco tutelato a livello di privacy, non è  esclusivo e specifico (destinato solo a quel tipo di attività), il setting è in “metamorfosi”.

Se il processo di psicoterapia ne risente, bisogna chiedersi qual è il peso specifico di questi ingredienti e quanto questa modalità possa essere  rischiosa in termini clinici. E se sì, con quali pazienti? Per chi, invece, appare più efficace e in quali casi si mostra più opportuna?

Per alcuni diventa un mantenimento fobico, per altri una salvezza, una finestra aperta in una casa chiusa durante una guerra fredda. Questa modalità potrebbe trascurare i ragazzi, gli adolescenti; potrebbe diventare una forma di psicoterapia troppo élitaria ed escludente nei confronti di coloro che sono poco inclini al digitale per scelta o per possibilità; potrebbe non essere sufficiente in quelle realtà cliniche svantaggiate che richiedono non solo presenza, ma soprattutto supporto emotivo “in vivo”. Alcuni profili, come quelli paranodei o quei disturbi gravi della personalità (di difficile gestione nella relazione e nell’alleanza terapeutica), potrebbero non aderirvi. Sembra dunque necessario valutare i disturbi e i tipi di personalità al fine di adattare e regolamentare il setting telematico, arginare alcuni fenomeni che potrebbero peggiorare alcuni quadri sintomatologici o determinare fenomeni di drop-out. 
Invece, osservando la letteratura si rilevano successi e dimostranze di efficacia: alcuni studi riportano risultati positivi di questo setting telematico con pazienti affetti da una sintomatologia clinica di tipo depressivo, ansiosao o nei disturbi alimentari, in particolare con bulimia nervosa. Altri studi sembrano indicare come anche le tecniche di tipo esperienziali online, quali la mindfulness e gli interventi basati sulla consapevolezza, possano produrre risultati di efficacia in termini di benessere psicologico anche quando praticate da remoto.

In generale, riguardo al tema della psicoterapia telematica, sembrano esservi diversi spunti di riflessione spesso contrastanti: “una quasi regressione verso un’astinenza distanziante”; “non è autentica”; “potrebbe danneggiare i pazienti”; “ una sorta di discount della psicoterapia”. Oppure: “rappresenta la vera rivoluzione della psicoterapia”; “riesce a raggiungere tutti e accorcia le distanze”.

Occorrerebbe regolamentare questo tipo di modalità d’intervento secondo regole deontologiche chiare e condivisibili, definire un concetto di setting telematico, far sì che diventi normativo, al fine di gestire l’ansia e il pregiudizio e lasciare spazio a osservazioni prolifere di progresso e ragionamento clinico.

Infine, potrebbe ancora risultare utile interrogarsi  rispetto a quella funzione psicoterapeutica implicita di “riparazione” verso quelle carenze affettive che spesso rintracciamo alla base dei disagi clinici.  Può questa davvero essere espletata dietro a uno schermo?

Chiaramente la terapia online è stata, in questa situazione di emergenza, una risorsa perché ha consentito di abbattere le distanze, le pareti e di lavorare e fornire aiuto e supporto psicologico a chi ne avesse bisogno.

Psicoterapia telematica: il parere degli psicoterapeuti e il punto di vista dei pazienti.
Psicoterapia telematica: il parere degli psicoterapeuti e il punto di vista dei pazienti.

D’altronde, la possibilità di svolgere le sedute con guanti e mascherine non sarebbe forse anche un’altra alterazione del setting? Forse maggiormente frustrante? O un’altra esperienza ancora?

Chissà se questo tipo di adattamento non possa invece favorire riflessioni e avanzamenti nella pratica clinica, fornendo osservazioni e considerazione a partire da un nuovo punto di vista.

Certo è che pensare di sostituire (proprio adesso, in questo periodo di distanziamento coatto) il ritmo spontaneo dell’interazione umana, dove i volti si muovono vicendevolmente, in cui le emozioni fluiscono in modo immediato, intellegibile, chiaro, con la psicoterapia online stimola una ribellione.  Si reclama la volontà di ritrovare quello scambio diretto, quella pausa caffè, quella chiacchiera, quei rituali che scaldano e distraggono, quel carattere spontaneo della vita, quel confronto con i colleghi, un po’ come “rientrare a casa” dopo un lungo viaggio, di tipo orientale, esotico, stimolante ma da cui, a un certo punto, vuoi scappare in cerca di volti e spazi noti.  Dunque non escludiamo la voglia di ripartire per altri viaggi, di volerne esplorare con curiosità i diversi percorsi, alternative, ma riconosciamoci e riconosciamo, per quanto avanguardisti, il bisogno del calore umano, della prossimità e della vicinanza  e dunque di quella natura affettiva e sociale che ci nutre nella  sua più originaria ed essenziale essenza.

