Disturbi alimentari e memorie infantili

di Giulia Signorini

Esplorare le esperienze di vita precoci tramite l’impiego di tecniche immaginative

Restrizione calorica, abbuffate, condotte compensatorie (vomito autoindotto, utilizzo di lassativi, esercizio fisico eccessivo, etc.), pensiero massimamente focalizzato sul peso e sulla forma corporea, emozioni di vergogna, colpa, disgusto, ma anche ansia, rabbia (spesso inespressa) e solitudine… Il tutto accompagnato da una grande ambivalenza nei confronti del trattamento e del cambiamento: questi sono i termini che descrivono solitamente i disturbi del comportamento alimentare (DCA), per lo meno in prima battuta.

Sì perché il comportamento alimentare può essere letto non solo come la chiara espressione di un disagio clinico, ma anche come un modo (e un mondo) attraverso cui l’individuo è riuscito a trovare un equilibrio, per quanto disfunzionale sia nel lungo termine, una soluzione che gli consente di sopravvivere al meglio delle sue attuali consapevolezze e risorse. Sopravvivere a che cosa? Questa è la domanda interessante. E qui entra in gioco l’indagine del terapeuta: “Cosa c’entrano i miei genitori con tutto questo? Io non ho problemi con loro, ma con il cibo!” – plausibile obiezione dei pazienti quando vengono rivolte loro domande relative all’infanzia e alla relazione con le loro figure di accudimento. Accanto, infatti, a fattori temperamentali, fisici e socioculturali, le prime interazioni con le figure di accudimento primarie e l’ambiente familiare giocano un ruolo decisivo nello sviluppo dei disturbi alimentari (e nella psicopatologia in generale). Indagare le memorie infantili ha quindi molto a che fare proprio con l’individuo di oggi e i suoi problemi attuali, con ciò che in tempi “non sospetti” lui/lei ha imparato riguardo sé, il mondo, le relazioni, cosa ha valore e cosa non è importante.

In Schema Therapy, modello teorico e approccio terapeutico appartenente alla cosiddetta “terza ondata” del Cognitivismo, l’esplorazione dei contenuti relativi ai ricordi infantili ha come obiettivo l’identificazione dei bisogni emotivi non soddisfatti, a partire dai quali si formano gli schemi maladattivi precoci, che sottendono al funzionamento psicopatologico del paziente. Per questo tipo di indagine, ci si avvale anche di tecniche immaginative, attraverso le quali il terapeuta può sfruttare il grande potere dell’immaginazione umana e metterlo al servizio della terapia, sia in fase diagnostica (imagery diagnostico) sia in fase di trattamento (imagery with rescripting). Si tratta di tecniche potenti, da utilizzare dopo una specifica formazione, che consentono di bypassare filtri di natura cognitiva/razionale, solitamente attivi durante una narrazione verbale.

Proprio l’impiego dell’imagery diagnostico è stato oggetto dello studio condotto da Barbara Basile e colleghi, recentemente pubblicato sulla rivista Frontiers in Psychology. Il gruppo di ricerca ha coinvolto 49 pazienti affette da DCA (33 con diagnosi di Anoressia Nervosa e 16 di Bulimia Nervosa), ricoverate presso la casa di cura Villa Garda, in provincia di Verona, allo scopo di indagare i bisogni emotivi non soddisfatti legati a ricordi infantili. Gli autori erano interessati a capire, in particolare, se ci fossero dei bisogni infantili associati in modo specifico a particolari schemi (della paziente o del genitore, indagati attraverso specifici questionari self report) e anche a eventuali specificità di schemi o bisogni emotivi nell’Anoressia e nella Bulimia nervosa.

Lo studio ha rivelato che le esperienze negative infantili evocate durante la procedura di imagery riguardavano per la maggior parte dei casi la figura materna, evidenziando prevalentemente il non soddisfacimento dei bisogni di:

  • sicurezza e protezione, tipicamente legato a episodi di abusi fisici/sessuali/psicologici subiti dal paziente o forti litigi tra genitori in presenza del bambino – associato agli schemi di deprivazione e inibizione emotiva di entrambi i genitori e agli schemi di deprivazione emotiva e fallimento dei pazienti;
  • accudimento e cura: in relazione a momenti in cui uno o entrambi i genitori non erano in grado di occuparsi del bambino, abbandonandolo o non riuscendo a gestire una situazione negativa, mancando in stabilità e prevedibilità – associato agli schemi di dipendenza del paziente e pessimismo/negativismo da parte del padre;
  • espressione emotiva: tipico di quando vengono derise, ignorate o punite manifestazioni spontanee, o quando i bisogni altrui o le regole esterne sono considerate più importanti di quelle del bambino – associato allo schema di deprivazione emotiva da parte del padre.

Dalle descrizioni delle pazienti emerge una figura materna vulnerabile ai pericoli, prona all’autosacrificio, più abbandonica e allo stesso tempo più invischiata rispetto alla figura paterna, che, invece, è percepita come più inibita emotivamente e trascurante rispetto quella materna.

Inoltre, gli schemi individuali di invischiamento delle pazienti correlano con quelli materni di invischiamento, sottomissione e punizione. Proprio l’invischiamento, così come la vulnerabilità ai pericoli, potrebbe essere letto, secondo gli autori, come un modo disfunzionale di fornire protezione, limitando e scoraggiando lo sviluppo dell’indipendenza e dell’autonomia del bambino.

Per quanto riguarda le differenze tra gruppi diagnostici, i risultati dello studio hanno rivelato che i bisogni non soddisfatti di cura, accudimento e attaccamento sicuro sono significativamente associati solo alla diagnosi di Bulimia Nervosa, e che le pazienti di questo gruppo riportano maggiormente lo schema di autocontrollo insufficiente rispetto al gruppo di pazienti con Anoressia Nervosa.

Quali implicazioni per la pratica clinica?

I DCA hanno visto un vertiginoso aumento nel corso della pandemia: stando ai dati raccolti dall’Associazione Italiana di Dietetica e Nutrizione clinica (ADI), l’incidenza dei casi è salita di oltre il 30% tra febbraio 2020 e febbraio 2021.

