Novità sulla ristrutturazione cognitiva

di Andrea Paulis

Cosa avviene a livello cerebrale durante il questioning socratico?

Come è ben noto, le credenze negative su di sé, hanno un ruolo centrale in molti disturbi psicopatologici e la loro flessibilità è ritenuta un fattore predittivo degli outcome nella Terapia Cognitivo Comportamentale (CBT). Tuttavia sono ancora poco noti i meccanismi neurobiologici e le aree cerebrali implicate nella ristrutturazione cognitiva di questo tipo di credenze.

Grazie a diverse ricerche in ambito psicologico, condotte con l’ausilio della risonanza magnetica funzionale (fMRI), si è notato che il Default Mode Network (DMN) – un circuito di aree cerebrali, composto principalmente da: corteccia cingolata posteriore, PCC; corteccia prefrontale mediale, mPFC; lobulo parietale inferiore, IPL – supporta una serie di processi mentali come l’autovalutazione negativa, il pensiero autoreferenziale, il monitoraggio dell’ambiente esterno, del corpo e dello stato emotivo.

Risulta quindi interessante stabilirne l’implicazione nel processo di ristrutturazione cognitiva; a tal proposito, il lavoro dello studioso statunitense Matthew L. Dixon ed altri colleghi, condotto su pazienti con disturbo da ansia sociale, ha permesso di rilevare una significativa attivazione del DMN quando i soggetti attuavano una reinterpretazione delle loro convinzioni negative sul sé anziché praticarne l’accettazione.

La letteratura più recente suggerisce che la rivalutazione delle convinzioni su di sé e l’apprendimento di nuove rappresentazioni (fattori fondamentali nella ristrutturazione cognitiva) possano dipendere dall’attività coordinata delle già citate reti corticali e del talamo dorsomediale (MD).

Al fine di chiarire il ruolo del MD, nel recente studio di Trevor Steward e colleghi, sono stati reclutati 42 soggetti che si sono sottoposti a risonanza magnetica funzionale 7-Tesla ad altissima risoluzione (UHF-7-T-fMRI), durante un questioning socratico mirato a ristrutturare cognitivamente le convinzioni negative su di sé.

I risultati mostrano come la ristrutturazione cognitiva sia correlata non solo all’attivazione corticale ma anche subcorticale di specifiche aree. Nel dettaglio, si nota come il questioning abbia stimolato l’attivazione del circuito fronto-striato-talamico, in particolar modo l’area subcorticale del MD, e della mPFC. Secondo gli studiosi sarebbe proprio il MD a svolgere un ruolo chiave, stimolando l’attività in ulteriori regioni corticali durante i processi di ordine superiore e trasmettendo informazioni sulle rappresentazioni rilevanti per il contesto alle regioni subcorticali.

Infine, è stata osservata una relazione tra la connettività mPFC-MD e le differenze individuali nella tendenza ad attuare ripetitivi processi di pensiero negativo: sembrerebbe che gli individui che presentano una eccessiva attivazione di questo “percorso neurale”, durante il questioning, siano meno disposti a riformulare cognitivamente le proprie convinzioni negative disfunzionali mostrandosi maggiormente inclini a elicitare pensieri negativi ripetitivi e rimuginio. Ciò suggerisce che particolari aree del MD possano rappresentare un eventuale target di stimolazione nel trattamento di diversi disturbi psicopatologici mediante l’uso di tecniche di neuromodulazione.

Tutte queste evidenze, pur lasciando ancora molti interrogativi, portano a ipotizzare che sono diverse le aree coinvolte in un compito di rivalutazione cognitiva e che il MD ne sincronizzi l’attività, consentendo così la produzione di autorappresentazioni complesse fondamentali affinché avvenga una ristrutturazione cognitiva delle credenze negative sul sé.

Per approfondimenti

Cash, R. F., Weigand, A., Zalesky, A., Siddiqi, S. H., Downar, J., Fitzgerald, P. B., & Fox, M. D. (2021). Using brain imaging to improve spatial targeting of transcranial magnetic stimulation for depression. Biological Psychiatry, 90(10), 689-700.

Davey, C. G., & Harrison, B. J. (2018). The brain’s center of gravity: how the default mode network helps us to understand the self. World Psychiatry, 17(3), 278.

Dixon, M. L., Moodie, C. A., Goldin, P. R., Farb, N., Heimberg, R. G., & Gross, J. J. (2020). Emotion regulation in social anxiety disorder: reappraisal and acceptance of negative self-beliefs. Biological Psychiatry: Cognitive Neuroscience and Neuroimaging, 5(1), 119-129.

Pergola, G., Danet, L., Pitel, A. L., Carlesimo, G. A., Segobin, S., Pariente, J., … & Barbeau, E. J. (2018). The regulatory role of the human mediodorsal thalamus. Trends in cognitive sciences, 22(11), 1011-1025.

Steward, T., Kung, P. H., Davey, C. G., Moffat, B. A., Glarin, R. K., Jamieson, A. J., … & Harrison, B. J. (2022). A thalamo-centric neural signature for restructuring negative self-beliefs. Molecular Psychiatry, 1-7.

Nuovo approccio al senso di colpa

di Redazione

La ricerca degli esperti della Scuola di Psicoterapia Cognitiva (APC-SPC) pubblicata sulla rivista dell’International Society for the Study of Individual Differences

Moralità e senso di colpa possono essere visti come due facce della stessa medaglia: la colpa è il risultato emotivo di un conflitto tra il nostro comportamento e la moralità che abbiamo interiorizzato in relazione al contesto e alle esperienze di vita. È quanto emerge da una ricerca condotta nell’ambito dell’attività scientifica della Scuola di Psicoterapia Cognitiva (APC-SPC) diretta dal neuropsichiatra Francesco Mancini. La ricerca è stata coordinata dalla dottoressa Alessandra Mancini e i risultati sono stati pubblicati nell’ultimo numero di Personality and Individual Differences, la rivista accademica ufficiale dell’International Society for the Study of Individual Differences (ISSID), edita da Elsevier.

Secondo il “Modello intuizionista sociale del giudizio morale” dello psicologo statunitense Jonathan Haidt, la moralità è concettualizzata come multidimensionale e costituita da cinque fondamenti morali: danno/cura, che riguarda la sensibilità alla sofferenza e alla crudeltà; imparzialità/reciprocità, che si concentra sulla necessità di giustizia; associazione/lealtà, che implica cooperare e fidarsi del proprio gruppo; autorità/rispetto, che ha a che fare con la valorizzazione dell’obbedienza e del dovere; purezza/santità, che include il disgusto per la contaminazione e riguarda coloro che non riescono a superare i loro impulsi di base.

Le varie culture rispettano questi principi in modo diverso. A un livello più individuale, valori e ideali hanno un ruolo centrale e definiscono l’identità di una persona, motivandola a comportarsi coerentemente con essi. Poiché è accertato che le emozioni negative segnalino la percezione di una discrepanza tra la realtà e le convinzioni e gli obiettivi individuali, le emozioni morali potrebbero funzionare come allarme di una divergenza tra la moralità interiorizzata degli individui e la rappresentazione morale nella società.