Fatto ormai savio,
con tutta la tua esperienza addosso
già tu avrai capito ciò che Itaca vuole significare.
Kostantino Kavafis

Chi si ferma è perduto?

di Giuseppe Femia e Alessandra Lupo

 E la gente rimase a casa
E lesse libri e ascoltò
E si riposò e fece esercizi
E fece arte e giocò
E imparò nuovi modi di essere
E si fermò […].

Stiamo vivendo uno scenario in cui tutto si ferma, il tempo scorre e l’essere umano viene messo all’angolo da un virus silenzioso che sta destabilizzando gli equilibri di tutti.

Come ci sentiamo? Cosa proviamo?

Cosa stiamo facendo per fronteggiare quelle comuni emozioni che ci attraversano durante i giorni di questa quarantena?

Si parla tanto di costrizione, di trauma e di stato depressivo. Tutto dovrebbe andare verso l’unica direzione della staticità, come se in questo momento così difficile e spaventoso, ci fossimo messi tutti a tremare dalla paura in un angolo, aspettando la fine di questa pandemia.
In realtà, basta aprire uno qualsiasi dei social, fare una videochiamata di gruppo e chiedere ai propri conoscenti cosa hanno fatto durante la giornata, per rendervi conto del contrario, di quante cose si fanno per riempire le giornate e non dare spazio a nessun momento di vuoto e di noia: sentirete elencarvi le più svariate attività. Gli schermi dei nostri dispositivi catturano vari scatti di momenti “del fare”, spaziando da piatti più o meno elaborati a scene di film e serie tv, fino ad arrivare allo sport casalingo. Tutti ci sentiamo investiti di un compito fondamentale: “il fare per non sentire”. Siamo mossi da una spinta energica, per sentirci protetti e ancorati a una realtà destabilizzante.
Come mai quasi tutti hanno deciso di abbandonare il proprio comodo divano per attività ricreative che riempiano la giornata? Qual è lo scopo che ci spinge e ci motiva? Forse questo ci permette di non prendere contatto (stato simil dissociativo) con ciò che sta realmente accadendo?

L’ipotesi potrebbe risiedere proprio nelle emozioni da cui siamo partiti. Se tutti ci fermassimo per davvero a riflettere su quello che sta accadendo, ci renderemo conto delle emozioni che si associano alla realtà che stiamo sperimentando. Tutto questo attiverebbe una serie di emozioni sgradevoli, come la tristezza (legata alla perdita di beni, affetti, ruoli sociali e libertà), l’ansia (legata a una o più minacce percepite, tra cui l’ipotesi di potersi ammalare), la paura (legata all’imprevedibilità del presente e del futuro molto incerto). Fermarsi vuol dire togliere il coperchio di una pentola in piena ebollizione, con il rischio di fare travasare tutto il contenuto al di fuori del contenitore emotivo. Infatti, sembrerebbe che in questo periodo di quarantena, più che reazioni depressive, stiamo adottando tutti una strategia di coping di iperattività e dinamismo, per fronteggiare queste emozioni intollerabili e di impatto con una realtà che ci spaventa e ci rende tristi: il fare diventa quindi il promotore dell’ottimismo.

Ci siamo rivolti alla dea mania per tirare fuori le energie e la spinta al dover fare. Abbiamo cambiato le nostre abitudini, si va a letto tardi, il sonno sopraggiunge a fatica, si pensa a cosa fare e a come gestire il tempo con le risorse a disposizione.

Siamo attivati per non sentire, per non entrare a contatto con queste fragilità, per anestetizzare il dolore e le emozioni negative che possono dominare questo tempo di stallo.

L’ipotesi potrebbe risiedere nell’intolleranza a sperimentare la tristezza. Essere tristi potrebbe significare, infatti, essere spenti, non vivere. Seguendo questa linea di pensiero, l’antiscopo da perseguire sembrerebbe: “Non posso essere triste”; di conseguenza, una delle strategie più comuni è quella di darsi uno stimolo per allontanarsi il più possibile da quest’emozione, switchando nello stato opposto.

Ma cosa succederà dopo? Questo è forse lo scenario più difficile da immaginare… Saremo gli stessi di sempre? Saremo ancora attivi? Oppure come accade dopo la fine di una lotta, ci sentiremo stanchi e spenti?

[…]E quando il pericolo finì
E la gente si ritrovò
Si addolorarono per i morti
E fecero nuove scelte
E sognarono nuove visioni
E crearono nuovi modi di vivere
E guarirono completamente la terra
Così come erano guariti loro.

