Errare humanum est

di Giuseppe Femia e Andrea Gragnani

Quando i bias di ragionamento appartengono allo psicoterapeuta

Nella pratica clinica accade spesso di soffermarci sulle emozioni che ci suscitano i nostri pazienti: osserviamo la rabbia, la colpa, la vergogna, l’ansia, la tristezza o la gioia che evocano in noi e siamo allenati a comprenderli all’interno di una cornice teorica di riferimento. In qualche modo, le nostre emozioni sono come dei grandi evidenziatori che sottolineano la peculiarità delle nostre reazioni a quel paziente in quel momento specifico della terapia; esse ci portano a meta-riflettere sulla relazione terapeutica. Lo stesso non si può dire dei processi di ragionamento e, in particolare, dei nostri bias cognitivi che tendiamo a non conoscere e/o a sottovalutare. Un monitoraggio di tali errori di ragionamento, che spesso attiviamo in modo inconsapevole durante le sedute di psicoterapia, potrebbe invece rivelarsi un utile strumento per il buon esito della psicoterapia.

Talvolta, attenzioniamo in modo selettivo o arbitrario alcune informazioni che il paziente riporta, leggendole in modo erroneo in linea con alcune delle nostre credenze e conoscenze congrue con il nostro modello di riferimento e con l’inquadramento della problematica raggiunto in una prima fase di assessment.

Riflettere sull’attivazione dei propri bias all’interno della psicoterapia sembra aprire un canale di conoscenza e consapevolezza circa l’impatto di taluni errori di valutazione sul processo di cura. In buona sostanza, anche la nostra organizzazione cognitiva e una plausibile quota di belief disfunzionali si attivano e giocano un ruolo nel lavoro con il paziente. Dunque, seguendo questa linea di osservazione, riflettere circa quelle combinazioni che potrebbero determinare un rischio maggiore di scarsa comunicazione o incastro disfunzionale fra errori di ragionamento del paziente e dello psicoterapeuta andrebbe a favorire un potenziale vantaggio per la psicoterapia in termini di efficacia e successo del trattamento.

Ad esempio: quelle situazioni in cui si scontrano i tratti di perfezionismo rigido nello psicoterapeuta e i tratti di distraibilità nel paziente, oppure rigidi principi morali nello psicoterapeuta e disinibizione nel paziente o, in generale, quei bias del nostro funzionamento che mettiamo in moto senza monitoraggio e/o consapevolezza. Talvolta, si potrebbe verificare che sulla base di un bias di generalizzazione tendiamo ad ascrivere l’atteggiamento del paziente a una certa categoria diagnostica, seguendo una sorta di economica euristica senza troppo riflettere su quanto sia esatto questo tipo di inquadramento. Altre volte, potremmo invece tendere a minimizzare taluni comportamenti, o diversamente ingigantire altri, seguendo un filtro tutto nostro, dunque sulla base dei nostri valori di riferimento e perdendo di vista l’empatia, la flessibilità e la versatilità che questa professione richiede.

Potrebbe quindi capitare che, essendo troppo attenti a ricostruire il problema presentato, gli errori di ragionamento, delle credenze patogene, ci ritroviamo a trascurare l’importanza che il nostro funzionamento cognitivo potrebbe avere nella gestione, nell’elaborazione delle informazioni e nella relazione con il paziente. Durante la psicoterapia potrebbe accadere che interpretiamo o personalizziamo un atteggiamento del paziente come una resistenza alla psicoterapia, ad esempio leggiamo il ritardo o il fatto che non abbia fatto gli home-work come una scarsa motivazione al cambiamento e/o come uno scarso livello di impegno in terapia, mentre questo potrebbe avere altri significati, potrebbe segnalare un aggravamento dei sintomi, dunque un peggioramento dello stato o ancora un vera e propria richiesta di aiuto e attenzione.

Questo tipo di errori, se non consapevoli, riconosciuti e gestiti, potrebbero promuovere un atteggiamento poco autentico o troppo difensivo da parte del terapeuta, creando delle rotture nella relazione psicoterapeutica, rispetto l’alleanza di lavoro e gli obiettivi concordati.

Alla luce di queste osservazioni, dubitare delle proprie idee o impressioni e avere sempre un punto di vista alternativo, sembra essere una risorsa che ci aiuta a non incorrere in errori confirmatori di valutazione. A tal proposito, ricostruire e osservare l’incastro della propria architettura cognitiva sulla base del caso specifico, potrebbe diminuire il margine di errori di intervento, e il rischio di incorrere in un atteggiamento perseverante e/o di coltivare un’idea fissa e/o distorta del problema e del paziente in genere. Per ovviare ai diversi errori sopra descritti, ci sono diversi metodi, basti pensare alla propria psicoterapia (dello stesso psicoterapeuta), alla supervisione, all’intervisione, alla psicodiagnostica e all’utilizzo di strumenti appositi a monitorare quanto il paziente si sia sentito compreso durante il corso delle sedute se sta migliorando o meno durante il percorso.

Possiamo pensare a eventuali errori di omissione in cui scegliamo di non applicare una tecnica per timore di un effetto collaterale. È il caso, ad esempio, dell’omissione di una tecnica immaginativa o espositiva per paura degli eventuali effetti avversi.  Contrariamente, potremmo tendere a mettere in moto bias di azione applicando una tecnica senza considerare gli eventuali effetti iatrogeni.

Altro esempio potrebbe essere il ragionamento emozionale nei cicli di allarme, al quale alle volte rispondiamo in modo preoccupato o controllante di fronte a possibili comportamenti a rischio che il paziente teme o minaccia. Potremmo agire il nostro spavento, l’ansia, senza riflettere su quale sia la strategia migliore ed efficace per in incrementare alcuni fenomeni, praticando in modo iatrogeno una sorta di rinforzo.

A riguardo, lo psicologo statunitense Scott Lilienfeld propone una tassonomia degli errori maggiormente commessi dagli psicoterapeuti nella valutazione del successo e dell’efficacia della psicoterapia, indicando i bias che più facilmente lo psicoterapeuta tende a mettere in atto come l’illusione di controllo e il confirmation bias o il post hoc, ergo propter hoc, ovvero, non solo la tendenza a inferire  in modo confirmatorio sul paziente e taluni atteggiamenti, ma ipotizzando anche la presenza presunta di  un evento cronologico connesso a quanto presupponiamo, senza sufficienti prove.