In particolare, la colpa è stata definita come “sensazione disforica associata al riconoscimento che si ha violato uno standard morale o sociale personalmente rilevante”. Tuttavia, ci possono essere differenze individuali rispetto a ciò che è “personalmente rilevante”.

Nella convinzione che riconoscere diversi tipi di sensi di colpa rappresenterebbe un passo importante nella ricerca, nello studio Moral Orientation Guilt Scale (MOGS): Development and validation of a novel guilt measurement, gli autori hanno creato uno strumento valido e affidabile – la Moral Orientation Guilt Scale (MOGS) – in grado di misurare in modo indipendente diversi tipi di sensi di colpa, testandolo su un ampio campione subclinico al quale sono stati sottoposti test classici e innovative tecniche di analisi.

L’obiettivo era di evidenziare diversi tipi di sensi di colpa riflessi nei valori morali interiorizzati dagli individui. Questo approccio di convalida incrociata ha indicato quattro fattori di colpa: “violazione delle norme morali”, “sporco morale”, “empatia” e “danno”. Se i primi due fattori sono risultati correlati positivamente con la sensibilità al disgusto, supportando il legame tra disgusto e colpa deontologica, il fattore “danno” è risultato correlato negativamente con i punteggi di sensibilità al disgusto, in linea con l’idea che l’altruismo e il disgusto si siano evoluti come parte di sistemi motivazionali contrastanti.

Dagli esiti dell’indagine è emersa dunque la distinzione tra sentimenti di colpa che attengono alla moralità deontologica e sentimenti di colpa che riguardano la moralità altruistica.

Per scaricare l’articolo

Mancini A., Granziol U., Migliorati D., Gragnani A., Femia G., Cosentino T., Saliani A.M., Tenore K., Luppino O.I., Perdighe C., Mancini F., (2022), Moral Orientation Guilt Scale (MOGS): Development and validation of a novel guilt measurement, Personality and Individual Differences, 189

 

 

Foto di EKATERINA BOLOVTSOVA da Pexels

La bolla (non sicura) del clima

di Barbara Basile

Il cambiamento climatico ha un impatto significativo anche sulla salute mentale: qual è il ruolo della psicoterapia?

È sempre più difficile ignorare le immagini che, soprattutto in occasione della recente conferenza delle Nazioni Unite sui Cambiamenti Climatici (COP26) a Glasgow, spopolano su giornali, riviste, social network e in rete in generale. Fotografie di orsi polari intrappolati su iceberg alla deriva, mari invasi dalla plastica, foreste pluviali un tempo lussureggianti rase al suolo dal disboscamento, uomini, koala e altri animali che sfuggono agli incendi apocalittici e bambini che cercano invano di nuotare nell’acqua putrida per avere salva la vita.

Perché parlare di questo su Cognitivismo.com, che si occupa di salute mentale e di psicologia?

Le motivazioni sono diverse, la più banale potrebbe essere: “perché non è più possibile voltarci dall’altra parte e ignorare questa emergenza”; o, ancora: “perché il cambiamento climatico è anche un’emergenza sanitaria e i medici hanno il dovere di agire sia come individui sia come parte di un’organizzazione”. E, in effetti, il Servizio Sanitario Nazionale britannico (NHS) e l’Organizzazione Mondiale della Sanità (OMS), per citarne alcuni, da anni si occupano della sensibilizzazione a questi temi. L’NHS, per esempio, ha ridotto di un terzo, rispetto al 1990, le proprie emissioni proprio grazie a politiche che promuovono la conservazione, la raccolta differenziata e una maggiore consapevolezza sui problemi legati all’ambiente nei suoi professionisti.

Il cambiamento climatico ha un impatto significativo anche sulla salute mentale. In molti contesti, e non solo in quelli più colpiti dalle catastrofi climatiche (come l’America Latina, il Sud Est Asiatico, l’Africa e l’Australia), sempre più spesso le persone si rivolgono agli specialisti per chiedere aiuto rispetto a vissuti di angoscia e ansia relativa all’ambiente e alla sua distruzione (in gergo, ecoanxiety).

Da un recente sondaggio della British Association for Counselling and Psychotherapy (BACP) è emerso che il 55% delle persone intervistate ritiene che il cambiamento climatico abbia avuto un impatto sul proprio benessere, l’8% stima che l’impatto sia notevole, il 30% è preoccupato per come ne sarà influenzata la sua vita futura e il 58% si preoccupa degli effetti sulle generazioni future. In particolare, sono i giovani di età compresa tra i 16 e i 34 anni ad essere i più preoccupati. Analogamente, da un altro studio condotto dall’Università di Bath che ha coinvolto 10.000 persone di età compresa tra 16 e 25 anni, in oltre dieci Paesi, è emerso che il 60% dei ragazzi è estremamente turbato dai cambiamenti climatici, riportando emozioni di paura, ansia e tristezza. Infine, dal sondaggio emerge che quattro giovani su dieci hanno affermato di sentirsi traditi, ignorati e abbandonati dagli adulti e dai politici.

Dunque, quali risposte possiamo dare noi professionisti della psiche?

Caroline Hickman, psicoterapeuta, psicologa del clima, psicoterapeuta e ricercatrice, riconosce che è molto difficile per noi terapeuti capire come affrontare questi temi con i nostri pazienti. Molti di noi – afferma la collega – sono abituati a focalizzarsi sui problemi soprattutto a un livello individuale, mentre il cambiamento climatico ha un impatto a livello esistenziale, ambientale e collettivo e non sempre sappiamo come muoverci su questi piani. Inoltre, da essere umano quale è, il clinico stesso può avere delle reazioni assolutamente personali rispetto a questo tema. Secondo la psicoanalista Sally Weintrobe la realtà del cambiamento climatico comporta il crollo della nostra onnipotenza e ci obbliga a dover rivalutare radicalmente il senso di noi stessi. Ci percepiamo vulnerabili, dipendenti, non protetti e fragili, quando invece pensavamo di essere invincibili.

Nel tentativo di trovare una chiave di lettura delle nostre reazioni alla crisi climatica, le colleghe del Climate Change Awareness and Action Committee (Comitato sulla Consapevolezza e l’Azione per il Cambiamento Climatico) della ISST (Società Internazionale di Schema Therapy) hanno cercato di delineare, avvalendosi dei costrutti propri di questo approccio clinico, le diverse modalità disfunzionali che si possono attivare quando confrontati con questa emergenza.

Nella relazione presentata all’ultimo convegno internazionale di Schema Therapy, nel 2020, le terapeute hanno identificato come, partendo dalle reazioni più emotive (racchiuse negli schema mode del Bambino), è possibile individuare:

  • dei vissuti di paura, angoscia e assenza di speranza, tipici del Bambino Vulnerabile (es. “Sono terrorizzato che tutto finisca!”, “Mi sento solo e abbandonato in questo mondo spaventoso e nessuno ci può aiutare!”);
  • delle emozioni rabbiose, specifiche del Bambino Arrabbiato (es. “Odio tutto questo! Sono davvero furioso per essere costretto a guardare queste immagini o ascoltare queste cose orribili!”);
  • delle espressioni del Bambino Viziato/Impulsivo (es. “Non voglio incasinarmi la vita e cambiare le mie abitudini per questo! Per me funziona tutto benissimo e non ho nessun motivo di cambiare nulla!”).