Kitty O’Meara – Poesia ai tempi del Covid-19

I crocevia del terapeuta

di Giuseppe Femia

L’importanza dei processi differenziali nelle fasi di Assessment 

Nella pratica clinica diventa sempre più complesso differenziare i diversi quadri psicopatologici e le manifestazioni normali da quelle problematiche. Questo avviene a causa della natura eterogenea dei disturbi, della scarsa specificità di alcune manifestazioni, sempre più transdiagnostiche, e dallo scontro fra unicità del paziente e criteri nosografici monotetici: in poche parole, i criteri di classificazione dei disturbi sono inevitabilmente limitati rispetto alla molteplicità delle manifestazioni della mente umana.

Al fine di condurre un’attenta analisi del funzionamento psicologico, i processi differenziali in termini diagnostici – cioè i procedimenti che tendono a escludere man mano alcuni disturbi per giungere a quello corretto – si mostrano sempre più indispensabili nella comprensione dei diversi disagi psicologici e nella definizione degli interventi psicoterapici più adeguati.

Prendiamo in esame due pazienti. Il primo è strutturalmente portato alla depressione oppure sta demoralizzandosi sulla base di un funzionamento narcisistico o di un problema di ansia fobica che sta limitandone l’autonomia e compromettendo gli scopi esistenziali. Il secondo lamenta distacco, visione offuscata, sensazione di stare in un film, riferisce di sentirsi come in un sogno. In questi casi, il clinico viene chiamato a stabilire se si tratta di un fenomeno di distacco psicotico oppure di uno stato dissociativo e, nello specifico, di depersonalizzazione in relazione a vissuti di panico e agorafobia oppure di una reazione traumatica.

Differenziare le manifestazioni significa comprenderne l’origine: dare un senso ai sintomi, non etichettare in modo sterile i vari disordini ma coglierne il significato.Ecco il motivo per cui il ragionamento clinico in fase di Assessment si costituisce in quanto elemento fondamentale da cui muoversi verso approfondimenti e ipotesi.

Spesso accade che le persone arrivino in consultazione raccontando un problema che li affligge ma, in fondo, quello che loro raccontano come difficoltà principale si scopre essere la risposta a qualcosa di più profondo e nucleare che si svela solo di fronte a difficoltà che in qualche modo minacciano scopi di vita e scompongono equilibri e abitudini.

Pensiamo a un soggetto con una personalità dipendente, da sempre abituato a funzionare assieme a qualcuno che dirige il timone della sua esistenza: questi inizierà a manifestare problemi di ansia e tristezza di fronte alla minaccia che la relazione possa terminare; arriverà in consultazione manifestando attacchi di panico, agorafobia, angoscia e solo man mano riuscirà a tracciare la connessione fra il sintomo, il disagio acuto che lo porta a soffrire e la sua struttura personologica di base.

Altro esempio in cui i processi differenziali risultano fondamentali sia ai fini diagnostici che terapeutici, è la sempre più difficile differenzazione del Disturbo Borderline da quello Bipolare di tipo II. Le manifestazioni di impulsività e ostilità, oltre che l’instabilità affettiva e comportamentale, si sovrappongono e rendono complesso questo tipo di operazione da parte del clinico.

Anche rispetto al disturbo depressivo risulta fondamentale definire la natura del disagio, escludere episodi di attivazione e chiarire la natura unipolare o bipolare del disagio manifesto.

Allo stesso modo, nella valutazione dei processi di tipo ossessivo, alle volte le ossessioni sono talmente bizzarre e spaventevoli per il paziente che sembrano somigliare a veri e propri disordini del pensiero.

Infine, ultimo esempio, può accadere che le credenze di inadeguatezza e gli evitamenti messi in moto allo scopo di evitare le sensazioni temute, si confondano con tratti stabili e pervasivi di tipo evitante. Dunque, fobia sociale o Disturbo Evitante della Personalità?

In conclusione, possiamo assumere come la conoscenza della psicopatologia richieda un continuo approfondimento e un’attitudine clinica pronta ed empatica che, se supportata da esami psicodiagnostici adeguati, promuove la verifica delle ipotesi di funzionamento e inquadramento nosografico. Processi, questi, da ritenere “preliminari” alla messa a punto di un piano di intervento psicoterapeutico adeguato.

Stigma e conoscenza

di Giuseppe Femia

È giusto comunicare al paziente il proprio disturbo? E come farlo?

Nel libro “Diagnosi e destino”, Vittorio Lingiardi cattura la mente del clinico, trasferisce e aggrega concetti e teorie da Foucault a Basaglia, traccia una linea di conoscenza ricca e saggia. Passando per percorsi storici relativi al concetto di malattia mentale, lascia un bagaglio operativo per chi lavora a confronto con la psiche, con i suoi trabocchetti, con le sue trappole, con le sue categorie.
Sin da subito si presenta la volontà di evidenziare un pensiero clinico che sia flessibile, lontano da inquadramenti diagnostici asfittici e da nosografie sterili: “il rovinoso cartellino”.