L’indagine dei bisogni emotivi non soddisfatti attraverso l’imagery diagnostico può rappresentare un ottimo punto di partenza per esplorare gli schemi degli individui affetti da questo disturbo, a partire proprio dal senso che queste narrazioni hanno permesso di dare a esperienze infantili negative. In altre parole, più che all’evento realmente accaduto, attraverso queste esplorazioni, al terapeuta interessa identificare le storie (schemi) che il paziente ha imparato a raccontarsi per dare un senso a quanto accaduto. Questo permette poi di collegare gli schemi (es. “Sono un peso per gli altri”; “Non sono amabile”; “Quello che provo è sbagliato”) alle strategie di coping disfunzionali che il paziente con DCA mette in atto (restrizione, ipercontrollo, abbuffate, etc.) – per sopravvivere alla sofferenza indotta dagli schemi stessi – e di lavorarci in terapia più consapevolmente.

Come auspicano gli autori dello studio, infine, sarebbe interessante esplorare in future ricerche la possibilità di predire gli esiti del trattamento a partire proprio da specifici schemi individuali o genitoriali.

Per approfondimenti

Basile, B., Novello, C., Calugi, S., Dalle Grave, R., Mancini, F. (2021). Childhood Memories in Eating Disorders: An Explorative Study Using Diagnostic Imagery. Frontiers in Psychology, July (12), https://doi.org/10.3389/fpsyg.2021.685194

Simpson, S., Smith, E. (2020). Schema Therapy for Eating Disorders: Theory and Practice for Individual and Group Settings. Routledge Editore.

Young, J.E., Klosko, J.S.; Weishaar M.E. (2003). Schema Therapy. La terapia cognitivo-comportamentale integrata per i disturbi della personalità. Edizione italiana a cura di A.Carrozza, N. Marsigli e G. Melli. Eclipsi Editore.

Un workshop sul Rescripting

https://cognitivismo.com/2016/05/06/la-schema-therapy-uno-sguardo-ai-bisogni-e-alle-emozioni-delleta-infantile/

Foto di Alena Darmel da Pexels

Come applicare le tecniche della Schema Therapy nel trattamento dei pazienti con disturbo di personalità?

di Elena Bilotta

Una serie di video spiegano l’applicazione della Schema Therapy nella pratica terapeutica

Quante volte durante il percorso di formazione in psicoterapia o durante un corso di aggiornamento, dopo aver ascoltato la spiegazione di una tecnica, dopo aver letto articoli e volumi che la descrivono, ci si sente comunque incerti e insicuri nella sua applicazione? E quante volte, proprio a causa di questa incertezza, si finisce per rinunciare alla sua applicazione, nonostante sia magari anche di comprovata efficacia?

Proprio per ovviare a queste problematiche che riguardano sia terapeuti alle prime armi sia quelli più esperti, l’Istituto Olandese di Schema Therapy ha creato una serie di video si cui alcuni sono stati recentemente sottotitolati in lingua italiana (a cura di Barbara Basile) dalla Scuola di Psicoterapia Cognitiva (SPC).

In una prima serie di video raccolti nel cofanetto “Schema Therapy: Step by Step”, novantuno vignette cliniche descrivono e rappresentano specifiche tecniche e modalità di intervento nell’intervento con una paziente con un disturbo di Personalità Borderline. I video mostrano inoltre tipici momenti di empasse nel trattamento o difficoltà nella gestione del paziente, insieme a proposte di soluzioni da parte del terapeuta.

Ampio spazio viene lasciato alla spiegazione e descrizione dell’uso di tecniche esperienziali come l’Imagery (utilizzate anche in altri approcci terapeutici diversi dalla Schema Therapy), tra le quali l’Imagery diagnostico e l’Imagery with rescripting, particolarmente utili ed efficaci per la gestione di schemi disfunzionali e identificazione di bisogni emotivi non soddisfatti, o il lavoro con le sedie, per aiutare il paziente a fare esperienza delle parti,  o mode, e che si possono attivare in momenti problematici e a gestire questi in modo più funzionale.  Un’altra parte delle vignette è incentrata sugli aspetti relazionali attivi nella relazione terapeutica. Vengono mostrati gli interventi di confronto empatico e limited reparenting che permettono di creare una salda alleanza terapeutica e di riparare momenti di rottura relazionale.

Buona visione!

Potete trovare e acquistare i video al seguente link:
Schema Therapy Step by Step

Sono, dunque mangio (troppo)?

di Barbara Basile

 Quasi un terzo della popolazione adulta italiana è in sovrappeso e le cure, efficaci all’inizio, non perdurano nel tempo: come mai?

 In Europa, nel 2016, per una porzione che va tra il 15% e il 30%, la popolazione veniva identificata come obesa, con una percentuale particolarmente elevata in Paesi come la Gran Bretagna, la Repubblica Ceca e l’Ungheria. Nel 2012 in Italia oltre il 31% delle donne in età adulta era in sovrappeso e il 25% presentava una vera e propria obesità. Si parla di sovrappeso quando l’Indice di massa corporea (IMC) dell’individuo, valutato in base al peso in funzione dell’altezza, è tra 25 e 30, mentre si definisce “obeso” chi ha un IMC che supera il valore di 30.

Gli interventi volti a ridurre il sovrappeso e l’obesità includono sia trattamenti chirurgici, come l’inserimento di bypass gastrici, gastrectomie e bendaggio gastrico, sia terapie psicologiche come la cognitivo-comportamentale, affiancata dall’educazione alimentare e dall’incremento dell’attività fisica. Entrambi i tipi di trattamenti, anche combinati, risultano efficaci nel breve termine, ma purtroppo i risultati ottenuti, in termini di diminuzione di peso e modificazioni dello stile alimentare, non perdurano nel tempo. I motivi che spiegano la scarsa stabilità dei risultati iniziali sono poco chiari. Uno dei fattori che sicuramente gioca un ruolo è rappresentato dalla difficoltà dei pazienti a stabilizzare il nuovo regime alimentare, senza ricadere nei soliti circoli viziosi. È ragionevole ipotizzare che nell’individuo obeso o sovrappeso vi siano dei meccanismi di disfunzionali consolidati nel tempo e che questi in qualche modo interferiscano con il consolidamento dei nuovi apprendimenti.