Su un piano più comportamentale (i cosiddetti coping mode), di fronte alla crisi ambientale, è possibile attivare:

  • delle strategie di evitamento, in cui si tende a nascondere la testa sotto la sabbia, eludendo il problema (es. “Meglio non pensarci e bermi un bel bicchiere di vino”);
  • un atteggiamento di rassegnazione (es. “Ho smesso di riciclare, tanto non c’è nessuna speranza, è già troppo tardi per fare qualcosa e salvare il mondo, non possiamo più fare nulla”!);
  • agire all’inverso (iper-compensazione), per esempio sfruttando in modo esasperato la Natura e le sue risorse, ridicolizzando e sminuendo la gravità di quanto sta accadendo e pretendendo di prosciugare il pianeta fino alla sua ultima risorsa.

Infine, sempre secondo la cornice della ST, potrebbero innescarsi:

  • una voce critica che si rivolge verso di sé (dicendo cose come: “Ti dovresti vergognare a lasciar morire il nostro pianeta!”), oppure verso gli altri (“Guarda quegli strafottenti che stanno gettando le loro porcherie dal finestrino della macchina!”);
  • dei messaggi colpevolizzanti ed esigenti (es. “È colpa tua se siamo in questa condizione!” o “Non fai abbastanza per salvare l’ambiente”).

In contrasto con queste modalità disfunzionali che spesso interagiscono tra di loro, proprio come si usa fare in psicoterapia, si intende promuovere una modalità adulta, consapevole e sana, che adotti un approccio più funzionale al problema climatico e contrasti i mode più disfunzionali: promuovere la speranza e la possibilità di cambiamento, invece di arrendersi o di farsi schiacciare dalla disperazione o dalla rabbia. Una modalità sana facilita un contatto più diretto con la natura e l’ambiente, promuove emozioni e comportamenti più autentici e responsabili nei loro riguardi, stimola le nostre risposte sensoriali (acuendo l’udito per ascoltare il cinguettio degli uccelli, incentivando l’uso dell’olfatto per sentire l’odore dei fiori o della pioggia, o, ancora, toccare le piante, svolgere attività all’aria aperta, e così via) e favorisce un approccio che consenta di immergersi e contemplare la natura e la sua magnificenza, dalla loro prospettiva.

Anche lo stimabile naturalista e divulgatore scientifico David Attenborough, d’altronde, nel suo intervento alla COP26, incita i governanti di tutti i paesi presenti, non alla paura, bensì alla speranza di poter salvare la nostra terra.

… Per i colleghi che desiderano porsi qualche domanda:

● Di quali nuove pratiche avremo bisogno per lavorare in modo sicuro ed efficace con i nostri clienti, in relazione ai temi del cambiamento climatico?

● Come vogliamo che le nostre categorie professionali ci rispondano e ci sostengano nel nostro lavoro?

● Cosa vorremmo dagli istituti di formazione e dai docenti dei corsi di formazione ai quali partecipiamo?

● Cosa possiamo imparare dalla salute mentale e dai colleghi di tutto il mondo che si occupano di questo tema (da anni)?

● Quali collaborazioni possiamo formare con altri professionisti del nostro settore?

● Che lavoro dobbiamo fare su di noi, sia nell’immediato, che come continua pratica di self-reflection?

● In che modo la nostra professione potrebbe aver bisogno di evolversi o addirittura trasformarsi alla luce di ciò che ci aspetta?

● TU, come e cosa puoi portare come contributo personale?

Per approfondimenti

www.bacp.co.uk/news/news-from-bacp/2020/15-october-mental-health-impact-of-climate- change/

https://schematherapysociety.org/Climate-Change-Awareness-and-Action-Committee

https://www.youtube.com/watch?v=o7EpiXViSIQ

https://www.bacp.co.uk/bacp-journals/therapy-today/2021/november-2021/the-big-issue/

https://schematherapysociety.org/Schema-Therapy-Bulletin

 

Foto di Markus Spiske da Pexels

 

 

 

 

Ansia sociale, novità nella cura

di Andrea Paulis

L’importanza delle credenze metacognitive nella concettualizzazione del disturbo

Il Disturbo da Ansia Sociale (DAS) è caratterizzato da intenso timore circa le situazioni sociali in cui l’individuo percepisce di poter essere valutato e giudicato dall’altro. In particolar modo si temono le critiche alla propria performance e alle proprie manifestazioni emotive di ansia e vergogna. Ciò può portare all’attuazione di comportamenti di inibizione tali da compromettere la prestazione sociale del soggetto fino all’avverarsi dello scenario temuto, ovvero, la valutazione negativa da parte dell’altro. Questo ricorsivo meccanismo, non dissimile da una “profezia che si autoavvera”, può facilitare l’evitamento delle situazioni sociali e la strutturazione di un timore secondario circa l’ansia stessa e i sintomi correlati.

Nei modelli cognitivi come quello degli studiosi David Clark e Adrian Wells, questo disturbo è concettualizzato dando un rilievo centrale agli aspetti cognitivi della conoscenza di sé, alle credenze sul sé sociale (credenze sociali) e ai processi cognitivi come rimuginio, ruminazione e attenzione auto-focalizzata. Tuttavia, una dimensione spesso lasciata in secondo piano è quella relativa alle credenze metacognitive, intese come credenze positive o negative sul pensiero stesso. Ad esempio, un ansioso sociale potrebbe reputare pericolosa l’esposizione sociale ma utile il rimuginio precedente a essa perché ritenuto “preparatorio” al fronteggiamento di eventuali difficoltà. Un altro individuo potrebbe invece giudicare utile la ruminazione su episodi sociali passati in quanto gli permetterebbe di “imparare” dai propri errori. In entrambi i casi, i soggetti valutano le proprie ricorsive attività mentali come utili, anziché considerarne l’effetto ansiogeno e di mantenimento della propria sofferenza.

In altri casi, invece, l’ansioso sociale potrebbe reputare fuori dal proprio controllo il rimuginio precedente o la ruminazione postuma all’esposizione sociale e ritenersi così in balia dei contenuti mentali ansiogeni. In tal caso, i soggetti, valutando le proprie attività mentali come incontrollabili e pericolose, mantengono vivi i processi di pensiero ripetitivo senza considerare il proprio ruolo attivo nel mantenimento degli stessi.

Per delineare l’implicazione delle credenze metacognitive nel Disturbo da Ansia Sociale, Styliani Gkika, Anja Wittkowski  e Adrian Wells, dell’università di Manchester, hanno recentemente effettuato una review sistematica della letteratura scientifica in merito, ottenendo dei risultati molto promettenti. Da questo lavoro emerge che le credenze metacognitive (positive e negative) sarebbero positivamente associate al DAS e che, in chi presenta tale disturbo, vi sarebbe una maggiore presenza di convinzioni relative all’incontrollabilità e alla pericolosità dei propri pensieri rispetto alla popolazione non clinica. Lo studio mette in luce come le credenze sociali nel DAS siano mediate da specifici processi cognitivi quali ruminazione, rimuginio e attenzione-autofocalizzata. Questi dati risultano particolarmente interessanti in quanto se le credenze metacognitive avessero realmente un effetto diretto e indiretto sul mantenimento di questi specifici processi cognitivi, come affermato dagli studiosi, tale legame sarebbe coerente con il modello metacognitivo del disturbo. Secondo questa prospettiva, le credenze sociali sarebbero da considerarsi come fattori di innesco, o la risultante, di processi di pensiero ruminativi e rimuginativi.