Il focus è centrato sui processi, i significati e le dinamiche che si muovono attorno o in relazione al tema della diagnosi: è un diritto conoscere il nome della propria sofferenza?
È giusto comunicare al paziente il proprio disturbo? E come farlo?
Soprattutto: come fare a non attivare processi di giudizio e discriminazione in relazione alla sofferenza psichica? Quanto il clinico influisce nei processi di definizione delle problematiche psicologiche in termini di diagnosi? Come utilizzare le coordinate comuni e i manuali diagnostici senza cedere a ragionamenti clinici aridi?

In questo testo vengono sollevate riflessioni riguardo l’impatto della “diagnosi” nella vita di ciascuno: “dal morbillo alla depressione, tutti, prima o poi, riceviamo una diagnosi. Che è timore, conoscenza e relazione”.
Sono affrontati concetti che si muovono attorno alla pratica clinica, alle categorie psichiatriche e soprattutto al rischio che esse creino disagio, qualora utilizzate in un modo rigido e trascurante la soggettività di ciascun individuo. “Se isoliamo l’etichetta diagnostica dalle finalità e potenzialità che essa implica, – si legge nel testo – rischiamo di fare come lo sciocco che, quando il saggio gli indica la luna, guarda il dito”.

Si sollevano riflessioni rispetto all’ipocondria nelle sue diverse forme, dalla “diagnosifilia” alla “diagnosifobia”. Vengono descritte le tre forme di Narcisismo, quella “maligna”, quella “vulnerabile” e quella di alto funzionamento (“l’esibizionista-competitivo”), sottolineando l’importanza di ragionare in termini dimensionali.

Si parla del dilemma del clinico che deve operare un processo di integrazione fra la categoria e l’unicità di ciascuno.
La diagnosi è dunque un processo “tormentato” che richiede impegno e soprattutto empatia da parte di chi la opera. I contenuti trattati sono tanti, ma di maggiore rilievo sembra per l’appunto essere la necessità, più volte ribadita, di generare una diagnosi che non sia sganciata dall’individuo e dal suo mondo di valori, ma contrariamente, operativa e non stigmatizzante.

Nell’ultima sezione del libro, “Diagnosi e psiche”, viene infatti espressa in modo chiaro la necessità di operare diagnosi dimensionali che siano esplicative del funzionamento psicologico alla base della sofferenza e che possano favorire la conoscenza in generale, il trattamento in modo strategico e la ricerca empirica nello specifico.
Si evidenzia la giusta relazione, fondamentale, fra processo psicodiagnostico e formulazione del caso.
Nel testo si ricorre a un linguaggio metaforico. Ad esempio, per spiegare la responsabilità del clinico durante il procedere diagnostico, sia riguardo l’impiego degli strumenti di indagine sia circa la prudenza richiesta durante i processi decisionali e differenziali, viene utilizzata la seguente formulazione:

“[…] se ho un martello e lo uso per piantare un chiodo lo sto usando bene; se lo do in testa a qualcuno lo sto usando male. E se ho una forchetta, non mi servirà per raccogliere il brodo: mentre si raffredda dovrò riflettere sul fatto che ho scelto la posata sbagliata. Non prendiamocela con le diagnosi  e i loro strumenti, ma con chi li usa nel modo e nel momento sbagliato”.

Il libro di Lingiardi si conclude ricordando quanto sia importante valutare gli aspetti di risorsa e adattamento della persona esaminata, i punti di forza, con lo scopo di direzionare la valutazione psicodiagnostica verso l’avvio di un percorso di trattamento che sia idoneo e strategicamente orientato.

Per approfondimenti

Lingiardi, V. (2018). Diagnosi e destino. Einaudi Editore

La logica delle fantasie sessuali

di Giuseppe Femia

La colpa, la vergogna e il bisogno di sentirsi al sicuro: le fantasie sessuali sono il buco della serratura attraverso cui è possibile vedere il nostro vero sé