Il contributo proposto da Lilienfeld ribadisce infatti l’importanza di misurare il proprio intervento e l’efficacia della psicoterapia mediante strumenti validati e obiettivi, cercando di mettere in guardia gli psicoterapeuti rispetto alla possibilità di incorrere nell’errore di predicare un’efficacia “spuria” della psicoterapia. Si suggerisce dunque un’integrazione tra la metodologia sperimentale, il pensiero scientifico e la pratica psicoterapeutica, ribadendo l’importanza della supervisione costane dei propri casi, della misurazione degli esiti, dell’esigenza di produrre prove di efficacia e della necessità di conoscere le linee guida e i protocolli previsti in relazione alle diverse problematiche psicopatologiche.

Considerazioni di questo tipo meriterebbero di certo un approfondimento: in una seconda puntata affronteremo ulteriori aspetti circa gli scopi che si celano dietro i bias di ragionamento che regolano la professione e si muovono durante la psicoterapia, per fornire una lunga e necessaria riflessione.

Per approfondimenti:

Dimaggio, G. e Semerari, A. (2007) I disturbi di personalità. Modelli e trattamento, Laterza.

Lilienfeld, S., Ritschel, L., Lynn, S., Cautin, R., & Latzman, R. (2014). Why Ineffective Psychotherapies Appear to Work: A Taxonomy of Causes of Spurious Therapeutic Effectiveness Perspectives on Psychological Science, 9 (4), 355-387 DOI: 10.1177/1745691614535216

Lorenzini, R. & Scarinci, A. (2013). Errare “Umanum” est. L’errore nella pratica psicoterapeutica. Alpes Italia, Roma.

Mancini, F. & Giacomantonio, M. (2018). I conflitti intrapsichici. Quaderni di psicoterapia cognitiva, n.42, pp. 41-64.

Safran, J. e Segal, V.Z. (1993) Il processo interpersonale nella terapia cognitiva, Feltrinelli.

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Affrontare il Disturbo Ossessivo Compulsivo. Quaderno di lavoro

a cura di Giuseppe Femia

A partire da una fotografia narrativa, “una nuvola di smog” (Italo Calvino), gli Autori Paola Spera e Francesco Mancini offrono ai clinici e di conseguenza ai pazienti un nuovo contributo:  “Affrontare il Disturbo Ossessivo Compulsivo. Quaderno di lavoro”, fornendo una descrizione esaustiva di questa manifestazione psicopatologica, vale a dire il DOC, nelle sue diverse declinazioni, evidenziandone il grado di disagio e sofferenza implicati, e promuovendo un approccio pratico per fronteggiare gli aspetti sintomatologici e le conseguenze che ne derivano in ambito personale, relazionale e sociale.

Nella parte introduttiva viene chiarito come spesso, sbagliando, si pensa che il Disturbo Ossessivo-Compulsivo (DOC) sia semplice da comprendere e curare, incorrendo così in errore durante il trattamento. L’immediatezza dell’acronimo – DOC – , l’incidenza elevata di questo disagio e il fatto che sia un disordine noto e diffuso, potrebbero ingannare il clinico portandolo a pensare che sia un disturbo ordinario, e pertanto un terreno facile su cui intervenire.

Contrariamente, nella pratica clinica spesso il DOC si mostra insidioso, complesso e resistente durante il lavoro in psicoterapia.

Ad esempio, la natura “camaleontica” del DOC e la possibilità che questo tipo di disagio possa migrare da una forma ad un’altra per passare per fasi di remissione sintomatologica, rendono alcuni quadri maggiormente complessi in termini di comprensione ed intervento.

I diversi contributi proposti (una squadra di specialisti e clinici che da anni studiano il disturbo ossessivo/compulsivo) evidenziano come, per affrontare questo tipo di disturbo, sia fondamentale sviluppare una competenza specifica e seguire delle linee guida che tengano conto delle più recenti ricerche, ad esempio quelle che chiariscono il ruolo della colpa e del disgusto nella  eziopatogenesi del DOC.

Nella prima parte, “conosci il tuo nemico”, vengono affrontati tutti i tipi di DOC e le differenze con il Disturbo ossessivo Compulsivo di Personalità, e vengono descritte le principali ossessioni e compulsioni nelle loro diverse caratteristiche. Proseguendo sono presentate le diverse tecniche cognitive, come l’ ABC, il laddering e la ristrutturazione cognitiva, normalmente impiegate in psicoterapia durante la fase di ricostruzione dello schema di funzionamento. Tutto il testo si pone come una guida pratica ed esplicativa del modello teorico di riferimento da utilizzare durante le fasi di trattamento con il contributo del paziente in seduta o mediante tecniche di homework da condividere successivamente con il proprio psicoterapeuta.

La seconda parte fornisce strumenti per affrontare direttamente il disturbo lavorando sulla riduzione della probabilità e della gravità dell’evento temuto e sull’accettazione della minaccia, cercando di interrompere quei processi di fusione pensiero/azione e pensiero/realtà e intervenendo sulle valutazioni di natura secondaria che di norma incrementano il disagio. Inoltre, viene affrontato e chiarito il rationale dell’ERP, Esposizione con Prevenzione della Risposta, protocollo evidence-based per il trattamento del DOC. Non mancano quelle tecniche che potremmo definire anti-disgusto, che mettono in evidenza quanto questo tipo di emozione sia molto connessa alla fenomenologia del DOC.

La terza parte integra la prospettiva d’intervento, specificando come le tecniche di terza generazione, l’ Acceptance and Commitment Therapy ACT e la Mindfulness siano degli interventi validi e complementari capaci di potenziare il trattamento CBT standard.

Successivamente, viene affrontato il tema dei familiari e del contesto in cui si “accomoda il DOC” evidenziando i cicli di mantenimento di matrice relazionale, ovvero interpersonali, che seppure messi in atto a fini di bene (ad esempio: elargire rassicurazioni, favorire le compulsioni, “pacca sulla spalla”) rinforzano e mantengono la sintomatologia.

Infine, è proposta una sezione dedicata interamente alla prevenzione delle ricadute con particolare attenzione verso alla vulnerabilità storica nel trattamento del DOC. Si sottolinea infatti quanto sia importante individuare da dove originano le credenze disfunzionali e quali siano le esperienze sensibilizzanti alla base del disagio con lo scopo funzionale di impostare un lavoro  mediante tecniche afferenti alla Schema Therapy (ST) al fine di re-scrivere le esperienze precoci in cui si è strutturato il vissuto di colpa a causa di esperienze di rimprovero sprezzante e/o di  emozioni precoci di disgusto, con l’obiettivo clinico di ottenere una riduzione della sintomatologia. Parallelamente si promuovono interventi ed esercizi volti ad allenare e promuovere le strategie più  adeguate a sorvegliare e arginare il rischio di ricaduta.