Pertanto, se futuri studi dovessero confermare e rendere più solida questa ipotesi, il trattamento psicoterapeutico cognitivo comportamentale del DAS potrebbe beneficiare di una maggiore enfasi sugli aspetti metacognitivi nella concettualizzazione del disturbo, inserendo le credenze metacognitive come ulteriore e specifico target di intervento.

Per approfondimenti:

Gragnani A., Di Benedetto, S., Couyoumdjian, A. (2021). Disturbo d’ansia sociale. In Perdighe, C., Gragnani A. (A cura di), Psicoterapia cognitiva. Comprendere e curare i disturbi mentali (pp. 512-558). Milano: Cortina Raffaello.

Wells, A., Clark, D. M., Salkovskis, P., Ludgate, J., Hackmann, A., & Gelder, M. (1995). Social phobia: The role of in-situation safety behaviors in maintaining anxiety and negative beliefs. Behavior Therapy26(1), 153-161.

Gkika, S., Wittkowski, A., & Wells, A. (2018). Social cognition and metacognition in social anxiety: a systematic review. Clinical Psychology & Psychotherapy25(1), 10-30.

Wells, A., & Matthews, G. (1994). Attention and emotion: A clinical perspective. Hove, UK: Psychology Press.

Foto di Andrea Piacquadio da Pexels

L’anziano è davvero “fragile”?

di Alessandra Lupo, Chiara Mignogna, Priscilla Rosini

La cura e il benessere della salute mentale della terza età rimangono sempre da sfondo rispetto alle problematiche fisiche dovute all’età che avanza

Durante questo periodo di pandemia, è stata sottolineata l’importanza di proteggere le categorie cosiddette “fragili”. Tra queste rientrano le persone anziane, considerate le più vulnerabili dal punto di vista fisico e da considerarsi maggiormente esposte a un rischio di sintomi severi causati dal virus. L’attenzione rivolta alla popolazione senile ha messo in luce quanto sia importante avere cura dei nostri cari e del loro stato di salute. Tutti ci siamo impegnati a proteggerli, a stare ben attenti a mantenere le distanze, sacrificando anche un contatto diretto con loro. Nonostante l’attenzione si sia focalizzata sull’anziano e sul suo stato di salute, sono sempre più marginali, invece, la cura e il benessere della salute mentale della terza età, che rimangono sempre da sfondo rispetto alle problematiche fisiche dovute all’età che avanza. Spesso le persone anziane non hanno la possibilità di approcciarsi alla cura dei loro disagi psicologici, eppure secondo i dati Istat si registra un innalzamento dell’età media di chi ne soffre, con un conseguente aumento di problematiche della salute fisica e mentale. Spesso, quando si fa riferimento alla salute mentale e al benessere psicologico della persona anziana, si tende a banalizzare o sminuire di molto l’importanza dei sintomi. Tale atteggiamento conduce all’aumento di stereotipi che diventano dei propri “miti” sempre più difficili da sfatare. Tra i più comuni è presente, ad esempio, la convinzione che tali sintomi siano dovuti all’età che avanza, e che quindi siano “normali” e sui quali è impossibile poter intervenire per una loro risoluzione. Molto comune è anche la credenza di essere “troppo vecchio per poter cambiare”, che scoraggia la persona anziana a rivolgersi ad un professionista quando prova una sofferenza di natura psicologica. A questo si aggiunge spesso la sensazione, vissuta dall’anziano, che la richiesta di aiuto sia un’ammissione di debolezza e di vulnerabilità.

Tali credenze portano a una ridotta richiesta di aiuto, aumentando così i fattori di rischio per l’insorgenza o l’ingravescenza di patologie psichiche, con un conseguente peggioramento della qualità della vita. La vecchiaia viene considerata come una condizione di inesorabile declino fisico e cognitivo, di peso economico e sociale, di tristezza, isolamento e asessualità.

La psicologia dell’invecchiamento promuove una visione differente dell’anziano, da considerarsi come risorsa sociale e improntata sulla cura e il benessere, che vuole rimettere al centro la persona, promuovendo il benessere psicologico ed eliminando gli stereotipi culturali.

Generalmente dell’avanzare dell’età si considera soltanto l’aspetto negativo, in termini di perdita: perdita del ruolo lavorativo, della salute, delle capacità cognitive e fisiche.

La psicoterapia che si occupa dell’anziano, oltre a diagnosticare tempestivamente una problematica psicologica, promuove una nuova visione positiva della vecchiaia. Partendo dalla visione degli studiosi dell’invecchiamento Paul B. Baltes e Margret M. Baltes, si può comprendere come in questa fase di vita si riscontrino guadagni e non unicamente perdite (come ad esempio la perdita della salute o dell’integrità sensoriale). Uno dei guadagni è rappresentato dal fenomeno della saggezza, che rappresenterebbe una forma di pensiero “tipica” dell’età anziana che consente capacità di giudizio etico-morale e di gestione della complessità delle questioni sociali e della vita superiori a quelle delle età precedenti di vita. Secondo gli studiosi, per vivere bene l’età che avanza è importante ottimizzare i guadagni, scegliendo accuratamente le aree della propria vita in cui investire per stare bene, compensando le eventuali perdite che possono essere correlate all’età.

L’importanza della cura e l’attenzione della salute mentale dell’anziano antepone il prendere visione nello specifico della sintomatologia che talvolta non viene considerata rilevante, in quanto erroneamente attribuita ai cosiddetti “acciacchi della vecchiaia”. La depressione e i disturbi d’ansia nell’anziano hanno una manifestazione sintomatologica differente rispetto a quella presentata nei giovani adulti. Spesso il malessere è riconducibile a manifestazioni somatiche che possono forviare il clinico non esperto.

Per tale motivo è importante promuovere la conoscenza e ampliare i servizi di cura della salute mentale negli anziani.

Nel nostro centro clinico di Roma, è presente il servizio di psicoterapia per l’anziano dove un’equipe specializzata si prende cura delle problematiche psicologiche dell’invecchiamento.

Per approfondimenti:

Baltes, P. B., & Baltes, M. M. (Eds.). (1990). Successful aging: Perspectives from the behavioral sciences. Cambridge University Press.

De Beni, R., & Borella, E. (Eds.). (2015). Psicologia dell’invecchiamento e della longevità. Il mulino.