Il modello psicoterapico integrato della Schema Therapy nasce negli USA con Jeffrey Young nel 2003, con lo scopo di curare disturbi emotivi e relazionali radicati nel tempo. Recentemente questo modello è stato usato come base per indagare le caratteristiche di personalità più radicate, definite come “schemi maladattivi precoci”, e le strategie di fronteggiamento alle avversità (definite come “coping mode”) in soggetti in sovrappeso, obesi o in generale in individui con grave dipendenza da cibo. Si è osservato che gli schemi più caratteristici di questi individui includono un profondo senso di isolamento sociale, non appartenenza ed esclusione, anche verso la famiglia, e un’immagine di sé come inadeguati e profondamente sbagliati, accompagnati da un generico senso di fallimento (in ambito scolastico/professionale).

In un recente lavoro di Francesco Mancini e collaboratori, è emerso che, rispetto a persone normopeso, quelle obese presentano schemi di abbandono (associati al timore di poter essere lasciati o alle separazioni in genere), dipendenza e sottomissione agli altri e una pervasiva difficoltà a esercitare l’autocontrollo e a tollerare momenti di frustrazione e stati emotivi negativi. Le strategie di fronteggiamento/coping, solitamente sviluppate negli anni infantili e adolescenziali come risposte adattive all’ambiente, facevano principalmente riferimento all’evitare, presumibilmente tramite il potere auto-consolatore del cibo, i propri vissuti negativi. A confermare questo dato, un’associazione positiva tra la frequenza delle abbuffate, l’intensità dei sintomi bulimici e la tendenza all’evitamento emotivo (definito dalla letteratura come “mode del protettore”), solamente nei soggetti obesi. Un ultimo dato interessante ha rivelato che sembra proprio che siano i comportamenti di evitamento i principali responsabili nel mediare la relazione tra gli schemi disfunzionali (di abbandono, abuso, sia emotivo che fisico, la sottomissione e l’autocontrollo insufficiente) e la frequenza delle abbuffate.

Questo dato è coerente con alcuni studi che hanno indagato l’effetto della strumentalizzazione del cibo (instrumental feeding) usato dai genitori in età infantile. È stato dimostrato come l’utilizzo del cibo come premio o punizione da parte dei genitori verso i bambini sia associato, in età adulta, all’alimentazione emotiva, alla tendenza a spiluccare, alla sovra-alimentazione, alla bulimia e al sovrappeso in genere. Queste evidenze confermano l’utilità di approfondire e intervenire sugli schemi di personalità radicati nel tempo e sulle abitudini alimentari che si sviluppano precocemente sotto forma di strategie di fronteggiamento nei pazienti obesi per incrementare l’efficacia dell’intervento.

Riferimenti

Basile B, Tenore K., Mancini F. “Maladaptive schemas, modes and coping strategies in overweight and obesity”, I Congresso Nazionale di Schema Therapy, Ottobre 2018, Roma

Effetti di esperienze negative precoci

di Miriam Miraldi

Schemi maladattivi nel Disturbo Ossessivo Compulsivo

Il disturbo ossessivo-compulsivo (DOC) è una condizione clinica caratterizzata da pensieri o impulsi indesiderati, che definiamo “ossessioni”, e dai tentativi di ridurre o neutralizzare l’ansia attraverso compulsioni – mentali o comportamentali – di tipo ritualistico. Le linee guida indicano come interventi elettivi la terapia comportamentale, con l’uso di tecniche di esposizione quali l’ERP (Exposure and response prevention), e la terapia farmacologica (principalmente inibitori selettivi della ricaptazione della serotonina, SSRI). Tuttavia, il 50% dei pazienti non risponde in modo soddisfacente a queste forme di trattamento e inoltre, persone con DOC che presentano in comorbidità disturbi di personalità o gravi difficoltà interpersonali ricevono meno benefici dalla tradizionale terapia cognitivo-comportamentale (CBT); questo sembrerebbe dipendere anche dalle difficoltà che tali pazienti manifestano nell’accedere alle loro stesse emozioni.

La Schema Therapy (ST) ideata dallo psicoterapeuta Jeffrey Young è un approccio di terza generazione, integrato, che armonizza le strategie della CBT con modelli legati alla teoria dell’attaccamento, l’analisi transazionale, la gestalt e la psicoanalisi delle relazioni oggettuali. Young identifica 18 Schemi Maladattivi Precoci, ovvero temi generali e pervasivi relativi al sé e all’altro, costituiti da ricordi, emozioni, sensazioni corporee e pensieri, e che si strutturano a partire dal temperamento di base, dalle esperienze frustranti e da bisogni non soddisfatti dai caregiver nell’età dello sviluppo. A partire dagli schemi maladattivi, si sviluppano anche i mode, definiti come stati emotivi intensi che si verificano quando gli schemi vengono attivati e includono le strategie di coping adottate. Per gestire il disagio derivante dall’attivazione degli schemi, gli individui sviluppano stili di coping specifici che rappresentano “strategie di sopravvivenza” e che includono, ad esempio, la “resa” (sottomissione a relazioni di abuso o trascuratezza), l’evitamento (dissociazione, evitamento comportamentale, uso di sostanze o altre strategie per evitare il contatto con bisogni emotivi) e l’ipercompensazione (es. il tentativo di controllare gli altri o le situazioni, oppure la ricerca di approvazione).

La ST nasce come trattamento per difficoltà relazionali, ma ha mostrato efficacia anche su Disturbi di Asse I. Specifici schemi e mode sono stati proposti per diversi disturbi e Ellen Gross ha presentato una formulazione per il DOC secondo l’approccio ST. A tal proposito, Katia Tenore e colleghi hanno indagato il ruolo degli schemi, dei mode e degli stili di coping in 51 soggetti non clinici che presentavano alti sintomi di DOC e li hanno confrontati con un gruppo di controllo di soggetti senza questa sintomatologia. Nel gruppo che presentava precise peculiarità per le caratteristiche del DOC, sono stati identificati Schemi Maladattivi prevalenti quali “sfiducia/abuso”, “vulnerabilità al pericolo” e “standard severi/ipercriticismo”, che hanno conseguentemente attivato in misura maggiore specifici mode, in particolare “genitore esigente” e “bambino vulnerabile” (che prova emozioni negative come tristezza, solitudine, colpa, vergogna), e stili di coping disfunzionali, come l’evitamento.