In conclusione, questo manuale, mediante un linguaggio metaforico, offrendo esercitazioni pratiche e dettagliate, vuole essere una guida applicativa e pragmatica che  riesce senza dubbio a far sentire gli  psicoterapeuti  meno impotenti di fronte alle insidie del DOC con lo scopo ultimo di far sentire maggiormente compresi, validati e certamente meno soli i pazienti che soffrono a causa di un DOC, portandoli , in linea con gli interventi proposti, a sviluppare maggiori abilità di accettazione e gestione della propria problematica.

I nostri casi clinici su Mind

di Federica Russo

Psicologi e psicoterapeuti della Scuola di psicoterapia cognitivo comportamentale di Roma contribuiscono alla stesura di casi clinici sul mensile di neuroscienze e psicologia

“La donna dalle mille vite”, “Il dubbio amoroso una perversa ossessione”. Sono i titoli degli articoli pubblicati di recente sulla rivista di divulgazione scientifica Mind – Mente & cervello, a cura degli psicoterapeuti cognitivisti Cecilia Laglia e Giuseppe Femia. A partire dalla scorsa estate, infatti, un gruppo di psicologi e psicoterapeuti che lavora e opera nel centro clinico della scuola di psicoterapia cognitivo comportamentale APC SPC di Roma, diretta dal neuropsichiatria infantile e psicoterapeuta Francesco Mancini, contribuisce alla stesura di casi clinici sul mensile di neuroscienze e psicologia.
Gli articoli finora pubblicati, sottoposti alla supervisione dello psicologo e psicoterapeuta Andrea Gragnani, approfondiscono due tematiche molto comuni nella psicopatologia clinica: “La donna dalle mille vite” analizza il legame tra il Disturbo istrionico di personalità e le carenze di sicurezza e accudimento amorevole durante l’infanzia; “Il dubbio amoroso una perversa ossessione” affronta aspetti del Disturbo ossessivo compulsivo nel rapporto sentimentale.
La pubblicazione di articoli su casi evidenziati durante l’esperienza professionale all’interno della scuola romana proseguirà nei mesi a venire.
Riconducibili a psicopatologie comunemente affrontate nel percorso di psicoterapia, i casi scelti si distinguono per singolarità o attenzione clinica. In particolare, si affronta l’inquadramento diagnostico, che fa riferimento ai criteri del Manuale diagnostico e statistico dei disturbi mentali (DSM-5), e vengono delineate le caratteristiche cardine del disturbo, il funzionamento del paziente, la proposta di trattamento e l’eventuale esito dello stesso.
Di seguito i link degli articoli finora pubblicati:

La donna dalle mille vite
Quando mancano aspetti fondamentali dell’infanzia, come senso di sicurezza e accudimento amorevole, si può arrivare a soffrire di disturbo istrionico di personalità (DSM-5), che si caratterizza per un’emotività pervasiva ed eccessiva e per un comportamento marcato di ricerca di attenzioni e approvazione da parte degli altri.
https://www.lescienze.it/mind/articoli/2020/06/26/news/la_donna_dalle_mille_vite-4748702/

Il dubbio amoroso una perversa ossessione
Sebbene sia innamorato della sua compagna, il signor A. è ossessionato dai dubbi. Colpa di un disturbo ossessivo-compulsivo che ha origini lontane
https://www.lescienze.it/mind/articoli/2020/12/30/news/il_dubbio_amoroso_una_perversa_ossessione-4861163/

Un test per scoprire emozioni da Covid

di Giuseppe Femia e Isabella Federico

Gli effetti psicologici della pandemia che stiamo vivendo

Gli effetti psicologici connessi a Covid-19 sembrano – ora più che mai – apparire come tutt’altro che secondari, anzi, talvolta sembrano addirittura precedere e anticipare quelli fisici.

La “coronafobia” provoca: panico, ansia, comportamenti ossessivi, atteggiamenti di “accaparramento”, paranoia, depressione e disturbo da stress post-traumatico (PTSD) nel lungo periodo, un sentimento di maggiore solitudine negli anziani, maggiori ansia e incertezza, irritabilità e noia nei bambini e nei ragazzi, episodi di violenza e scompenso nei pazienti psichiatrici. Tali manifestazioni sono peraltro continuamente alimentate da una cosiddetta “infodemic”, ovvero dai continui messaggi riguardo il virus trasmessi dalle diverse piattaforme dei social media. Non solo: assistiamo a esplosioni di razzismo, stigmatizzazione e xenofobia contro le comunità straniere.

Abbiamo qui associato le lettere che compongono la parola “Covid” agli aspetti che mettono a dura prova la nostra psicologia in questo periodo storico, procurando effetti negativi a lungo termine e segnando la nostra memoria emotiva:

C – OSCIENZA/ COSTRIZIONE: certamente la pandemia e tutti i suoi scenari scuotono la nostra coscienza (di tipo individuale e collettivo), generando uno stato di allarme generalizzato e di preoccupazione, un senso di confusione rispetto ai nostri piani esistenziali, costringendoci a entrare in contatto con gli aspetti più vulnerabili del “Sé”. Ci troviamo di fronte a quelli che sono universalmente gli scenari più temuti: ammalarsi, morire, rimanere soli, in un clima di deprivazione emotiva, di difficoltà ed emergenza. Siamo costretti a un modus vivendi inconsueto, restrittivo, ponendoci di fronte a una richiesta che suona quasi come un paradosso: ignorare la nostra natura sociale di scambio e interazione, diventare degli “animali distanzianti”, a garanzia di un bene comune, quello di preservare la specie.

O–SSESSIONE: il Covid-19 ha generato un proliferare di ossessioni in generale e in particolare di quelle connesse alla salute, all’igiene, oltre a preoccupazioni riguardanti il futuro, una sorta di rimuginio. Ha certamente sollecitato il nostro pensiero spingendolo a ruminare su quanto sia probabile ammalarsi, guarire o morire, e quanto sia grave rispetto alla responsabilità che potremmo avere nel generare un contagio o nel subirlo.