Foto di Edu Carvalho da Pexels

 

Errare humanum est

di Giuseppe Femia e Andrea Gragnani

Quando i bias di ragionamento appartengono allo psicoterapeuta

Nella pratica clinica accade spesso di soffermarci sulle emozioni che ci suscitano i nostri pazienti: osserviamo la rabbia, la colpa, la vergogna, l’ansia, la tristezza o la gioia che evocano in noi e siamo allenati a comprenderli all’interno di una cornice teorica di riferimento. In qualche modo, le nostre emozioni sono come dei grandi evidenziatori che sottolineano la peculiarità delle nostre reazioni a quel paziente in quel momento specifico della terapia; esse ci portano a meta-riflettere sulla relazione terapeutica. Lo stesso non si può dire dei processi di ragionamento e, in particolare, dei nostri bias cognitivi che tendiamo a non conoscere e/o a sottovalutare. Un monitoraggio di tali errori di ragionamento, che spesso attiviamo in modo inconsapevole durante le sedute di psicoterapia, potrebbe invece rivelarsi un utile strumento per il buon esito della psicoterapia.

Talvolta, attenzioniamo in modo selettivo o arbitrario alcune informazioni che il paziente riporta, leggendole in modo erroneo in linea con alcune delle nostre credenze e conoscenze congrue con il nostro modello di riferimento e con l’inquadramento della problematica raggiunto in una prima fase di assessment.

Riflettere sull’attivazione dei propri bias all’interno della psicoterapia sembra aprire un canale di conoscenza e consapevolezza circa l’impatto di taluni errori di valutazione sul processo di cura. In buona sostanza, anche la nostra organizzazione cognitiva e una plausibile quota di belief disfunzionali si attivano e giocano un ruolo nel lavoro con il paziente. Dunque, seguendo questa linea di osservazione, riflettere circa quelle combinazioni che potrebbero determinare un rischio maggiore di scarsa comunicazione o incastro disfunzionale fra errori di ragionamento del paziente e dello psicoterapeuta andrebbe a favorire un potenziale vantaggio per la psicoterapia in termini di efficacia e successo del trattamento.

Ad esempio: quelle situazioni in cui si scontrano i tratti di perfezionismo rigido nello psicoterapeuta e i tratti di distraibilità nel paziente, oppure rigidi principi morali nello psicoterapeuta e disinibizione nel paziente o, in generale, quei bias del nostro funzionamento che mettiamo in moto senza monitoraggio e/o consapevolezza. Talvolta, si potrebbe verificare che sulla base di un bias di generalizzazione tendiamo ad ascrivere l’atteggiamento del paziente a una certa categoria diagnostica, seguendo una sorta di economica euristica senza troppo riflettere su quanto sia esatto questo tipo di inquadramento. Altre volte, potremmo invece tendere a minimizzare taluni comportamenti, o diversamente ingigantire altri, seguendo un filtro tutto nostro, dunque sulla base dei nostri valori di riferimento e perdendo di vista l’empatia, la flessibilità e la versatilità che questa professione richiede.

Potrebbe quindi capitare che, essendo troppo attenti a ricostruire il problema presentato, gli errori di ragionamento, delle credenze patogene, ci ritroviamo a trascurare l’importanza che il nostro funzionamento cognitivo potrebbe avere nella gestione, nell’elaborazione delle informazioni e nella relazione con il paziente. Durante la psicoterapia potrebbe accadere che interpretiamo o personalizziamo un atteggiamento del paziente come una resistenza alla psicoterapia, ad esempio leggiamo il ritardo o il fatto che non abbia fatto gli home-work come una scarsa motivazione al cambiamento e/o come uno scarso livello di impegno in terapia, mentre questo potrebbe avere altri significati, potrebbe segnalare un aggravamento dei sintomi, dunque un peggioramento dello stato o ancora un vera e propria richiesta di aiuto e attenzione.

Questo tipo di errori, se non consapevoli, riconosciuti e gestiti, potrebbero promuovere un atteggiamento poco autentico o troppo difensivo da parte del terapeuta, creando delle rotture nella relazione psicoterapeutica, rispetto l’alleanza di lavoro e gli obiettivi concordati.

Alla luce di queste osservazioni, dubitare delle proprie idee o impressioni e avere sempre un punto di vista alternativo, sembra essere una risorsa che ci aiuta a non incorrere in errori confirmatori di valutazione. A tal proposito, ricostruire e osservare l’incastro della propria architettura cognitiva sulla base del caso specifico, potrebbe diminuire il margine di errori di intervento, e il rischio di incorrere in un atteggiamento perseverante e/o di coltivare un’idea fissa e/o distorta del problema e del paziente in genere. Per ovviare ai diversi errori sopra descritti, ci sono diversi metodi, basti pensare alla propria psicoterapia (dello stesso psicoterapeuta), alla supervisione, all’intervisione, alla psicodiagnostica e all’utilizzo di strumenti appositi a monitorare quanto il paziente si sia sentito compreso durante il corso delle sedute se sta migliorando o meno durante il percorso.

Possiamo pensare a eventuali errori di omissione in cui scegliamo di non applicare una tecnica per timore di un effetto collaterale. È il caso, ad esempio, dell’omissione di una tecnica immaginativa o espositiva per paura degli eventuali effetti avversi.  Contrariamente, potremmo tendere a mettere in moto bias di azione applicando una tecnica senza considerare gli eventuali effetti iatrogeni.

Altro esempio potrebbe essere il ragionamento emozionale nei cicli di allarme, al quale alle volte rispondiamo in modo preoccupato o controllante di fronte a possibili comportamenti a rischio che il paziente teme o minaccia. Potremmo agire il nostro spavento, l’ansia, senza riflettere su quale sia la strategia migliore ed efficace per in incrementare alcuni fenomeni, praticando in modo iatrogeno una sorta di rinforzo.

A riguardo, lo psicologo statunitense Scott Lilienfeld propone una tassonomia degli errori maggiormente commessi dagli psicoterapeuti nella valutazione del successo e dell’efficacia della psicoterapia, indicando i bias che più facilmente lo psicoterapeuta tende a mettere in atto come l’illusione di controllo e il confirmation bias o il post hoc, ergo propter hoc, ovvero, non solo la tendenza a inferire  in modo confirmatorio sul paziente e taluni atteggiamenti, ma ipotizzando anche la presenza presunta di  un evento cronologico connesso a quanto presupponiamo, senza sufficienti prove.

Il contributo proposto da Lilienfeld ribadisce infatti l’importanza di misurare il proprio intervento e l’efficacia della psicoterapia mediante strumenti validati e obiettivi, cercando di mettere in guardia gli psicoterapeuti rispetto alla possibilità di incorrere nell’errore di predicare un’efficacia “spuria” della psicoterapia. Si suggerisce dunque un’integrazione tra la metodologia sperimentale, il pensiero scientifico e la pratica psicoterapeutica, ribadendo l’importanza della supervisione costane dei propri casi, della misurazione degli esiti, dell’esigenza di produrre prove di efficacia e della necessità di conoscere le linee guida e i protocolli previsti in relazione alle diverse problematiche psicopatologiche.

Considerazioni di questo tipo meriterebbero di certo un approfondimento: in una seconda puntata affronteremo ulteriori aspetti circa gli scopi che si celano dietro i bias di ragionamento che regolano la professione e si muovono durante la psicoterapia, per fornire una lunga e necessaria riflessione.

Per approfondimenti:

Dimaggio, G. e Semerari, A. (2007) I disturbi di personalità. Modelli e trattamento, Laterza.