Lo schema “sfiducia/abuso” si riferisce al fatto che il soggetto viva con l’aspettativa che gli altri intenzionalmente lo possano ferire, umiliare, manipolare o approfittarne. Le persone con questo schema verosimilmente hanno subito forme di abuso, sono state trattate in modo ingiusto oppure hanno ricevuto sistematicamente severe punizioni da parte dei loro caregivers; infatti, diversi studi riportano che molti pazienti con DOC presentano esperienze traumatiche durante l’infanzia. Il clima familiare descritto dai pazienti ossessivi risulta molto centrato sulla moralità e sul rispetto rigido di norme; inoltre spesso queste persone ricordano le reazioni genitoriali come distanzianti e caratterizzate da espressioni facciali di diniego, come “mettere su il muso”. Il mode “bambino vulnerabile” può sorgere in risposta a un messaggio punitivo o critico dettato dall’aver commesso errori o dal non aver raggiunto determinati standard elevati. In queste persone, anche la paura di essere rimproverati, criticati o umiliati quando si commette un errore può dunque spiegare la presenza dello schema di sfiducia/abuso nel DOC.

Lo schema “standard severi/ipercriticismo” si basa sulla convinzione di dover puntare al massimo e di dover evitare critiche. È caratterizzato da un senso di pressione verso se stessi e si attiva con il mode “genitore esigente”, che spinge verso obiettivi irrealisticamente alti, portando a comportamenti ipercontrollanti e perfezionistici, al fine di evitare errori e prevenire un senso generale di insuccesso; queste modalità possono spiegare i comportamenti compulsivi dei pazienti, come il controllo, i lavaggi e la ruminazione.

L’altro schema che si è mostrato attivo nel gruppo di partecipanti che mostravano sintomi ossessivo-compulsivi è la “vulnerabilità al pericolo”, intesa come suscettibilità sia a fattori interni (es. i propri pensieri) che esterni (es. un timore di contaminazione), in riferimento al timore esagerato connesso alla credenza di una catastrofe imminente.

L’identificazione di specifiche caratteristiche di personalità nel DOC può avere importanti implicazioni cliniche. La presenza dello schema di sfiducia/abuso, ad esempio, potrebbe avere un ruolo ostativo nella costruzione di un’alleanza terapeutica sicura, mentre lo schema degli standard elevati potrebbe portare i pazienti a lottare per obiettivi non realistici o perfezionistici, anche all’interno della terapia stessa. Inoltre, affrontare il tema delle modalità genitoriali esigenti e punitive costituisce un importante lavoro sulla vulnerabilità storica e rappresenta un ulteriore aspetto rilevante nel trattamento del DOC, poiché queste sembrano essere fortemente associate ai comportamenti compulsivi, che rappresentano il modo disfunzionale di far fronte a tali regole genitoriali introiettate. In sintesi, la Schema Therapy sostiene come esperienze negative precoci nella storia di vita di una persona possano divenire sensibilizzanti rispetto a specifici contenuti cognitivi ed emotivi tipici di alcuni disturbi, come ad esempio il disturbo ossessivo-compulsivo. 


Per approfondimenti

Tenore, K., Mancini, F., & Basile, B. (2018). Schemas, modes and coping strategies in obsessive-compulsive like symptoms. Clinical Neuropsychiatry15(6).

Gross, E., Stelzer, N., & Jacob, G. (2012). Treating OCD with the schema mode model. In The Wiley-Blackwell Handbook of Schema Therapy (pp. 173-184). John Wiley & Sons, Ltd., Oxford.

Le esperienze passate nell’Anoressia Nervosa

di Barbara Basile

 Quali sono le esperienze relazionali infantili che predispongono allo sviluppo del disturbo psichico con il più alto tasso di mortalità?

L’Anoressia Nervosa (AN) insorge tipicamente in età adolescenziale, anche se negli ultimi anni l’età di esordio si è abbassata drasticamente, fino a toccare l’infanzia. La prevalenza si aggira attorno all’1,7% nelle femmine e allo 0,1% nei maschi e il disturbo, sviluppatosi tipicamente nei Paesi occidentali, si sta diffondendo in culture non occidentali e, in particolare, nei Paesi emergenti (Cina e altri Paesi asiatici).
L’anoressia è la patologia mentale con il più alto tasso di mortalità: tra il 5 e il 20% delle persone affette da questo disturbo alimentare perde la vita (nel 2016 in Germania a causa dell’AN sono morte quasi 40 persone!). La principale causa di morte deriva da complicanze mediche, legate soprattutto a problemi cardiaci. Le conseguenze sull’organismo includono la brachicardia, con consecutiva riduzione del volume cardiaco, la riduzione di calcio nelle ossa, la carenza di vitamina B12, sbalzi ormonali, fatica cronica e spossatezza, disidratazione, perdita dei capelli, pelle secca e aumento della produzione pilifera su tutto il corpo.

Quello che sostiene le pazienti con AN nel loro disturbo è lo scopo del “non essere grasse”. A questo obiettivo si accompagnano la distorsione dell’immagine corporea, un’ossessione perfezionistica che riguarda le forme del corpo e il cibo, e che spesso si estende ad altri ambiti di performance, una iper-focalizazione (sia cognitiva che comportamentale) sul cibo e sul corpo, a discapito dell’investimento su altre aree della vita e conseguenti strategie per ridurre l’aumento del peso o favorire la sua riduzione.