V–ERDETTO: positivo o negativo? Se il verdetto è negativo, possiamo tirare un sospiro di sollievo, ma se il verdetto è positivo? Come mai le persone temono così tanto rendere pubblica la propria positività? Come se non bastasse, allo stato di allerta e pericolo, sembra aggiungersi – nella maggior parte dei casi – un incremento di emozioni non solo di ansia ma di vergogna, senso di colpa e di vissuti di inadeguatezza, come se essere positivi al Covid-19 determinasse un vero e proprio stigma. Uno stato di tensione che genera ansia e certamente segna il proprio vissuto, la propria storia e quotidianità. Uno stato, questo, che certamente favorisce quei fenomeni di ansia anticipatoria, di controllo eccessivo e di preoccupazione ipocondriaca.

I–MMUNITÀ: tutti sogniamo di essere immuni, o poterlo diventare, e taluni credono di esserlo già: negano addirittura la presenza del virus e la sua pericolosità, si sentono onnipotenti e lo sfidano, e alcuni di loro escogitano strategie complottiste, un chiaro segno di rifiuto della realtà. Tale fenomeno ha chiaramente ingrediente di interesse clinico, riflettendo i meccanismi eziopatogenetici di talune condizioni psicopatologiche: spesso quando la minaccia diventa eccessiva si escogitano meccanismi di diniego o di alterazione dell’esame di realtà.

D–EMOCRAZIA/DOMINANZA: nessuno ha più la possibilità di non pensare al Covid-19, il virus ha totalmente invaso la nostra libertà mentale, oltre che fisica (limitazioni negli spostamenti, coprifuoco, etc), DOMINANDOLA. Tutti siamo tenuti a considerarlo nei suoi aspetti catastrofici, dietro i quali risuona la più generale paura della malattia, della morte, della perdita e, se dovessimo dimenticarlo, certamente qualcuno sarà pronto a ricordarcelo. Persino coloro che provano a negare la sua presenza combattono per non vederlo, si ribellano e ne sono invasi in termini di pensiero e comportamento.

Riflettendo sulla situazione attuale dovuta alla pandemia e alla quarantena, possiamo dunque concludere che il clima psicologico del Covid-19 porta con sé una crisi di valori, personali e collettivi, che certamente ci costringe a rivalutare le priorità e a mettere in discussione molti dei nostri schemi culturali di riferimento e di funzionamento psicosociale e per questo si rendono necessari interventi coordinati dei professionisti della salute mentale.

Al fine di indagare sugli effetti mentali del periodo che stiamo vivendo, abbiamo creato il test online Le emozioni durante la pandemia da Covid-19, rivolto a chiunque voglia parteciparvi in forma anonima e gratuita. Gli effetti psicologici a lungo termine dovuti a Covid-19 non sono da sottovalutare, specialmente in relazione a questa seconda ondata. Pertanto meritano approfondimento e ulteriore livello di indagine.

 

Clicca per compilare il test 

Le emozioni durante la Pandemia da Covid-19 

 

Per approfondimenti

Damasio, A. (1994). L’errore di Cartesio. Emozioni, ragione e cervello umano. Adelphi, Milano, 1995

Dubey, S., Biswas, P., Ghosh, R., Chatterjee, S., Dubey, M. J., Chatterjee, S., Lahiri, D., & Lavie, C. J. (2020). Psychosocial impact of COVID-19. Diabetes & metabolic syndrome, 14(5), 779–788. https://doi.org/10.1016/j.dsx.2020.05.035

Lyons, D., Frampton, M., Naqvi, S., Donohoe, D., Adams, G., & Glynn, K. (2020). Fallout from the COVID-19 pandemic – should we prepare for a tsunami of post viral depression?. Irish journal of psychological medicine, 1–6. Advance online publication. https://doi.org/10.1017/ipm.2020.40

Talevi, D., Socci, V., Carai, M., Carnaghi, G., Faleri, S., Trebbi, E., di Bernardo, A., Capelli, F., & Pacitti, F. (2020). Mental health outcomes of the CoViD-19 pandemic. Rivista di psichiatria55(3), 137–144. https://doi.org/10.1708/3382.33569

Vindegaard, N., & Benros, M. E. (2020). COVID-19 pandemic and mental health consequences: Systematic review of the current evidence. Brain, behavior, and immunity, 89, 531–542. https://doi.org/10.1016/j.bbi.2020.05.048

DOC e DOCP durante la pandemia

di Gianluca Ghiandi e Giuseppe Femia

Il lockdown per il Covid-19 ha evidenziato le differenze tra il disturbo ossessivo compulsivo e il suo omonimo di personalità

Il Covid-19 è un virus noto ormai da alcuni mesi a livello mondiale a causa dei suoi effetti negativi non solo per la salute fisica (febbre, tosse, polmonite e persino la morte) ma anche per quella psichica, soprattutto considerando le ripercussioni che questa malattia ha avuto nella vita delle persone.
Il lockdown mondiale ha infatti portato, forse per la prima volta nella storia dell’essere umano, a un “cessate il fuoco” collettivo, un’immobilizzazione di massa a cui probabilmente non eravamo preparati. Viviamo, infatti, in un’era in cui la “corsa contro il tempo”, affinché si riesca a svolgere tutte le attività giornaliere programmate, sembra essere una prerogativa fondamentale delle nostre vite. Fare, fare e ancora fare.
Risulta quindi comprensibile supporre che, quando arriva il momento in cui ci viene chiesto di “non fare”, non solo questo ci risulta strano e inaspettato, ma produce anche conseguenze negative di considerevole impatto sul nostro status psico-emotivo, con le quali tutti (o quasi) dovremmo farne i conti. Un’indagine condotta da Wan-Sheng Wang e collaboratori della Huaibei Normal University, in Cina, ha mostrato un aumento dei vissuti emotivi di ansia, depressione e sensibilità ai rischi sociali, con una conseguente diminuzione della soddisfazione della vita.