Lilienfeld, S., Ritschel, L., Lynn, S., Cautin, R., & Latzman, R. (2014). Why Ineffective Psychotherapies Appear to Work: A Taxonomy of Causes of Spurious Therapeutic Effectiveness Perspectives on Psychological Science, 9 (4), 355-387 DOI: 10.1177/1745691614535216

Lorenzini, R. & Scarinci, A. (2013). Errare “Umanum” est. L’errore nella pratica psicoterapeutica. Alpes Italia, Roma.

Mancini, F. & Giacomantonio, M. (2018). I conflitti intrapsichici. Quaderni di psicoterapia cognitiva, n.42, pp. 41-64.

Safran, J. e Segal, V.Z. (1993) Il processo interpersonale nella terapia cognitiva, Feltrinelli.

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Metodo socratico in psicoterapia

di Andrea Paulis

Nonostante affondi le proprie radici nella filosofia greca, il metodo socratico è ancora oggi uno strumento utile nella ristrutturazione cognitiva

Il Metodo Socratico, in terapia cognitiva è solitamente descritto come una modalità di dialogo utile per ottenere informazioni clinicamente rilevanti, considerare punti di vista alternativi e aumentare l’insight nel paziente. Tale metodo presuppone che il terapeuta, seguendo i principi filosofici della scoperta guidata, conduca genuinamente l’interlocutore verso intuizioni o scoperte in grado di generare nuove conclusioni. Pertanto, l’obiettivo primario del dialogo socratico in psicoterapia non è quello di “cambiare” la mente dell’altro, ma di guidarlo nella scoperta di nuovi punti di vista.

Molti terapeuti esperti considerano l’uso del metodo socratico come una caratteristica centrale della terapia cognitivo comportamentale (CBT), mentre altri lo percepiscono come uno strumento prezioso ma non necessario ai fini di un buon trattamento. Nell’interessante studio di Gavin I. Clark e Sarah J. Egan è stata indagata proprio la percezione dell’importanza dell’uso del metodo socratico in un campione di terapeuti CBT esperti e i risultati hanno sottolineato come tutti i partecipanti identifichino tale metodo come efficace nel facilitare diversi effetti positivi all’interno della terapia; in particolar modo: il cambiamento delle credenze, la produzione di nuovi insight, la possibilità di interiorizzare il metodo socratico, l’aumento del coinvolgimento attivo all’interno della terapia e la capacità di arrivare a nuove conclusioni mediante il ragionamento.

Sebbene sia fondamentale comprendere quanto il clinico reputi utile tale metodo, è altresì importante lo sforzo fatto da Louise Heiniger e colleghi, i quali si sono occupati di indagare la preferenza, in una popolazione non clinica, tra una modalità di colloquio socratico e una modalità più didattica e direttiva di rivolgersi e interagire con il paziente. È stato chiesto ai partecipanti dello studio di esprimere una preferenza nei confronti di uno dei due metodi presi in esame, valutando l’utilità percepita delle domande dei terapeuti, il supporto all’autonomia e la probabilità di impegnarsi in attività terapeutiche. I risultati mostrano che i partecipanti esaminati preferiscono l’utilizzo di un metodo socratico da parte del terapeuta piuttosto che l’uso di un metodo “didattico”; nel primo caso, infatti, le domande sono state percepite come più utili e le modalità del colloquio sono state giudicate come più empatiche e di supporto all’autonomia.

Considerate queste differenti prospettive sul metodo, rimane da stabilirne empiricamente l’efficacia; un interessante spunto al riguardo arriva dal recente studio di Lisa N. Vittorio e colleghi, i quali hanno indagato l’efficacia del metodo socratico nel trattamento della depressione. Gli studiosi hanno individuato che l’uso di domande socratiche permette di prevedere un miglioramento dei sintomi nei soggetti che sono influenzati da aspettative particolarmente pessimistiche circa il proprio futuro.

Nell’insieme, questi recenti lavori permettono di riflettere sull’utilità del metodo socratico nel favorire la ristrutturazione cognitiva tipica dell’approccio CBT e sulla validità di un metodo che, nonostante affondi le proprie radici nella filosofia greca, resta attuale. Tuttavia, è bene sottolineare la profonda carenza di studi che indagano con accuratezza il ruolo e l’efficacia del dialogo socratico nel produrre un miglioramento. Probabilmente la poca chiarezza circa le modalità di impiego dello stesso e la mancanza di una definizione univoca e condivisa del metodo non ne rendono semplice l’indagine. Si auspica, pertanto, che studi futuri chiariscano il peso effettivo del metodo socratico nel trattamento psicoterapeutico cognitivo comportamentale.

Per approfondimenti:

Heiniger, L. E., Clark, G. I., & Egan, S. J. (2018). Perceptions of Socratic and non-Socratic presentation of information in cognitive behaviour therapy. Journal of Behavior Therapy and Experimental Psychiatry, 58, 106-113.

Carona, C., Handford, C., & Fonseca, A. (2020). Socratic questioning put into clinical practice. BJPsych Advances, 1-3.

Clark, G. I., & Egan, S. J. (2018). Clarifying the role of the Socratic method in CBT: a survey of expert opinion. International Journal of Cognitive Therapy, 11(2), 184-199.

Vittorio, L. N., Braun, J. D., Cheavens, J. S., & Strunk, D. R. (2021). Cognitive Bias and Medication Use Moderate the Relation of Socratic Questioning and Symptom Change in Cognitive Behavioral Therapy of Depression. Cognitive Therapy and Research, 1-11.

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Disturbi alimentari e memorie infantili

di Giulia Signorini

Esplorare le esperienze di vita precoci tramite l’impiego di tecniche immaginative

Restrizione calorica, abbuffate, condotte compensatorie (vomito autoindotto, utilizzo di lassativi, esercizio fisico eccessivo, etc.), pensiero massimamente focalizzato sul peso e sulla forma corporea, emozioni di vergogna, colpa, disgusto, ma anche ansia, rabbia (spesso inespressa) e solitudine… Il tutto accompagnato da una grande ambivalenza nei confronti del trattamento e del cambiamento: questi sono i termini che descrivono solitamente i disturbi del comportamento alimentare (DCA), per lo meno in prima battuta.

Sì perché il comportamento alimentare può essere letto non solo come la chiara espressione di un disagio clinico, ma anche come un modo (e un mondo) attraverso cui l’individuo è riuscito a trovare un equilibrio, per quanto disfunzionale sia nel lungo termine, una soluzione che gli consente di sopravvivere al meglio delle sue attuali consapevolezze e risorse. Sopravvivere a che cosa? Questa è la domanda interessante. E qui entra in gioco l’indagine del terapeuta: “Cosa c’entrano i miei genitori con tutto questo? Io non ho problemi con loro, ma con il cibo!” – plausibile obiezione dei pazienti quando vengono rivolte loro domande relative all’infanzia e alla relazione con le loro figure di accudimento. Accanto, infatti, a fattori temperamentali, fisici e socioculturali, le prime interazioni con le figure di accudimento primarie e l’ambiente familiare giocano un ruolo decisivo nello sviluppo dei disturbi alimentari (e nella psicopatologia in generale). Indagare le memorie infantili ha quindi molto a che fare proprio con l’individuo di oggi e i suoi problemi attuali, con ciò che in tempi “non sospetti” lui/lei ha imparato riguardo sé, il mondo, le relazioni, cosa ha valore e cosa non è importante.