Le diverse fantasie sessuali (quelle masochiste, di feticismo, quelle legate al voyeurismo, quelle sadiche) che non vengono vissute in modo sano, che lottano con l’etica corrente, che si scontrano con valori normativi rigidi e culturalmente rinforzati, spesso procurano una cascata di emozioni fra cui la colpa e la vergogna, che sembrano essere cruciali sia nella genesi sia nella loro manifestazione.
Dalla normalità alla patologia, le fantasie diventano disfunzionali quando assumono caratteristiche di rigidità, ripetitività, e quando dirigono, precludono e bloccano il piacere.
In un film non troppo recente dal titolo “Shame”, venivano ben rappresentati i vissuti di vergogna, frustrazione, rabbia e tristezza che spesso nascono dalla necessità di separare l’affetto e la sessualità per la paura di essere giudicati a causa delle proprie fantasie sessuali.
È forse proprio il timore di essere ritenuti perversi e disgustosi a determinare una chiusura e un isolamento della fantasia sessuale proibita?
Nel film diretto da Steve McQueen, il protagonista non riesce a vivere le proprie fantasie sessuali in relazione alla propria sfera affettiva. Quando questo avviene e si sente coinvolto, quando i sentimenti emergono, allora il sesso si inibisce, scompare, fallisce.
Le due sfere non possono andare assieme, le fantasie sessuali andrebbero a sporcare gli affetti: la colpa blocca, la fantasia protegge.
Proprio queste sono le considerazioni che vengono trattate in modo dettagliato e clinico nel libro “Eccitazione” di Michael Bader.
L’autore spiega come le fantasie sessuali spesso abbiano lo scopo di disconfermare le proprie preoccupazioni in relazioni a situazioni traumatiche da cui si andrebbero a strutturare credenze patogene: l’individuo, mediante l’ideazione sessuale, andrebbe ad attivare un confronto con  le proprie convinzioni patogene, spesso finendo con l’adattare il proprio comportamento sessuale al credere disfunzionale. Lo scopo ultimo sarebbe quello di cercare delle zone di sicurezza in cui poter esprimere le proprie fantasie senza essere giudicati.
La fantasia sessuale in qualche modo trova la sua origine in stati di animo negativi e spesso, secondo la chiave di lettura proposta, svolge la funzione di contrastare i sentimenti di colpa. Ad esempio, nella descrizione di un caso clinico, viene spiegata la storia e l’origine di una credenza patogena di responsabilità temuta in cui il paziente, al fine di non procurare alcuna forma di sofferenza alle donne (credenza connessa a un vissuto traumatico in cui la madre soffriva), decide di poter ottenere piacere solo in una zona di sicurezza, vale a dire dietro uno specchio unidirezionale da cui osserva, ma dove non può essere visto nelle sue pratiche erotiche, e da cui si assicura di non poter essere cattivo o sprezzante verso il femminile.
Un’altra storia raccontata nel testo vede Amanda, trascurata da bambina, alla ricerca di  uomini con un certo ruolo di autorità; la sua fantasia sessuale coinvolge solo un maschile autoritario e affermato. Alla base di questa ricerca sembra risiedere una scarsa auto-stima: “l’odio di sé è nemico dell’eccitazione sessuale”.  La paziente cerca risarcimento mediante “il maschile potente”, vuole riscatto dalle esperienze di trascuratezza emotiva, impotenza e vergogna pregresse.
Questa spiegazione relativa alla genesi di talune condotte nella sfera del comportamento sessuale, e la connessione tracciata fra sessualità, emozioni, credenze patogene (in qualche senso anti-scopi: ad esempio, “Non voglio essere come mio padre”), sembra  una lettura integrata e innovativa dei fenomeni legati all’ideazione sessuale, ai suoi contenuti, alle sue manifestazioni.

Se le emozioni positive fanno star male

di Giuseppe Femia

Un’ipotesi su come funzionano gli stati mentali dell’ipomania e della mania

Il recente articolo della dottoressa Rainone e del professor Mancini (pubblicato sulla Rivista di Psichiatria: Il Pensiero Scientifico Editore) descrive il funzionamento dell’ipomania e della mania, individuandone i temi salienti, le credenze e i fattori cognitivi di mantenimento.

Gli studi svolti negli ultimi venti anni arrivano a individuare due caratteristiche cruciali (tratti) alla base di quella che potremmo definire vulnerabilità verso gli stati di ipomania e mania,  ovvero: a) la reattività emotiva positiva e b) la presenza di scopi di potere e successo.

a) La reattività emotiva positiva si caratterizza per un maggiore livello di responsività verso gli stimoli positivi rispetto a quella destinata agli stimoli negativi e da una persistenza delle emozioni piacevoli anche in contesti poco congrui, o subito dopo un trigger che interferisce (ad esempio dopo una manifestazione di ostilità). Tale reattività verso le emozioni positive non sembra essere connessa a situazioni di cooperazione e compassione, quanto piuttosto a situazioni in cui il successo personale svolge un ruolo cruciale e portante. Spesso la rabbia viene letta o vissuta come un’emozione positiva, seppure questa ultima osservazione meriti approfondimenti ulteriori e altri studi capaci di suffragare tale ipotesi.

b) La presenza di scopi di successo e potere a cui si associa una maggiore ambizione nella definizione degli obiettivi (progetto esistenziale) con un preponderante investimento su temi di affermazione personale, quali fama e riconoscimento.
A seguito di impegno e dedizione, si raggiunge un livello di piacere elevato, a cui andrebbe a corrispondere un minor investimento in obiettivi pro-sociali, quali l’amicizia e la famiglia. In sostanza, i self-focused goal sono maggiormente presenti rispetto agli other-focused goal.