Nonostante la prevalenza di questi vissuti emotivi sia molto comune nella popolazione, le reazioni comportamentali sembrerebbero invece essere diverse in simili circostanze. Prendiamo ad esempio in esame il disturbo ossessivo compulsivo e il suo omonimo di personalità. Da tempo questi due disturbi, nonostante le numerose evidenze scientifiche mostrino il contrario, vengono spesso associati e confusi come due manifestazioni sintomatologiche sovrapponibili. Infatti, mentre la persona con disturbo ossessivo compulsivo presenta un quadro sintomatologico caratterizzato da ansia e pensieri indesiderati, insight e sofferenza a causa delle proprie ossessioni, sentimenti di colpa e propensione al disgusto, le persone che presentano un assetto ossessivo della personalità si caratterizzano per la presenza di standard elevati, rigidità, difficoltà a gettare oggetti inutili, avarizia, iper-produttività a discapito delle attività di svago e di piacere, regole rigide e intransigenti rispetto a ciò che è giusto o sbagliato, estrema aderenza all’autorità e scarsa capacità a comprendere il punto di vista e le emozioni degli altri, apparendo spesso arroganti, prepotenti, testardi e polemici. Quest’ultimi mostrerebbero, inoltre, una spiccata difficoltà a manifestare le proprie emozioni in quanto spinti dall’idea che debbano essere controllate per non danneggiare il valore di sé. Infine, nella clinica si è riscontrato spesso che i pazienti con DOC manifestano maggiore capacità di adattamento sul piano sociale, affettivo e interpersonale rispetto ai pazienti con DOCP.

Forse oggi, in tempo di pandemia, è possibile riuscire a delineare ed evidenziare una maggiore differenziazione di comportamento e reazione tra questi due quadri sintomatologici. Sappiamo ad esempio che, in genere, i pazienti con una personalità ossessiva tendono a mostrare un bisogno costante di controllo interpersonale, con conseguenti manifestazioni di rabbia (occasionali ma esagerate) che si manifestano sia in ambiente familiare sia in ambiente lavorativo, soprattutto quando percepiscono che le cose non vengono fatte secondo il loro principio di perfezione. Inoltre, è interessante notare come da un lato mostrano una tendenza ad essere eccessivamente esigenti e punitivi nei confronti di un subordinato e dall’altro, presentano invece una predisposizione a sottomettersi facilmente all’autorità. Sono spinti da una forte motivazione intrinseca, una sorta di automatismo, una doverizzazione (“Faccio così perché è giusto che sia così, questo è il modo giusto di farlo”), che non permette loro di riconoscere che in realtà sono persone dotate di desideri, intenzioni e scopi e che potrebbero lasciarsi guidare da questi senza per forza doversi sottomettere al proprio giudizio.
Al contrario, le persone che presentano un disturbo ossessivo-compulsivo sembrano essere governate dallo scopo di volere essere accettati, degni e non colpevoli, e soprattutto non criticati in modo sprezzante. Ad esempio, nei soggetti con il timore delle contaminazioni, lo scopo ultimo non è tanto quello di prevenire ed evitare il contagio in sé, quanto piuttosto quello di eludere il rischio di essere responsabili della contaminazione propria ed eventualmente di altri, di poter quindi recare loro un danno, al fine di non poter essere considerati moralmente responsabili o omissivi; a queste preoccupazioni segue una seconda valutazione critica di sé, della sintomatologia, dei rituali, dei costi, assieme al timore di poter essere fonte di disgusto e disprezzo e giudizio negativo da parte degli altri. I pazienti DOC si caratterizzano, quindi, per un timore di giudizio negativo e in particolare circa la possibilità che le persone possano provare verso di loro disgusto e disprezzo compromettendone l’immagine e l’integrità morale.

Dall’analisi di questi due quadri comportamentali risulterebbero chiari ed evidenti i punti di divergenza e convergenza dei due disturbi. In entrambi i casi sembrerebbe molto probabile che, in questo periodo di crisi, le due tipologie di pazienti mostrino vissuti depressivi e paranoici e un incremento di ansia rispetto al tema della responsabilità e delle regole. Plausibilmente, troveremo in entrambi un totale rispetto delle regole della pandemia, anche se esse sono sostenute da scopi diversi: da una parte i pazienti con DOC mostrano una costante paura del contagio e fanno di tutto affinché questo non avvenga per non sentirsi moralmente responsabili di essere eventuali vettori del virus, aumentando così probabilmente le loro compulsioni e le loro restrizioni, dall’altra i pazienti che mostrano una personalità ossessiva sono, invece, di per sé ligi alle regole a causa dei sentimenti di giustezza che governano la loro vita, pronti a conformarsi quando gli altri non lo sono e dunque pertanto potrebbero arrabbiarsi se queste non vengono rispettate, data anche la loro tendenza a sottoporsi facilmente alle regole dell’autorità. A causa quindi delle restrizioni, quest’ultimi potrebbero inoltre provare rabbia ed essere polemici e scombussolati dal fatto che i programmi siano saltati o da ridefinire. Potrebbero sperimentare preoccupazione rispetto al futuro, ai danni economici e sono pronti a rinnovare la loro parsimonia e la loro testardaggine a livello interpersonale.

Per approfondimenti

Brooks, Sam & Webster, Rebecca & Smith, Louise & Woodland, Lisa & Wessely, Simon & Greenberg, Neil & Rubin, G.. (2020). The Psychological Impact of Quarantine and How to Reduce It: Rapid Review of the Evidence. SSRN Electronic Journal. 395. 10.2139/ssrn.3532534.

Li, S., Wang, y., Xue, J., Zhao, N., & Zhu, T. (2020). The impact of Covid-19 epidemic Declaration on Psychological consequences: a study on active Weibo users. International Journal of Environmental Research and Public Health, 17(6), 2032.

Mancini, F. (2016). La mente ossessiva. Raffaello Cortina Editore. Milano

Se la distanza diventa vicinanza

di Giuseppe Femia

Dalla cyber-psychoterapy al bisogno del contatto umano

La quarantena ha determinato un cambiamento della pratica in psicoterapia. Il rapporto fra paziente e psicoterapeuta si sposta in una piattaforma virtuale, il setting cambia forma, lo spazio fra i due protagonisti (di questo complesso processo) è determinato da nuovi elementi: la voce passa attraverso il microfono, il corpo viene veicolato  dalla webcam, la relazione si catapulta in un’altra dimensione.

Viene spontaneo chiedersi: questo tipo di setting “trasformato” rischia di danneggiare l’alleanza terapeutica?. Dunque s’innescano dei timori: e se questa modalità di psicoterapia diventasse una prassi troppo diffusa?

Questo “newspace” di interazione potrebbe davvero avere delle implicazioni negative e svilire la relazione tra terapeuta e paziente, intesa come nucleo fondante della psicoterapia, quel concetto “meta” attorno al quale ruotano tutti quegli aspetti tecnici e metodologici?