In Schema Therapy, modello teorico e approccio terapeutico appartenente alla cosiddetta “terza ondata” del Cognitivismo, l’esplorazione dei contenuti relativi ai ricordi infantili ha come obiettivo l’identificazione dei bisogni emotivi non soddisfatti, a partire dai quali si formano gli schemi maladattivi precoci, che sottendono al funzionamento psicopatologico del paziente. Per questo tipo di indagine, ci si avvale anche di tecniche immaginative, attraverso le quali il terapeuta può sfruttare il grande potere dell’immaginazione umana e metterlo al servizio della terapia, sia in fase diagnostica (imagery diagnostico) sia in fase di trattamento (imagery with rescripting). Si tratta di tecniche potenti, da utilizzare dopo una specifica formazione, che consentono di bypassare filtri di natura cognitiva/razionale, solitamente attivi durante una narrazione verbale.

Proprio l’impiego dell’imagery diagnostico è stato oggetto dello studio condotto da Barbara Basile e colleghi, recentemente pubblicato sulla rivista Frontiers in Psychology. Il gruppo di ricerca ha coinvolto 49 pazienti affette da DCA (33 con diagnosi di Anoressia Nervosa e 16 di Bulimia Nervosa), ricoverate presso la casa di cura Villa Garda, in provincia di Verona, allo scopo di indagare i bisogni emotivi non soddisfatti legati a ricordi infantili. Gli autori erano interessati a capire, in particolare, se ci fossero dei bisogni infantili associati in modo specifico a particolari schemi (della paziente o del genitore, indagati attraverso specifici questionari self report) e anche a eventuali specificità di schemi o bisogni emotivi nell’Anoressia e nella Bulimia nervosa.

Lo studio ha rivelato che le esperienze negative infantili evocate durante la procedura di imagery riguardavano per la maggior parte dei casi la figura materna, evidenziando prevalentemente il non soddisfacimento dei bisogni di:

  • sicurezza e protezione, tipicamente legato a episodi di abusi fisici/sessuali/psicologici subiti dal paziente o forti litigi tra genitori in presenza del bambino – associato agli schemi di deprivazione e inibizione emotiva di entrambi i genitori e agli schemi di deprivazione emotiva e fallimento dei pazienti;
  • accudimento e cura: in relazione a momenti in cui uno o entrambi i genitori non erano in grado di occuparsi del bambino, abbandonandolo o non riuscendo a gestire una situazione negativa, mancando in stabilità e prevedibilità – associato agli schemi di dipendenza del paziente e pessimismo/negativismo da parte del padre;
  • espressione emotiva: tipico di quando vengono derise, ignorate o punite manifestazioni spontanee, o quando i bisogni altrui o le regole esterne sono considerate più importanti di quelle del bambino – associato allo schema di deprivazione emotiva da parte del padre.

Dalle descrizioni delle pazienti emerge una figura materna vulnerabile ai pericoli, prona all’autosacrificio, più abbandonica e allo stesso tempo più invischiata rispetto alla figura paterna, che, invece, è percepita come più inibita emotivamente e trascurante rispetto quella materna.

Inoltre, gli schemi individuali di invischiamento delle pazienti correlano con quelli materni di invischiamento, sottomissione e punizione. Proprio l’invischiamento, così come la vulnerabilità ai pericoli, potrebbe essere letto, secondo gli autori, come un modo disfunzionale di fornire protezione, limitando e scoraggiando lo sviluppo dell’indipendenza e dell’autonomia del bambino.

Per quanto riguarda le differenze tra gruppi diagnostici, i risultati dello studio hanno rivelato che i bisogni non soddisfatti di cura, accudimento e attaccamento sicuro sono significativamente associati solo alla diagnosi di Bulimia Nervosa, e che le pazienti di questo gruppo riportano maggiormente lo schema di autocontrollo insufficiente rispetto al gruppo di pazienti con Anoressia Nervosa.

Quali implicazioni per la pratica clinica?

I DCA hanno visto un vertiginoso aumento nel corso della pandemia: stando ai dati raccolti dall’Associazione Italiana di Dietetica e Nutrizione clinica (ADI), l’incidenza dei casi è salita di oltre il 30% tra febbraio 2020 e febbraio 2021.

L’indagine dei bisogni emotivi non soddisfatti attraverso l’imagery diagnostico può rappresentare un ottimo punto di partenza per esplorare gli schemi degli individui affetti da questo disturbo, a partire proprio dal senso che queste narrazioni hanno permesso di dare a esperienze infantili negative. In altre parole, più che all’evento realmente accaduto, attraverso queste esplorazioni, al terapeuta interessa identificare le storie (schemi) che il paziente ha imparato a raccontarsi per dare un senso a quanto accaduto. Questo permette poi di collegare gli schemi (es. “Sono un peso per gli altri”; “Non sono amabile”; “Quello che provo è sbagliato”) alle strategie di coping disfunzionali che il paziente con DCA mette in atto (restrizione, ipercontrollo, abbuffate, etc.) – per sopravvivere alla sofferenza indotta dagli schemi stessi – e di lavorarci in terapia più consapevolmente.

Come auspicano gli autori dello studio, infine, sarebbe interessante esplorare in future ricerche la possibilità di predire gli esiti del trattamento a partire proprio da specifici schemi individuali o genitoriali.

Per approfondimenti

Basile, B., Novello, C., Calugi, S., Dalle Grave, R., Mancini, F. (2021). Childhood Memories in Eating Disorders: An Explorative Study Using Diagnostic Imagery. Frontiers in Psychology, July (12), https://doi.org/10.3389/fpsyg.2021.685194

Simpson, S., Smith, E. (2020). Schema Therapy for Eating Disorders: Theory and Practice for Individual and Group Settings. Routledge Editore.

Young, J.E., Klosko, J.S.; Weishaar M.E. (2003). Schema Therapy. La terapia cognitivo-comportamentale integrata per i disturbi della personalità. Edizione italiana a cura di A.Carrozza, N. Marsigli e G. Melli. Eclipsi Editore.

Un workshop sul Rescripting

https://cognitivismo.com/2016/05/06/la-schema-therapy-uno-sguardo-ai-bisogni-e-alle-emozioni-delleta-infantile/

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“Non voglio mettere la maglietta blu!”

di Giada Di Biase

Il trattamento cognitivo comportamentale applicato all’interpretazione dei capricci e all’approccio alla regolazione emotiva

“Mamma ti ho detto che non voglio mettere la maglietta blu!”
“Ecco, è iniziata la lotta!”

Carlotta, dall’alto dei suoi quattro anni, urla, pesta i piedi, grida a squarciagola e non riesce a trattenere le sue emozioni. Non ha alcuna difficoltà a sostenere le sue idee e le sue richieste, ad affermare il bisogno e la voglia di essere autonoma nelle scelte, mentre la madre, di contro, crede siano solo capricci.
Dove trovare la chiave di lettura per comprendere cosa sta accadendo, i perché di questi capricci e di queste crisi?
Il pianto, le urla e l’opposizione appaiono come manifestazioni di rabbia, esternazioni di emozioni negative e frustrazioni alle quali l’adulto non sa attribuire un significato e, per tale motivo, vengono spesso percepiti come una modalità volontaria per essere provocati, testati e messi in difficoltà.