 Il desiderio di sperimentare emozioni positive di soddisfazione persiste anche in seguito al raggiungimento degli obiettivi ambiti. Si delinea una stretta connessione fra i bersagli prefissati di auto-determinazione e il proprio valore personale, una sorta di risonanza della propria auto-valutazione (autostima) rispetto allo stato affettivo e umorale di soddisfazione/delusione. Vale a dire che, i soggetti inclini all’euforia e alle manifestazioni di ipomania e mania, presentano delle valutazioni riguardanti il Sé maggiormente “umore-dipendente” rispetto a quelle riguardanti le altre persone.
Inoltre, sembra che a questa tendenza corrisponda un´esperienza familiare in cui i valori dell’affermazione e del potere siano stati iper-investiti e promossi come valori di riferimento.

Gli studi di ricerca confermano che lo stato mentale coinvolto nell’ipomania e nella mania è la potenzialità personale (personal potentiality), dove lo scopo è acquisire il potere di perseguire qualsiasi obiettivo, a prescindere da ciò che si desidera, accompagnato dalla percezione, illusoria, di possedere un potere illimitato (“Posso fare quello che voglio, il mondo è dalla mia parte”), in assenza tuttavia di un progetto concreto da realizzare. Tale stato risulta difficile da controllare e modulare.
Nel comprendere il funzionamento dei diversi disturbi, il modello cognitivo si affida al meccanismo del “problema secondario” (secondary evaluation of the experience or secondary problem), che consiste nella valutazione critica che la persona compie circa la propria esperienza e il comportamento e nella serie di soluzioni che tenta di mettere in atto per risolvere l’esperienza o il comportamento ritenuto problematico.
Ad esempio, nel disturbo depressivo, i correlati psicologici del lutto (“mourning”) vengono auto-criticati, giudicati come evidenza della propria incapacità personale, fallibilità, impotenza, sino a bloccare il processo di accettazione e condurre all’insorgenza del vissuto depressivo.
Tuttavia, l’osservazione clinica e la ricerca empirica condotti sull’ ipomania e la mania, consentono di ipotizzare che in questo caso il meccanismo patogeno non sia l’autocritica, bensì una valutazione positiva della propria esperienza soggettiva di soddisfazione e del proprio comportamento, associati a tentativi di mantenere ed esaltare tale esperienza di piacevolezza.
Si ipotizza che i soggetti che tendono verso l’ipomania o la mania ricorrano in modo significativo al meccanismo dell’affect as information, che consiste nell’utilizzo dell’emozione come informazione sulla realtà. Nello specifico, essi basano la propria valutazione della realtà sulla propria esperienza affettiva/emotiva positiva di piacere ed euforia.
Ciò può spiegare un aumento della propria autostima e delle aspettative di successo unitamente a una diminuita consapevolezza dei rischi e dei pericoli, e, più in generale, dei segnali negativi.

Come distinguere un normale stato di potenzialità dalla ipomania/mania?

La differenza non è qualitativa bensì quantitativa. Si sfocia nella psicopatologia laddove i normali processi sono prolungati o intensificati oltre ciò che accade in una normale vita psicologica. Questo avviene a causa dell’attività di meccanismi di mantenimento psicologico ricorrenti.
Se, all’obiettivo della potenzialità, si aggiunge l’anti-obiettivo degli stati emotivi negativi o l’assoluto desiderio di non sperimentare tali stati, i meccanismi di mantenimento ne risultano intensificati.
Si crea, pertanto, un circolo vizioso che dall’euforia conduce all’ipomania/mania:

  1. Valutazione secondaria positiva dello stato emotivo di euforia e di potenzialità personale (conseguente ad esempio, a un successo)
  2. Valutazione secondaria negativa degli stati emotivi negativi, che indica la presenza dell’anti-obiettivo di perdita, assieme all’eccesivo ricorso di processi di ragionamento emozionale affect as information.

Questi fattori rendono difficile accettare la perdita dello stato di potenzialità personale conseguente al porre dei freni e facilitano lo sviluppo dell’eccitazione patologica.
Nello specifico, le emozioni di tristezza e impotenza vengono valutate come prova di disvalore e fallimento personale e pertanto evitate/contrastate con un’esaltazione dei valori di successo e iperattività.
Partendo da questa ipotesi di funzionamento, una psicoterapia efficace per gli stati di mania e ipomania, normalmente implicati nei disturbi dello spettro bipolare (sia rispetto all’eziologia sia in termini di mantenimento) non può basarsi sul totale evitamento degli stati normali di potenzialità personale, quanto piuttosto sulla loro regolazione affinché non sfocino in patologia.
Allo scopo di raggiungere detto obiettivo, si propongono le seguenti strategie comportamentali e cognitive quali:

  • l’accettazione della perdita di potenzialità;
  • un intervento sul problema secondario e sui fenomeni di ruminazione positiva;
  • una ristrutturazione della tendenza all’affect as information a cui corrisponde una sottovalutazione dei rischi e una conseguente sopravvalutazione delle chances di successo;
  • una ristrutturazione della credenza che vede la rinuncia del mantenimento dello stato di euforia come un mancato guadagno/perdita;
  • un lavoro sulle abilità di consapevolezza e meta-consapevolezza degli stati interiori.