Ma quali sono i fattori di vulnerabilità, ovvero le esperienze di vita, soprattutto di natura relazionale, che predispongono allo sviluppo di questi sintomi? È possibile identificare delle caratteristiche familiari che creano una maggiore sensibilità all’eccessivo timore di “essere grasse”, al punto da mettere a rischio la propria vita?
La letteratura scientifica, purtroppo, ci dà scarse risposte. I pochi studi che hanno esplorato il problema rivelano che le pazienti con anoressia mostrano degli standard genitoriali molto severi e un perfezionismo di base significativamente superiori sia alle persone sane, che a pazienti affetti da altri disturbi psichici. Inoltre, considerando i diversi tipi di disturbi del comportamento alimentare, sembra che rispetto alle persone con Bulimia Nervosa, le pazienti con AN riportano un minor livello di protezione e sicurezza da parte della figura paterna. Da un recente studio preliminare, presentato alla prima edizione del Congresso Nazionale di Schema Therapy, è emerso che le pazienti con AN (confrontate con ragazze sane della stessa età) riportavano un eccessivo coinvolgimento, sia fisico che emotivo, da parte della figura materna, che in questo modo compromette un adeguato sviluppo del sé e dell’identità della figlia. Il padre, invece, è stato descritto come inibito e rigido sul piano della manifestazione delle emozioni e dei bisogni. L’ipercriticismo materno e la tendenza della madre ad avere degli standard molto severi predicevano, altresì, la gravità della sintomatologia anoressica e l’eccessiva preoccupazione per il peso e le forme corporee delle pazienti. Già autori come Minuchin, nel 1978, e Bruch, nel 2003, sostenevano che il cibo e il suo rifiuto potrebbero rappresentare per la ragazza anoressica l’estrema possibilità di opporsi in modo concreto e lampante all’iper-coinvolgimento materno, nel tentativo di rendersi indipendente e distaccarsi da un ambiente familiare invischiante, ipercritico e spesso invalidante sul piano dei vissuti emotivi, dei bisogni e desideri. Le esperienze precoci hanno indiscutibilmente un ruolo nel contribuire allo sviluppo di una vulnerabilità all’AN, così come degli altri disturbi del comportamento alimentare, e una buona parte di questi fattori va ricercata nell’ambiente familiare di origine, oltre che nelle già note dinamiche legate alla cultura (mistificazione dell’apparenza e pressione alla magrezza) e dello stato sociale di appartenenza.

SITCC 2018 – Le terapie della terza onda: tra spunti innovativi e proposte di integrazione

di Olga Luppino

Dall’ultima edizione del Congresso Nazionale Sitcc, che si è tenuta a Verona tra il 20 e il 23 Settembre scors arrivano spunti interessanti di riflessione e confronto circa le innovative proposte provenienti dalle terapie della terza ondata

Si è concluso da pochi giorni il XIX Congresso Nazionale della Società Italiana di Terapia Comportamentale e Cognitiva che per ben 4 giornate, all’interno della magnifica cornice della città di Verona, ha favorito fruttuosi momenti di aggiornamento e scambio tra soci circa i temi più innovativi e più dibattuti dell’attuale panorama scientifico in ambito psicologico.

La teoria, la ricerca e la pratica clinica hanno fatto da ordito su cui i diversi simposi hanno declinato i numerosissimi casi clinici, filo conduttore dell’intero evento, in una prospettiva che ha esaltato la figura del terapeuta “modellista”, attento a cucire su misura l’intervento in funzione del singolo caso.

Un’attenzione ed uno spazio particolare hanno avuto, all’interno di simposi diversi, le terapie comportamentali definite di “terza onda”, il cui avvento negli ultimi anni ha favorito lo sviluppo di strategie e tecniche innovative non in rottura con quanto nel tempo costruito dal comportamentismo e dal cognitivismo ma certamente in continuità con esso. Un filone quello della terza onda, che ha spostato il focus dai contenuti cognitivi alla funzione e all’atteggiamento nei confronti di pensieri e emozioni e che ha ripensato strategie e tecniche enfatizzando sempre più la centralità del processo di accettazione lungo il percorso di intervento volto alla riduzione del disagio psicologico.

Sebbene piuttosto recentemente e in merito a situazioni in cui specificità del caso lo richieda, da numerosi lavori randomizzati e controllati giungono proposte circa l’integrazione degli interventi cognitivo-comportamentali classici con le tecniche promosse dalle terapie di terza onda (Schema Therapy, Mindfulness, Compassion Focused Therapy, Act etc.), sempre più capaci di costituirsi quali potenziali alternative di intervento specie nei casi di parziale risposta al trattamento o più semplicemente di scarsa compliance allo stesso.

In linea con il recente filone di interesse scientifico un intero simposio è stato dedicato alle recenti applicazioni degli approcci in questione nella concettualizzazione e nel trattamento del Disturbo Ossessivo Compulsivo, per il quale la terapia cognitivo comportamentale (CBT) con Esposizione e Prevenzione della Risposta (ERP) costituisce pur sempre l’intervento di prima scelta.

Più nel dettaglio i lavori presentati all’interno del simposio si sono proposti di illustrare attraverso dati di ricerca e interventi sul caso clinico una possibile concettualizzazione del Doc secondo l’ottica e il linguaggio di alcuni degli approcci di terza onda.

In linea con la centralità, ad oggi ampiamente sostenuta dalla letteratura, delle esperienze precoci nello strutturarsi delle credenze disfunzionali alla base del Doc i lavori di Katia Tenore e di Teresa Cosentino. Il primo, muovendosi all’interno della cornice offerta dalla Schema Therapy, si è proposto di indagare la specificità di Schemi Maladattivi Precoci, Mode e stili di coping in un campione di pazienti ambulatoriali con diagnosi di Doc, riscontrando una significativa associazione tra la gravità del quadro clinico e la pervasività di specifici schemi quali Isolamento Sociale, Fallimento, Sottomissione e Punizione nonché del Mode Genitore Punitivo e degli stili di coping intrapsichico e di evitamento. Teresa Cosentino ha esemplificato invece le possibilità di applicazione dell’Eye Movement Desensitization and Reprocessing (EMDR) al trattamento del Doc, attraverso un caso clinico le cui specificità hanno favorito la scelta dell’approccio in questione al fine di ottenere una desensibilizzazione dei ricordi traumatici e una ristrutturazione cognitiva delle credenze disfunzionali ad essi collegate oltre che delle sensazioni somatiche e degli stati emotivi connessi.