Soprattutto, ci chiediamo se e quanto l’empatia – quel calore umano caratterizzante e ingrediente che da sempre contraddistingue il rapporto di cura – possa ridursi o venire meno.

E noi psicoterapeuti corriamo il rischio di diventare meccanici, tecnicisti, “metallici”?

Progresso- trasformazione-rischio?

È plausibile pensare che questo tipo di aggiustamento fra psicoterapeuta e paziente possa (paradossalmente) aver rafforzato la relazione e rinnovato il rapporto di fiducia alla base degli interventi di supporto e di cura.

Altra domanda, forse ancor più interessante, è: come ci sentiamo noi psicoterapeuti, come ci percepiamo in questa situazione, in questo diverso setting? Più oppure meno efficaci? Progressisti versatili o romantici conservatori?

Cambia il nostro vissuto e il nostro ruolo e si modificano i confini fra paziente e terapeuta?

Viene violato lo spazio personale? Siamo più rigidi (reazione da compenso) o disinibiti?

Da sempre, il luogo fisico della psicoterapia è investito di un importante ruolo, quasi cruciale, rispetto alla costruzione di un legame di alleanza e anche rispetto al successo del trattamento. Nella tele-psicoterapia lo spazio cambia forma, è meno gestibile, meno prevedibile, influenzato da diverse variabili: l’ambiente è poco tutelato a livello di privacy, non è  esclusivo e specifico (destinato solo a quel tipo di attività), il setting è in “metamorfosi”.

Se il processo di psicoterapia ne risente, bisogna chiedersi qual è il peso specifico di questi ingredienti e quanto questa modalità possa essere  rischiosa in termini clinici. E se sì, con quali pazienti? Per chi, invece, appare più efficace e in quali casi si mostra più opportuna?

Per alcuni diventa un mantenimento fobico, per altri una salvezza, una finestra aperta in una casa chiusa durante una guerra fredda. Questa modalità potrebbe trascurare i ragazzi, gli adolescenti; potrebbe diventare una forma di psicoterapia troppo élitaria ed escludente nei confronti di coloro che sono poco inclini al digitale per scelta o per possibilità; potrebbe non essere sufficiente in quelle realtà cliniche svantaggiate che richiedono non solo presenza, ma soprattutto supporto emotivo “in vivo”. Alcuni profili, come quelli paranodei o quei disturbi gravi della personalità (di difficile gestione nella relazione e nell’alleanza terapeutica), potrebbero non aderirvi. Sembra dunque necessario valutare i disturbi e i tipi di personalità al fine di adattare e regolamentare il setting telematico, arginare alcuni fenomeni che potrebbero peggiorare alcuni quadri sintomatologici o determinare fenomeni di drop-out. 
Invece, osservando la letteratura si rilevano successi e dimostranze di efficacia: alcuni studi riportano risultati positivi di questo setting telematico con pazienti affetti da una sintomatologia clinica di tipo depressivo, ansiosao o nei disturbi alimentari, in particolare con bulimia nervosa. Altri studi sembrano indicare come anche le tecniche di tipo esperienziali online, quali la mindfulness e gli interventi basati sulla consapevolezza, possano produrre risultati di efficacia in termini di benessere psicologico anche quando praticate da remoto.

In generale, riguardo al tema della psicoterapia telematica, sembrano esservi diversi spunti di riflessione spesso contrastanti: “una quasi regressione verso un’astinenza distanziante”; “non è autentica”; “potrebbe danneggiare i pazienti”; “ una sorta di discount della psicoterapia”. Oppure: “rappresenta la vera rivoluzione della psicoterapia”; “riesce a raggiungere tutti e accorcia le distanze”.

Occorrerebbe regolamentare questo tipo di modalità d’intervento secondo regole deontologiche chiare e condivisibili, definire un concetto di setting telematico, far sì che diventi normativo, al fine di gestire l’ansia e il pregiudizio e lasciare spazio a osservazioni prolifere di progresso e ragionamento clinico.

Infine, potrebbe ancora risultare utile interrogarsi  rispetto a quella funzione psicoterapeutica implicita di “riparazione” verso quelle carenze affettive che spesso rintracciamo alla base dei disagi clinici.  Può questa davvero essere espletata dietro a uno schermo?

Chiaramente la terapia online è stata, in questa situazione di emergenza, una risorsa perché ha consentito di abbattere le distanze, le pareti e di lavorare e fornire aiuto e supporto psicologico a chi ne avesse bisogno.

Psicoterapia telematica: il parere degli psicoterapeuti e il punto di vista dei pazienti.
Psicoterapia telematica: il parere degli psicoterapeuti e il punto di vista dei pazienti.

D’altronde, la possibilità di svolgere le sedute con guanti e mascherine non sarebbe forse anche un’altra alterazione del setting? Forse maggiormente frustrante? O un’altra esperienza ancora?

Chissà se questo tipo di adattamento non possa invece favorire riflessioni e avanzamenti nella pratica clinica, fornendo osservazioni e considerazione a partire da un nuovo punto di vista.

Certo è che pensare di sostituire (proprio adesso, in questo periodo di distanziamento coatto) il ritmo spontaneo dell’interazione umana, dove i volti si muovono vicendevolmente, in cui le emozioni fluiscono in modo immediato, intellegibile, chiaro, con la psicoterapia online stimola una ribellione.  Si reclama la volontà di ritrovare quello scambio diretto, quella pausa caffè, quella chiacchiera, quei rituali che scaldano e distraggono, quel carattere spontaneo della vita, quel confronto con i colleghi, un po’ come “rientrare a casa” dopo un lungo viaggio, di tipo orientale, esotico, stimolante ma da cui, a un certo punto, vuoi scappare in cerca di volti e spazi noti.  Dunque non escludiamo la voglia di ripartire per altri viaggi, di volerne esplorare con curiosità i diversi percorsi, alternative, ma riconosciamoci e riconosciamo, per quanto avanguardisti, il bisogno del calore umano, della prossimità e della vicinanza  e dunque di quella natura affettiva e sociale che ci nutre nella  sua più originaria ed essenziale essenza.

Fatto ormai savio,
con tutta la tua esperienza addosso
già tu avrai capito ciò che Itaca vuole significare.
Kostantino Kavafis

Chi si ferma è perduto?

di Giuseppe Femia e Alessandra Lupo

 E la gente rimase a casa
E lesse libri e ascoltò
E si riposò e fece esercizi
E fece arte e giocò
E imparò nuovi modi di essere
E si fermò […].

