di Caterina Parisio
- Il battito di Tor Vergata
C’è un momento preciso, subito prima che la musica inizi, in cui un quarto di milione di persone smette di essere una somma aritmetica di individui e si trasforma in un unico organismo vivente. Il 4 luglio scorso, la spianata di Tor Vergata si è offerta come un immenso bacino di risonanza emotiva. Duecentocinquantamila anime si sono radunate sotto il cielo estivo di Roma per il concerto di Ultimo, dando vita a un evento che supera di gran lunga la cronaca musicale.
Per un osservatore distratto, si è trattato di un gigantesco raduno pop, l’ennesimo bagno di folla stagionale. Per chi si occupa di psicologia, di dinamiche umane e delle derive del nostro tessuto sociale, invece, quell’oceano di teste ha rappresentato qualcosa di molto più urgente, quasi ancestrale: una monumentale richiesta di soccorso esistenziale, un disperato e bellissimo tentativo di auto-cura collettiva.
- La fame di presenza nella società dei legami liquidi
Viviamo immersi in quella che il sociologo Zygmunt Bauman ha brillantemente battezzato “modernità liquida”. Le nostre relazioni si sono fatte transitorie, volatili, prive di attrito e, di conseguenza, di stabilità. Ci muoviamo in uno spazio sociale virtualizzato dove i legami si stringono con un tap sullo schermo e si dissolvono con la stessa facilità attraverso un ghosting silenzioso. In questo scenario di costante frammentazione, l’individuo contemporaneo sperimenta una sottile, costante e silenziosa vertigine di isolamento.
L’adunata oceanica di Tor Vergata risponde prima di tutto a questo vuoto: il bisogno primordiale di appartenenza.
Trovarsi spalla a spalla con sconosciuti, sentire il calore fisico dei corpi, condividere la polvere, il caldo e lo stesso spazio emotivo per ore, agisce come un potente ansiolitico sociale. In quella calca non ci si sente sbalzati fuori dal mondo, ma finalmente ancorati a terra. È la transizione dall’Io isolato e iper-connesso al Noi incarnato, dove il corpo dell’altro non è più una minaccia o un profilo da scorrere, ma il limite fisico che convalida la nostra stessa esistenza.
- Il “defibrillatore emotivo” contro l’anestesia digitale
Siamo la prima generazione della storia umana a essere costantemente bombardata da stimoli visivi e uditivi a ciclo continuo. I social media ci sottopongono a un flusso ininterrotto di micro-narrazioni: tragedie globali alternate a balletti virali, meme ironici e ostentazioni di vite perfette. Questo sovraccarico cognitivo produce un effetto collaterale drammatico dal punto di vista psicologico: l’anestesia sensoriale. Per proteggerci da un eccesso di stimoli che non riusciremmo a elaborare, alziamo le nostre difese. Smettiamo di sentire. Ci spegniamo lentamente, diventando spettatori tiepidi della nostra stessa esistenza.
In questo torpore emotivo, la musica di un’artista capace di toccare corde intime, viscerali e quasi adolescenziali nella loro purezza, agisce come un vero e proprio defibrillatore. Le canzoni, cariche di una malinconia fiera, di rabbia costruttiva e di una disperata ricerca di senso, diventano il veicolo per accedere a ciò che teniamo blindato durante la quotidianità.
La psicologia sociale ci insegna che nei grandi gruppi avviene una parziale sintonizzazione neurofisiologica: i respiri si regolarizzano, i battiti cardiaci tendono a sincronizzarsi. Si va a un concerto non solo per ascoltare, ma per risvegliare i sensi, per sperimentare che siamo ancora capaci di provare un brivido profondo, un groppo in gola, una gioia pulita. Il pianto liberatorio di un ragazzo tra la folla non è un segno di fragilità, ma il sintomo di una barriera difensiva che finalmente cede, restituendogli la propria interezza emotiva.
- La co-narrazione: la legittimazione del dolore comune
La sofferenza, nella nostra cultura improntata alla performance e all’efficienza a tutti i costi, è vissuta come una colpa privata, un fallimento personale da nascondere dietro filtri fotografici e sorrisi di circostanza. Nei testi cantati all’unisono da 250mila persone avviene invece un piccolo miracolo clinico: la privatizzazione del dolore si dissolve nella co-narrazione.
Cantare insieme parole che parlano di sentirsi feriti, di sentirsi “ultimi”, di cadute e di faticose rinascite, permette di dare una forma e una voce a ferite che spesso non sappiamo come nominare. E farlo insieme ad altri significa fare l’esperienza liberatoria di scoprire che quella ferita non è un’anomalia personale, ma un tratto universale dell’esperienza umana.
La spianata di Tor Vergata si trasforma così in un immenso diario condiviso. La propria storia personale, con le sue fatiche e le sue zone d’ombra, si intreccia a quella di migliaia di sconosciuti, trovando finalmente accoglienza e legittimazione. Non sono più solo con il mio vuoto; siamo una moltitudine a condividere lo stesso abisso, e questo, paradossalmente, lo rende meno profondo.
- Il rito laico dello “spegnere tutto” e il recupero del tempo
L’essere umano è un animale rituale. Fin dall’alba dei tempi, abbiamo avuto bisogno di riti per marcare i passaggi della vita, contenere l’angoscia dell’ignoto e creare ponti tra l’esperienza quotidiana e qualcosa di trascendente. In una società ampiamente desacralizzata e priva di punti di riferimento stabili, i grandi concerti all’aperto sono diventati i nostri nuovi riti laici di comunione.
Partecipare a un evento del genere richiede un sacrificio intenzionale: il viaggio, l’attesa sotto il sole, la fatica fisica. È un’esperienza che contrasta nettamente con l’istantaneità a cui ci ha abituato la tecnologia. Per qualche ora, si accetta di abbandonare il tempo frenetico e frammentato delle notifiche (quello che i greci chiamavano Chronos) per entrare nel tempo dell’intensità e del significato (il Kairos).
Anche se migliaia di smartphone si sollevano inevitabilmente per catturare un frammento di luce o un video da postare, l’esperienza reale rimane profondamente analogica. È fatta di polvere che si solleva sotto le scarpe, di sudore sulla pelle, di voci che si spezzano per lo sforzo. C’è la necessità quasi fisica di “spegnere tutto”, di silenziare le notifiche mentali e lasciarsi andare a una temporanea, salvifica perdita di controllo all’interno di un perimetro sicuro.
- Una catarsi necessaria per il futuro
Quando l’ultima nota si spegne, le luci di Tor Vergata si riaccendono e la folla inizia il suo lento, silenzioso deflusso verso le macchine, i treni e la quotidianità, qualcosa è cambiato. Chi torna a casa non è esattamente la stessa persona che è arrivata qualche ora prima con lo zaino in spalla.
Eventi di questa portata non sono semplici fenomeni di intrattenimento commerciale. Sono spie luminose sul cruscotto della nostra civiltà. Ci ricordano che, nonostante gli algoritmi tentino di convincerci che uno schermo sia un sostituto sufficiente del contatto umano, siamo ancora creature tribali. Abbiamo ancora un disperato bisogno del fuoco al centro del villaggio, di guardarci negli occhi, di sentirci parte di un disegno più grande. E fino a quando avremo bisogno di cantare insieme per non sentirci soli, ci sarà speranza per la nostra fragile, liquida, ma straordinariamente viva umanità.
Riferimenti bibliografici
Zygmunt Bauman (2011), Modernità liquida. Ed. Laterza