L’intervento di Nicola Petrocchi ha sottolineato la possibilità di impiego di alcune tecniche della Compassion Focused Therapy al servizio della promozione di uno stato mentale di “accettazione del rischio”. Una visione quella proposta dalla Compassion Focused Therapy che basa il processo di cambiamento sull’attivazione della compassione, un sistema motivazionale derivante dal sistema del care-giving, che può garantire nel paziente un cambiamento spesso non semplice da ottenere solo attraverso un intervento diretto sulle sue credenze. Petrocchi, attraverso la descrizione di un caso clinico, ha illustrato come tecniche quali quella della figura compassionevole e del sé compassionevole possano favorire uno stato percepito di sicurezza e un aumento delle risorse interiori, capaci di promuovere la disposizione del paziente all’accettazione del rischio e dunque facilitanti il percorso di trattamento.

Emanuele Rossi infine, in linea con il crescente sviluppo, negli ultimi anni di ricerche e manuali sull’Acceptance and Commitment Therapy (ACT) per bambini e adolescenti, ha illustrato attraverso un caso clinico esemplificativo l’applicazione delle strategie e delle tecniche ACT più recenti, al fine di orientare il paziente verso una maggiore flessibilità psicologica, una consapevolezza mindful nel momento presente, una maggiore disponibilità e apertura ai propri stati emotive, al servizio di scelte di vita in linea con i propri valori.

La riflessione sulle possibilità di integrazione è proseguita all’interno di simposi differenti; una sfida interessante si sono ad esempio proposti i colleghi che all’interno del simposio dal titolo “La relazione terapeutica nella terza onda” hanno cercato di ragionare sulla gestione della relazione terapeutica, questione trasversale ad ogni intervento clinico, alla luce delle nuove opportunità offerte dai più recenti approcci.

Lavori di ampio respiro dunque che hanno tentato di mescolare con maestria e naturalezza il vecchio e il nuovo al fine di arricchire il ventaglio delle possibilità oggi a disposizione rispetto all’intervento sul disagio psicologico.

Allo stato attuale, pur avendo offerto una più vasta gamma di strategie e tecniche alternative a cui attingere, la terza ondata non sembra essersi costituita quale vera e propria rivoluzione di paradigma quanto piuttosto quale proficuo e apprezzabile tentativo di affiancare alle solide basi del cognitivismo metodi, tecniche e protocolli di intervento innovativi. In tal senso risulta a mio avviso importante prendere atto di un chiaro movimento di apertura all’interno della Società Italiana di Terapia Comportamentale e Cognitiva nella direzione di una riflessione su approcci come quelli in questione che, in linea con quanto sostenuto in letteratura circa i determinanti psicologici prossimi e non della psicopatologia, esaltano il ruolo dell’accettazione quale processo, strategia e tecnica di cambiamento.

SITCC 2018 – La relazione terapeutica nella Terza Onda: nuove generazioni a confronto

di Maurizio Brasini

Lo scopo di questo simposio, realizzato nella giornata di sabato all’interno del XIX Congresso Sitcc di Verona, nelle intenzioni dei suoi promotori (il dr. Giuseppe Romano e il dr. Maurizio Brasini), era duplice: da una parte stimolare una riflessione sul ruolo della relazione terapeutica nell’ambito di quel variegato insieme di nuovi indirizzi epistemologici, metodi, tecniche e protocolli di intervento che viene denominato “terza onda” del cognitivismo; d’altro canto consentire uno scambio tra gli esponenti dell’attuale generazione di terapeuti cognitivi cresciuta all’interno di questo movimento per certi versi frastagliato e frammentario, nella auspicabile prospettiva di una integrazione.
La dr.ssa Elena Bilotta ha presentato una rassegna degli studi esistenti (non molto numerosi) sulla relazione terapeutica nei protocolli di Mindfulness. Al di là dei risultati non conclusivi circa il ruolo della relazione terapeutica nei protocolli di mindfulness (alcuni studi per esempio suggeriscono che l’effetto principale riguardi il committment piuttosto che l’esito), la dr.ssa Bilotta ha sottolineato un aspetto di notevole interesse riflettendo sul duplice ruolo del terapeuta/insegnante di Mindfulness: da una parte depositario di un sapere codificato di tipo tecnico/scientifico, dall’altra esempio incarnato di un modo di intendere la vita (il “Maestro”). Nel superamento di questa antinomia, profondamente radicata nella storia di tutta la psicoterapia, si intravede la strada per la conciliazione di metodi e relazione in psicoterapia.
Il dr. Emanuele Rossi ha illustrato i principi fondamentali della Acceptance and Commitment Therapy. Nell’individuare le matrici scientifiche e culturali su cui Ë sviluppato questo nuovo approccio, il dr. Rossi ha invitato a considerare l’ACT nella cornice più ampia dell’incontro tra il contestualismo funzionale (compatibile con l’approccio tradizionalmente comportamensita, ma non riducibile ad esse), la Relational Frame Theory, ed alcuni fondamenti degli orientamenti umanisti. A parere di chi scrive è proprio nel recupero di questa tradizione, preziosa ma non sempre riconociuta e valorizzata nell’ambito del cognitivismo, che risiede la chiave per comprendere la reale innovatività di questo approccio ed anche il suo ampio respiro in termini relazionali. L’importanza attribuita al modo di stare nella relazione e le caratteristiche del terapeuta (paritetico, equo, vulnerabile, compassionevole, genuino, rispettoso, aperto) ricordano molto da vicino l’approccio Rogersiano.
La dr.ssa Monica Dalla Valle ha introdotto alcuni principi di base della schema therapy ed ha mostrato con un esempio clinico le implicazioni del modello sulla relazione terapeutica. La dr.ssa Dalla Valle ha mostrato da una parte come alcuni costrutti centrali nella schema therapy, quali ad esempio i concetti di “bisogno emotivo”, di “schema” e “mode”, siano riferiti essenzialmente al mondo interpersonale del paziente; d’altra parte, il modello di intervento è fortemente basato sull’uso che il terapeuta fa della relazione (per esempio nel confronto empatico o nel reparenting) per “mettere in gioco” le dinamiche interpersonali del paziente. A parere di chi scrive, l’ispirazione transazionale della schema therapy contribuisce in modo decisivo a declinarla in senso relazionale. Inoltre, come evidenzia la dr.ssa Dalla Valle, il terapeuta informato alla schema therapy è chiamato ad un continuo monitoraggio di come i propri schemi entrano in gioco con il paziente, quello che Safran e Segal chiamerebbero “cicli interpersonali”.
La dr.ssa Ilaria Martelli Venturi ha mostrato, attraverso alcune tranches cliniche, la tensione dialettica propria della relazione terapeutica nel modello della dialectical behavior therapy (DBT), in cui il delicato equilibrio dinamico tra accettazione e cambiamento comporta che il terapeuta danzi insieme al paziente tra questi due poli opposti, con una costante attenzione al cambiamento degli stati dolorosi entro una sostanziale accettazione dei limiti imposti dalla realtà. Il terapeuta è dunque focalizzato primariamente sulla relazione, terapeutica, che gestisce integrando strategie e tecniche cognitivo-comportamentali con la pratica della mindfulness e dell’accettazione radicale, bilanciando interventi di reciprocità comunicativa propri della validazione emotiva e interventi di comunicazione irriverente, orientati al cambiamento.
Nell’insieme, i relatori di questo simposio sembrano offrire una incoraggiante risposta alla dibattuta questione se la terza onda apra la strada ad un cambiamento di paradigma o al contrario, per parafrasare il Vangelo, sia un po’ come “vino vecchio in otri nuove”. La sensazione è che la nuova generazione di terapeuti non si soffermi sulla patina “new age” né su altri aspetti della confezione dei modelli presentati, evidenziando invece connessioni ramificate non solo con il cognitivismo di prima e seconda generazione, ma anche con altri orientamenti esterni al cognitivismo (si vedano ad esempio le terapie di area umanista), la cui eredità era forse stata poco valorizzata dalle prime ondate. Questo fa ben sperare per un futuro in cui si potranno considerare parte dell’azione terapeutica aspetti quali ad esempio l’accettazione della condizione umana, la consapevolezza del presente, l’impegno orientato ai valori, e – naturalmente – la centralità della relazione con l’altro, all’interno di una cornice di riferimento forse meno esotica ma più radicata nella nostra cultura di riferimento: quella dell’umanesimo. D’altro canto, a recitare “Signore dammi la forza di cambiare le cose che posso modificare e la pazienza di accettare quelle che non posso cambiare e la saggezza per distinguere la differenza tra le une e le altre” è una preghiera di Tommaso Moro, anche se potrebbe sembrare un mantra tibetano!