Lo scopo sarebbe quindi quello di portare il paziente a sviluppare altri investimenti, oltre a quello del piacere immediato e dello stato mentale della contentezza.

Al fine di rendere tale intervento efficace, risultano fondamentali i seguenti fattori: il timing, lo stato mentale e la collaborazione del paziente.

Il terapeuta dovrà comprendere gli obiettivi e le resistenze del paziente mettendo in risalto:

a) i costi personali della continua ricerca e del mantenimento dello stato di “potenzialità personale”;
b) i benefici derivanti, invece, dalla rinuncia a prolungare e intensificare tale stato
(ovvero, un maggior livello di benessere psicologico, una migliore capacità di regolazione emotiva, l´avvio verso un processo di cambiamento).


Per approfondimenti:

Antonella Rainone e Francesco Mancini , When positive emotions lead to feeling bad.The role of secondary evaluation and affect as information in hypomania and mania, Rivista di Psichiatria – Il Pensiero Scientifico Editore
http://www.rivistadipsichiatria.it/r.php?v=3084&a=30765&l=336145&f=allegati/03084_2018_06/fulltext/05.Rainone 317-323.pdf

Anoressia? È anche maschile

di Giuseppe Femia
illustrazioni di Elena Bilotta

Nella pratica clinica capita di riscontrare quadri di anoressia classica negli uomini e alle volte questo avviene in una fase tardiva del ciclo vitale
L’anoressia maschile spesso è stata trascurata a causa della credenza che la concepisce come un disordine prevalentemente femminile. Nonostante questa assunzione sia in parte vera, attualmente si riscontrano molti casi di anoressia restrittiva o “riversa” negli uomini.
Spesso si rileva una connessione con un senso d’identità fragile e disturbi nella sfera del comportamento sessuale. Tale relazione fra le forme di anoressia nervosa e la presenza di un’identità di genere problematica o di disfunzioni relative alla sessualità, seppur dimostrata parzialmente, appare consolidata.
Inoltre potrebbe osservarsi un’associazione fra i comportamenti restrittivi di tipo alimentare negli uomini e disagi di matrice affettiva, nello specifico di tipo depressivo, oppure una comorbidità con tratti latenti di narcisismo o con caratteristiche proprie del disturbo ossessivo compulsivo di personalità.
Si osservano molte forme di anoressia “riversa” in cui si riscontrano tutte le caratteristiche di funzionamento che solitamente determinano i disturbi alimentari quali: iper-attenzione e iper-vigilanza per le forme corporee e lo scopo della buona immagine, problemi di dismorfofobia, esercizi fisici spasmodici e problemi comportamentali generalizzati, con l’eccezione che in questa forma l’obiettivo non è solo “non accrescere di peso” ma, in particolare, raggiungere l’ideale a livello di immagine e tono muscolare, provando sempre una profonda frustrazione e mettendo in moto una sorta di chiusura in un mondo ossessionato e privo di altri valori di riferimento.
Questa forma di anoressia, dapprima denominata come “il complesso di Adone”, attualmente viene definita “vigoressia” e, nonostante riguardi di più gli uomini, sta iniziando a diffondersi anche fra le donne.
Il “perfezionismo clinico” governa, la dedizione al lavoro fisico sfinisce e il piacere viene sospeso, compreso quello sessuale. Spesso l’adrenalina derivante dall’attività sportiva sostituisce tutto il resto e copre problematiche individuali e familiari che rimangono irrisolte.
Il disagio diventa affettivo, una sorta di ritiro generalizzato dai sentimenti, una specie di chiusura verso gli altri, il mondo e la costruzione di legami intimi, duraturi e autentici.
Dietro le manifestazioni di tipo restrittivo, classiche e non solo, si riscontrano emozioni di rabbia, vergogna e orgoglio. Questa configurazione emotiva sembra caratterizzare particolarmente il mondo affettivo dei pazienti con disturbi alimentari.

F. ha 24 anni e trascorre la maggior parte del suo tempo in palestra, segue un regime alimentare proteico, si preoccupa del proprio fisico in modo incessante, controlla la massa corporea, parla di adipe e cerca di raggiungere un fisico muscoloso e sempre orientato a un ideale di perfezione stereotipato.
Questa sua iper-attenzione e i continui allenamenti non gli permettono di riflettere su altri ambiti di vita e funzionamento: tutto sembra cristallizzato. Le sue interazioni interpersonali sono poche, i sui bisogni emotivo-affettivi appaiono appiattiti oppure passano per la ricerca di una conferma del proprio essere esteticamente piacevole, in forma e forte. Potrebbero celarsi dei temi di narcisismo legati al voler essere riconosciuto in quanto bello e muscoloso in modo particolare.