Stiamo vivendo uno scenario in cui tutto si ferma, il tempo scorre e l’essere umano viene messo all’angolo da un virus silenzioso che sta destabilizzando gli equilibri di tutti.

Come ci sentiamo? Cosa proviamo?

Cosa stiamo facendo per fronteggiare quelle comuni emozioni che ci attraversano durante i giorni di questa quarantena?

Si parla tanto di costrizione, di trauma e di stato depressivo. Tutto dovrebbe andare verso l’unica direzione della staticità, come se in questo momento così difficile e spaventoso, ci fossimo messi tutti a tremare dalla paura in un angolo, aspettando la fine di questa pandemia.
In realtà, basta aprire uno qualsiasi dei social, fare una videochiamata di gruppo e chiedere ai propri conoscenti cosa hanno fatto durante la giornata, per rendervi conto del contrario, di quante cose si fanno per riempire le giornate e non dare spazio a nessun momento di vuoto e di noia: sentirete elencarvi le più svariate attività. Gli schermi dei nostri dispositivi catturano vari scatti di momenti “del fare”, spaziando da piatti più o meno elaborati a scene di film e serie tv, fino ad arrivare allo sport casalingo. Tutti ci sentiamo investiti di un compito fondamentale: “il fare per non sentire”. Siamo mossi da una spinta energica, per sentirci protetti e ancorati a una realtà destabilizzante.
Come mai quasi tutti hanno deciso di abbandonare il proprio comodo divano per attività ricreative che riempiano la giornata? Qual è lo scopo che ci spinge e ci motiva? Forse questo ci permette di non prendere contatto (stato simil dissociativo) con ciò che sta realmente accadendo?

L’ipotesi potrebbe risiedere proprio nelle emozioni da cui siamo partiti. Se tutti ci fermassimo per davvero a riflettere su quello che sta accadendo, ci renderemo conto delle emozioni che si associano alla realtà che stiamo sperimentando. Tutto questo attiverebbe una serie di emozioni sgradevoli, come la tristezza (legata alla perdita di beni, affetti, ruoli sociali e libertà), l’ansia (legata a una o più minacce percepite, tra cui l’ipotesi di potersi ammalare), la paura (legata all’imprevedibilità del presente e del futuro molto incerto). Fermarsi vuol dire togliere il coperchio di una pentola in piena ebollizione, con il rischio di fare travasare tutto il contenuto al di fuori del contenitore emotivo. Infatti, sembrerebbe che in questo periodo di quarantena, più che reazioni depressive, stiamo adottando tutti una strategia di coping di iperattività e dinamismo, per fronteggiare queste emozioni intollerabili e di impatto con una realtà che ci spaventa e ci rende tristi: il fare diventa quindi il promotore dell’ottimismo.

Ci siamo rivolti alla dea mania per tirare fuori le energie e la spinta al dover fare. Abbiamo cambiato le nostre abitudini, si va a letto tardi, il sonno sopraggiunge a fatica, si pensa a cosa fare e a come gestire il tempo con le risorse a disposizione.

Siamo attivati per non sentire, per non entrare a contatto con queste fragilità, per anestetizzare il dolore e le emozioni negative che possono dominare questo tempo di stallo.

L’ipotesi potrebbe risiedere nell’intolleranza a sperimentare la tristezza. Essere tristi potrebbe significare, infatti, essere spenti, non vivere. Seguendo questa linea di pensiero, l’antiscopo da perseguire sembrerebbe: “Non posso essere triste”; di conseguenza, una delle strategie più comuni è quella di darsi uno stimolo per allontanarsi il più possibile da quest’emozione, switchando nello stato opposto.

Ma cosa succederà dopo? Questo è forse lo scenario più difficile da immaginare… Saremo gli stessi di sempre? Saremo ancora attivi? Oppure come accade dopo la fine di una lotta, ci sentiremo stanchi e spenti?

[…]E quando il pericolo finì
E la gente si ritrovò
Si addolorarono per i morti
E fecero nuove scelte
E sognarono nuove visioni
E crearono nuovi modi di vivere
E guarirono completamente la terra
Così come erano guariti loro.

Kitty O’Meara – Poesia ai tempi del Covid-19

I crocevia del terapeuta

di Giuseppe Femia

L’importanza dei processi differenziali nelle fasi di Assessment 

Nella pratica clinica diventa sempre più complesso differenziare i diversi quadri psicopatologici e le manifestazioni normali da quelle problematiche. Questo avviene a causa della natura eterogenea dei disturbi, della scarsa specificità di alcune manifestazioni, sempre più transdiagnostiche, e dallo scontro fra unicità del paziente e criteri nosografici monotetici: in poche parole, i criteri di classificazione dei disturbi sono inevitabilmente limitati rispetto alla molteplicità delle manifestazioni della mente umana.

Al fine di condurre un’attenta analisi del funzionamento psicologico, i processi differenziali in termini diagnostici – cioè i procedimenti che tendono a escludere man mano alcuni disturbi per giungere a quello corretto – si mostrano sempre più indispensabili nella comprensione dei diversi disagi psicologici e nella definizione degli interventi psicoterapici più adeguati.

Prendiamo in esame due pazienti. Il primo è strutturalmente portato alla depressione oppure sta demoralizzandosi sulla base di un funzionamento narcisistico o di un problema di ansia fobica che sta limitandone l’autonomia e compromettendo gli scopi esistenziali. Il secondo lamenta distacco, visione offuscata, sensazione di stare in un film, riferisce di sentirsi come in un sogno. In questi casi, il clinico viene chiamato a stabilire se si tratta di un fenomeno di distacco psicotico oppure di uno stato dissociativo e, nello specifico, di depersonalizzazione in relazione a vissuti di panico e agorafobia oppure di una reazione traumatica.

Differenziare le manifestazioni significa comprenderne l’origine: dare un senso ai sintomi, non etichettare in modo sterile i vari disordini ma coglierne il significato.Ecco il motivo per cui il ragionamento clinico in fase di Assessment si costituisce in quanto elemento fondamentale da cui muoversi verso approfondimenti e ipotesi.

Spesso accade che le persone arrivino in consultazione raccontando un problema che li affligge ma, in fondo, quello che loro raccontano come difficoltà principale si scopre essere la risposta a qualcosa di più profondo e nucleare che si svela solo di fronte a difficoltà che in qualche modo minacciano scopi di vita e scompongono equilibri e abitudini.