SITCC 2018 – Perché ci deprimiamo?

di Dario Pappalardo

 

Il pomeriggio di Sabato 22 si apre nella sala principale del Polo Zannotto, sede del XIX Congresso SITCC, il simposio intitolato “Perché ci deprimiamo? Descrizione dei meccanismi di passaggio dalla tristezza alla depressione” presieduto da Marco Saettoni in veste di Chairman e da Giuseppe Romano in qualità di Discussant.

La depressione è la seconda causa di mortalità negli adulti dopo le cause di natura cardiovascolare e comprende un grande insieme di forme che vanno dalla sofferenza patologica alla normale infelicità legata alla percezione di uno scarto fra come si è e come si vorrebbe essere. Il simposio nasce dall’osservazione che non è sufficiente esaurire l’analisi quantitativa della fenomenica depressiva ma si rende necessario entrare nella sua qualità esperienziale, dal suo insorgere al suo perpetuarsi, per cogliere aspetti e consolidare trattamenti, sia psicologici che farmacologici, che evitino la ripresentazione ciclica di tale sindrome.

Chiara Schepisi (SPC Grosseto) ha presentato una relazione dal titolo “Problema secondario nel disturbo depressivo maggiore: uno studio quantitativo e qualitativo delle valutazioni negative dei sintomi depressivi” nella quale ha illustrato i risultati di uno studio compiuto su un gruppo di soggetti con depressione con gruppo di controllo dove è stato indagata, in primo luogo, la relazione tra intensità e frequenza delle valutazioni negative dei sintomi depressivi e severità e ricorrenza della sintomatologia depressiva, e in secondo luogo, la relazione tra specifiche tipologie di sintomi, precedentemente correlati alla compromissione di scopi di valore personale o amabilità, e specifiche valutazioni negative riconducibili a tali scopi. E’ stata inoltre indagata la presenza e l’intensità di ciascun sintomo depressivo ed è stato chiesto ai soggetti di identificare i due sintomi considerati più invalidanti, su tali sintomi sono state indagate, mediante un questionario apposito, le valutazioni negative secondarie legate alla compromissione di scopi di tipo valore personale o amabilità.

Paolo Rosamilia (Pandora Lucca e Firenze, SPC Grosseto), nella sua relazione “L’inaccettabile demotivazione: un caso clinico sul problema secondario dello stato depressivo”, ha presentato il caso clinico di Marcello, dove i sintomi depressivi occorsi in seguito alla perdita di un lavoro rappresentato come scopo strumentale iperinvestito in direzione della propria autodeterminazione, sono stati valutati come segno della sua incapacità, inutilità e debolezza e ne sono poi diventati i fattori di mantenimento. Il trattamento è stato indirizzato all’accettazione della perdita strumentale (lavoro) e al ridimensionamento dell’investimento sullo scopo terminale di autodeterminazione. E’ stata inoltre messa in discussione la credenza di debolezza e incapacità sulla base di evidenze controfattuali tale credenza ed è stato poi operato un reinvestimento sugli altri ambiti di vita quali la relazione di coppia e le amicizie.

Barbara Basile (SPC Roma), nella sua relazione “Integrazione dell’approccio cognitivo-Comportamentale e della Schema Therapy nella depressione: dati sperimentali e spunti di intervento clinico” illustra un importante tentativo di integrazione dei due interventi che permette di intervenire su diversi aspetti del disturbo. Basandosi sul modello di funzionamento del quadro depressivo cronico proposto da Renner e Artz (2013), gli autori hanno trovato un’associazione positiva tra l’intensità della depressione e la pervasività degli schemi di distacco e rifiuto, mode e stili di coping evitanti e disadattivi in un campione di individui non clinici con elevati livelli di depressione, con un particolare potere predittivo di alcune di queste variabili sull’intensità della depressione.