A livello più profondo, i capricci sembrano essere il sintomo di una mancata soddisfazione rispetto a un bisogno emotivo. Dietro a ogni capriccio, quindi, si possono leggere una serie di messaggi che i bambini provano a inviare attraverso canali comunicativi conosciuti e utilizzati a seconda dell’età di sviluppo. L’adulto è chiamato a dar loro un significato, individuando la necessità emotiva che può essere orientata in modo funzionale.

Le neuroscienze hanno consentito, negli ultimi anni, una conoscenza approfondita dei meccanismi di funzionamento del cervello dei bambini, illustrando le cause principali di specifici comportamenti attuati e, contestualmente, munendo gli adulti di un “kit di sopravvivenza” che offra loro la possibilità di comprenderli e relazionarcisi in modo adeguato. Il capriccio, in questo scenario, rappresenterebbe una risposta del cervello del bambino a situazioni ed emozioni particolarmente complesse da governare, dal momento in cui le zone cerebrali deputate a tale gestione non sono ancora pienamente funzionali. Il processo di maturazione cerebrale, nello specifico della corteccia prefrontale ventromediale, implicata in complessi compiti cognitivi come il controllo degli impulsi, l’inibizione delle risposte emotive e l’autoregolazione, inizierà con la formazione delle sinapsi eccitatorie a partire dai cinque anni, terminando il suo sviluppo con la formazione delle sinapsi inibitorie all’inizio dell’età adulta. Per tale motivo, i bambini non presenterebbero un completo sviluppo delle funzioni esecutive (FE), processo supportato dalla maturazione della corteccia pre-frontale.

Precursori di tali funzioni sono osservabili già a partire dal primo anno di vita, con un incremento rapido visibile nel periodo prescolare, che raggiunge alti livelli di performance durante l’adolescenza. Tali abilità mentali agiscono come centro di comando del cervello, permettendo all’individuo di vagliare, pianificare e modificare il proprio comportamento per renderlo adeguato ai cambiamenti del contesto,  per  affrontare situazioni nuove, risolvere i problemi, portare a termine l’esecuzione di un dato compito e regolare le proprie emozioni. Quest’ultima capacità, in particolare, appare essere inversamente proporzionale all’età: ciò significa che dato il processo di sviluppo cerebrale, più si è piccoli e meno si è in grado di controllare e gestire le proprie emozioni. Per questo motivo il bambino non appare in grado di controllare le risposte emozionali e tende a esprimere ciò che prova senza utilizzare nessun genere di filtro.

Nello sviluppo iniziale assume un ruolo di grande rilievo l’attività regolatoria del genitore o del caregiver: in questa prima fase chi si prende cura del bambino interpreta i suoi segnali e favorisce la modulazione delle sue emozioni, in uno scambio diadico regolato dall’attenzione. Nei primi anni, tale processo di regolazione degli stati interni è guidato dall’esterno (etero-regolazione) e, in evoluzione, cederà gradatamente il posto alla capacità di auto-regolazione emotiva, che permetterà al bambino di mettere in atto strategie di coping adatte ai diversi contesti sociali in modo autonomo.

Gestire un capriccio risulta quindi possibile, il segreto è dosare la giusta quantità di alcuni ingredienti fondamentali, cercando di non essere iperprotettivi né troppo assecondanti, aiutando così il bambino ad accogliere, tollerare e gestire la frustrazione: ascoltandolo nei suoi bisogni e seguendolo nei suoi desideri, lasciandogli spazi di azione dove affermare sé stesso muovendosi in modo autonomo, insegnandogli a esternare il vissuto unitamente alle sue emozioni, a ciò che ha provato, favorendo così una elaborazione e un’organizzazione efficace del vissuto.

Legittimare un capriccio e concedere qualcosa solo perché lo si desidera, quindi, potrebbe insegnare, in una visione più ampia e matura, che è possibile concedere a sé stessi qualcosa senza sentirsi in colpa. In tal senso, uno stile educativo autorevole e contestualmente attento ai vissuti del bambino (sensitive parenting), appare associato a maggiori capacità di regolazione degli stati interni e del comportamento. Diversamente, uno stile autoritario e punitivo si associa a minori capacità di regolazione emotiva e comportamentale.

L’acquisizione di modalità efficaci di gestione dei propri stati emotivi si mostra, inoltre, come un importante fattore di protezione rispetto alla manifestazione di problematiche psicologiche. Di contro, la presenza di difficoltà nella regolazione delle emozioni (disregolazione emotiva) nello sviluppo del bambino, si presta, unitamente ad altri fattori, a essere elemento di rischio per la manifestazione di problematiche, come iperattività, condotte oppositive e aggressive.

Studi hanno confermato, in questo ambito, l’efficacia del trattamento cognitivo comportamentale nell’infanzia e nell’adolescenza, grazie alla presenza di innumerevoli strategie finalizzate ad aiutare l’individuo a riconoscere e gestire, in modo funzionale, i propri stati emotivi non graditi e all’utilizzo di interventi psicologici psicoeducativi rivolti ai genitori come il parent training, approccio utile in età evolutiva che permette alla coppia genitoriale di apprendere delle strategie funzionali da applicare nei momenti critici della crescita, con lo scopo di raffinare le loro competenze rispetto al monitoraggio e alla gestione delle emozioni provate dai bambini.

Per approfondimenti

Bagdadi, M. P. (2002). Genitori non si nasce ma si diventa. Come affrontare capricci, manie, enuresi notturna, pedofilia, separazione sessualità adolescenziale. Franco Angeli.

Barkley R.A. (1997). ADHD and the nature of self control. New York, Guilford Press.

Barone L. (2007). Emozioni e sviluppo: percorsi tipici e atipici. Carocci.

Buonanno C., Muratori P., (2020). Modelli di parent training. Quaderni di Psicoterapia  Cognitiva.

Isola, Romano, Mancini (2016). Psicoterapia cognitiva dell’infanzia e dell’adolescenza. Milano, Franco Angeli.

Lenroot, R.K., Giedd, J. N. (2006). Brain development in children and adolescents: insights from anatomical magnetic resonance imaging. Neuroscience and Biobehavioural Reviews.

Pat Harvey, Britt H. Rathbone (2021). Adolescenti con emozioni intense: come gestire con la DBT le sfide emotive e comportamentali di tuo figlio. Edizione italiana a cura di Laura Rigobello e Giulia Rancati.  Milano, Franco Angeli.

Perdighe Claudia (2015). Il linguaggio del cuore: riconoscere e accettare le emozioni dei propri figli e accompagnarli nella crescita. Trento, Erickson.

Robert L. Leahy, Dennis Tirch, Lisa A. Napolitano. La regolazione delle emozioni in psicoterapia. Guida pratica per il professionista. Edizione Italiana a cura di Cesare Maffei. Erikson.