Pensiamo a un soggetto con una personalità dipendente, da sempre abituato a funzionare assieme a qualcuno che dirige il timone della sua esistenza: questi inizierà a manifestare problemi di ansia e tristezza di fronte alla minaccia che la relazione possa terminare; arriverà in consultazione manifestando attacchi di panico, agorafobia, angoscia e solo man mano riuscirà a tracciare la connessione fra il sintomo, il disagio acuto che lo porta a soffrire e la sua struttura personologica di base.

Altro esempio in cui i processi differenziali risultano fondamentali sia ai fini diagnostici che terapeutici, è la sempre più difficile differenzazione del Disturbo Borderline da quello Bipolare di tipo II. Le manifestazioni di impulsività e ostilità, oltre che l’instabilità affettiva e comportamentale, si sovrappongono e rendono complesso questo tipo di operazione da parte del clinico.

Anche rispetto al disturbo depressivo risulta fondamentale definire la natura del disagio, escludere episodi di attivazione e chiarire la natura unipolare o bipolare del disagio manifesto.

Allo stesso modo, nella valutazione dei processi di tipo ossessivo, alle volte le ossessioni sono talmente bizzarre e spaventevoli per il paziente che sembrano somigliare a veri e propri disordini del pensiero.

Infine, ultimo esempio, può accadere che le credenze di inadeguatezza e gli evitamenti messi in moto allo scopo di evitare le sensazioni temute, si confondano con tratti stabili e pervasivi di tipo evitante. Dunque, fobia sociale o Disturbo Evitante della Personalità?

In conclusione, possiamo assumere come la conoscenza della psicopatologia richieda un continuo approfondimento e un’attitudine clinica pronta ed empatica che, se supportata da esami psicodiagnostici adeguati, promuove la verifica delle ipotesi di funzionamento e inquadramento nosografico. Processi, questi, da ritenere “preliminari” alla messa a punto di un piano di intervento psicoterapeutico adeguato.

Stigma e conoscenza

di Giuseppe Femia

È giusto comunicare al paziente il proprio disturbo? E come farlo?

Nel libro “Diagnosi e destino”, Vittorio Lingiardi cattura la mente del clinico, trasferisce e aggrega concetti e teorie da Foucault a Basaglia, traccia una linea di conoscenza ricca e saggia. Passando per percorsi storici relativi al concetto di malattia mentale, lascia un bagaglio operativo per chi lavora a confronto con la psiche, con i suoi trabocchetti, con le sue trappole, con le sue categorie.
Sin da subito si presenta la volontà di evidenziare un pensiero clinico che sia flessibile, lontano da inquadramenti diagnostici asfittici e da nosografie sterili: “il rovinoso cartellino”.

Il focus è centrato sui processi, i significati e le dinamiche che si muovono attorno o in relazione al tema della diagnosi: è un diritto conoscere il nome della propria sofferenza?
È giusto comunicare al paziente il proprio disturbo? E come farlo?
Soprattutto: come fare a non attivare processi di giudizio e discriminazione in relazione alla sofferenza psichica? Quanto il clinico influisce nei processi di definizione delle problematiche psicologiche in termini di diagnosi? Come utilizzare le coordinate comuni e i manuali diagnostici senza cedere a ragionamenti clinici aridi?

In questo testo vengono sollevate riflessioni riguardo l’impatto della “diagnosi” nella vita di ciascuno: “dal morbillo alla depressione, tutti, prima o poi, riceviamo una diagnosi. Che è timore, conoscenza e relazione”.
Sono affrontati concetti che si muovono attorno alla pratica clinica, alle categorie psichiatriche e soprattutto al rischio che esse creino disagio, qualora utilizzate in un modo rigido e trascurante la soggettività di ciascun individuo. “Se isoliamo l’etichetta diagnostica dalle finalità e potenzialità che essa implica, – si legge nel testo – rischiamo di fare come lo sciocco che, quando il saggio gli indica la luna, guarda il dito”.

Si sollevano riflessioni rispetto all’ipocondria nelle sue diverse forme, dalla “diagnosifilia” alla “diagnosifobia”. Vengono descritte le tre forme di Narcisismo, quella “maligna”, quella “vulnerabile” e quella di alto funzionamento (“l’esibizionista-competitivo”), sottolineando l’importanza di ragionare in termini dimensionali.

Si parla del dilemma del clinico che deve operare un processo di integrazione fra la categoria e l’unicità di ciascuno.
La diagnosi è dunque un processo “tormentato” che richiede impegno e soprattutto empatia da parte di chi la opera. I contenuti trattati sono tanti, ma di maggiore rilievo sembra per l’appunto essere la necessità, più volte ribadita, di generare una diagnosi che non sia sganciata dall’individuo e dal suo mondo di valori, ma contrariamente, operativa e non stigmatizzante.

Nell’ultima sezione del libro, “Diagnosi e psiche”, viene infatti espressa in modo chiaro la necessità di operare diagnosi dimensionali che siano esplicative del funzionamento psicologico alla base della sofferenza e che possano favorire la conoscenza in generale, il trattamento in modo strategico e la ricerca empirica nello specifico.
Si evidenzia la giusta relazione, fondamentale, fra processo psicodiagnostico e formulazione del caso.
Nel testo si ricorre a un linguaggio metaforico. Ad esempio, per spiegare la responsabilità del clinico durante il procedere diagnostico, sia riguardo l’impiego degli strumenti di indagine sia circa la prudenza richiesta durante i processi decisionali e differenziali, viene utilizzata la seguente formulazione:

“[…] se ho un martello e lo uso per piantare un chiodo lo sto usando bene; se lo do in testa a qualcuno lo sto usando male. E se ho una forchetta, non mi servirà per raccogliere il brodo: mentre si raffredda dovrò riflettere sul fatto che ho scelto la posata sbagliata. Non prendiamocela con le diagnosi  e i loro strumenti, ma con chi li usa nel modo e nel momento sbagliato”.

Il libro di Lingiardi si conclude ricordando quanto sia importante valutare gli aspetti di risorsa e adattamento della persona esaminata, i punti di forza, con lo scopo di direzionare la valutazione psicodiagnostica verso l’avvio di un percorso di trattamento che sia idoneo e strategicamente orientato.

Per approfondimenti

Lingiardi, V. (2018). Diagnosi e destino. Einaudi Editore