Il pensiero assume sfumature ossessive e spesso non permette di raggiungere un livello di riflessione adeguato, mentre sul piano comportamentale si rintracciano condotte a connotazione compulsiva di controllo rispetto al peso, ai muscoli, con la ricerca di validazione esterna e rassicurazione rispetto ai propri traguardi in termini di potenza espressa.
Le credenze patogene che ne sono alla base suggeriscono come la perfezione riguardo l’immagine sia fondamentale per essere accettati e riconosciuti in quanto adeguati e non deboli.
Si evidenziano esperienze in cui F. da ragazzo veniva svilito per il suo essere mingherlino e poco mascolino. Nella pratica clinica capita di riscontrare anche quadri di anoressia classica negli uomini e alle volte questo avviene in una fase tardiva del ciclo vitale.

M. ha 58 anni e arriva in consultazione a causa di un disagio psichico e famigliare in cui il fulcro della sintomatologia si focalizza su una condotta alimentare di tipo restrittivo: attualmente pesa 52 kg contro 179 di altezza. Non reputa di avere un problema e si ritiene fiero degli obiettivi raggiunti:

 – “Finalmente non sono più il ciccione di turno, sono stato sempre robusto, sin da ragazzo e ho sofferto per questo, già da giovane mi prendevano in giro e provavo molta vergogna!”.

– “Sto bene così: mi annoiavo, invece adesso lo sport e la sfida con i miei bisogni primitivi mi hanno dato energia, sono addirittura più produttivo!”

– “Alle volte sono di cattivo umore, non sono calmo in famiglia e sto mettendo a rischio il mio matrimonio, ma non riesco a smettere!”

 Studiando il caso di M., si svela sempre di più la motivazione a emanciparsi da un’immagine di sé da sempre vissuta con disagio, a causa di un sovrappeso a cui seguivano commenti di derisione e conseguenti emozioni di tristezza, vergogna, rabbia e inadeguatezza sul piano sociale.
Attualmente si delinea un profilo orientato al controllo, in particolare rivolto al fisico, ma da sempre attivo sul comportamento, sul lavoro e sulle emozioni. Si svelano man mano caratteristiche di rigidità cognitiva, credenze poco adattive, testardaggine e intolleranza verso il punto di vista altrui.
Nella storia di vita emerge un iper-investimento sulla produttività, a discapito della vita relazionale e dello svago. Insomma: gradualmente si compone un quadro “Docp” (Disturbo Ossessivo e Compulsivo della Personalità), in cui i vissuti di rabbia e le difficoltà relazionali hanno connotato il funzionamento e lo sviluppo della personalità di M. in modo persistente.
La sintomatologia relativa al comportamento alimentare si associa a un vissuto di tipo depressivo, a emozioni di noia riferita e alla tendenza a ricercare sensazioni forti.
Queste caratteristiche sembrano attualmente disattivate sul piano professionale e destinate al fisico e alle forme corporee e alla prestazione (alle volte corre per almeno 40 minuti anche tre volte al giorno), determinando una resistenza circa la consapevolezza del disagio e la motivazione al cambiamento.
Appare paradossale come, nonostante la motivazione iniziale fosse o sembrasse quella di non provare vergogna a causa della propria immagine, attualmente, il risultato sia esattamente l’opposto di quello atteso: tutti commentano il dimagrimento, in famiglia tutti si preoccupano, gli amici si interrogano, a lavoro si chiacchiera.
Se lo scopo fosse dunque un altro? Ad esempio ritrovare attenzione e accudimento?
Oppure manifestare un disagio esperito nella propria vita coniugale? O ancora, combattere un momento di vuoto, di demoralizzazione e fallimento?

Per approfondimenti:

Basile, B; et al (2007). I disturbi di Personalità in pazienti con disturbi del comportamento alimentare. Cognitivismo Clinico 4- 1, 3-21.

Bruch, H. (1978).Patologia del comportamento alimentare. Feltrinelli, Milano.

Bruch, H. (2006).La gabbia d’oro. L’enigma dell’anoressia mentale. Feltrinelli, Milano.

Dalle Grave, R. (2005).Terapia cognitiva comportamentale dei disturbi dell’alimentazione durante il ricovero, Positive Press, Verona

Dalla Grave, R., Camporese, L., Sartirana, M. (2012). Vincere il perfezionismo clinico, Positive Press, Verona

Fairburn, C. G; Cooper, Z; Shafran, R. (2003), Eating disorders, in “Lancet, 361, pp 4078- 416.

Munno, D; Sterpone S.C; Zunno. G. (2005),    L´anoressia nervosa maschile: Una review. Giornale Italiano di Psicopatologia, 11, 215-224.