Gli effetti dei traumi infantili

di Alessandra Mancini

L’impatto delle esperienze traumatiche infantili sullo sviluppo neurobiologico e cognitivo

Le esperienze traumatiche in età infantile rappresentano, come è noto, un fattore di rischio che può predire l’insorgenza di disturbi psicologici in età adulta. Questo tema è stato approfondito ad Amsterdam al convegno della Società Internazionale di Schema Therapy. Durante una delle keynote, la professoressa Kim Felmingham dell’Università di Melbourne, specializzata in Disturbo Postraumatico da Stress (PTSD), ha citato numerosi studi che rivelano come il trauma infantile abbia un impatto significativo sullo sviluppo neurobiologico, sui processi psicologici e sul funzionamento ormonale e cognitivo.

A livello cerebrale, il modello neurobiologico prevalente del PTSD suggerisce la compromissione delle funzioni di inibizione esercitate dalla corteccia prefrontale (la parte evolutivamente più recente del cervello dei mammiferi) sulle regioni dello striato (una parte più profonda del cervello, che si occupa di elaborare l’informazione emotiva). Inoltre, evidenze raccolte tramite la risonanza magnetica funzionale (fMRI, una tecnica in grado di rappresentare per immagini l’attività delle aree più profonde del cervello) mostrano l’iperattività della regione dell’amigdala (l’area del cervello associata all’elaborazione di stimoli emotivi come la paura). A livello funzionale, questa alterazione viene rispecchiata in una iperattività del sistema di rilevamento delle minacce, che può provocare reazioni di allerta spropositate e ricordi traumatici altamente intrusivi. Nel complesso, tale quadro risulta nella difficoltà a prevenire la naturale estinzione delle risposte di paura, favorendo il mantenimento del disturbo.

Quali sono dunque le tecniche terapeutiche efficaci per il trattamento del PTSD? Alcuni studi fMRI hanno mostrato come la tecnica cognitivo comportamentale dell’“esposizione” (che consiste proprio nel confrontarsi con lo stimolo che suscita paura) e la tecnica dell’Eye-movement desentization and reprocessing (EMDR) siano efficaci nell’incrementare l’inibizione esercitata dalla corteccia prefrontale sull’amigdala e nel ridurre l’iperattività dell’amigdala stessa.
Un ulteriore aspetto del PTSD consiste nell’intrusività dei ricordi traumatici. Tali ricordi sono, infatti, generalmente frammentari, intensamente emotigeni e facilmente elicitati da stimoli ambientali (ad esempio suoni molto forti e improvvisi). Come sottolineato da Felmingham, questo aspetto può trovare una spiegazione a livello ormonale, poiché durante il trauma vengono rilasciati ormoni dello stress come noroadrenalina e cortisolo. L’arousal (attivazione psicofisiologica) durante la formazione della memoria porta ad un iper-consolidamento degli aspetti sensoriali dei ricordi traumatici e ad una contestualizzazione inferiore degli stessi, risultando in tracce mnestiche più emotigene e facilmente accessibili. Tecniche terapeutiche come quelle dell’esposizione immaginativa, accompagnata dalla ristrutturazione cognitiva (un protocollo elaborato da Ehlers e Clark dell’Università di Oxford), sono volte proprio a promuovere una narrazione coerente del trauma, volta a de-enfatizzare gli aspetti sensoriali e a facilitare l’integrazione dei ricordi traumatici nella memoria autobiografica e stanno ottenendo numerose prove d’efficacia.
Infine, l’intervento della professoressa Felmingham ha sottolineato il ruolo di periodi sensibili critici nello sviluppo dell’individuo, in grado di amplificare gli effetti stessi del trauma a livello cerebrale ed emotivo. Ad esempio, il PTSD accompagnato da dissociazione, che sembra associato all’esposizione ripetuta a eventi traumatici in età infantile e che è stato recentemente riconosciuto come un sottotipo specifico di PTSD nella quinta edizione del Manuale Diagnostico e Statistico e dei Disturbi Mentali (DSM-5), è caratterizzato da un quadro di attivazione cerebrale differente (se non opposta) a quella descritta in precedenza, con l’iperattività delle regioni corticali prefrontali e scarsa o assente risposta dell’amigdala agli stimoli di minaccia. A livello clinico, i pazienti con questo sottotipo di PTSD sembrano non rispondere alle tecniche di esposizione e hanno bisogno di trattamenti più lunghi, volti allo sviluppo delle capacità di riconoscimento e di regolazione emotiva. Infine, Felmingham ha mostrato interessanti dati in fase di pubblicazione, che suggeriscono che l’esposizione al trauma in età infantile porti a conseguenze cerebrali diverse dall’esposizione in età adulta. In particolare, uno studio svolto con il collega Richard Bryant dell’Università UNSW di Sydney ha mostrato come, a parità di gravità dei sintomi, il trauma avvenuto in età infantile porti a una maggiore attivazione di aree come l’amigdala e la corteccia dorsolaterale prefrontale in risposta a stimoli attivanti, rispetto al trauma subito in età adulta. Questi dati non sorprendono se si pensa che il cervello in età infantile è in fase di maturazione. In particolare, le strutture neurali implicate nel trauma hanno picchi di maturazione (quindi di vulnerabilità al trauma) differenti. Ad esempio, l’ippocampo ha un picco di vulnerabilità intorno ai 2-4 anni, l’amigdala in preadolescenza (10-12 anni) e la corteccia prefrontale in tarda adolescenza (14-17 anni). L’esposizione al trauma durante questi picchi, conclude Felmingham, ha un effetto potenzialmente amplificante.

Per approfondimenti:

Felmingham, K.L. (2017). The Neurobiology of Posttraumatic Stress Disorder: Recent Advances and Clinical Implications. Australian Clinical Psychologist, 3(1) Article no. 005