Sentirsi al sicuro

di Sabrina Bisogno

Cosa accade quando si ha la percezione di un pericolo imminente

Durante la manifestazione di apertura dell’ultimo congresso della Società Italiana di Psicoterapia Comportamentale e Cognitiva, uno dei chair ha affermato: “In condizioni di sicurezza, ci assomigliamo un po’ tutti”.

Lo psicologo e psicanalista Peter Fonagy, professore alla University College di Londra e ospite del congresso, ha ricordato il vissuto di profonda alienazione sperimentato quando, profugo ungherese, si è ritrovato in Inghilterra e, per far fronte al proprio malessere, ha intrapreso un percorso di cura. Ha quindi sottolineato quanto sia potenzialmente danneggiabile lo “strato epidermico” che ci protegge dalla malattia mentale e come sentirsi al sicuro sia un fattore protettivo per la psiche.

Ma cosa vuol dire sentirsi in pericolo?

Possiamo affermare che ciascun essere umano ha un personale impianto di sorveglianza, ossia il sistema nervoso autonomo, che è pronto a rilevare segnali di pericolo grazie alla “neurocezione”: ciò che sente istintivamente il corpo.

Quando viene rilevato un pericolo, l’attivazione del sistema nervoso simpatico permette strategie di difesa, di attacco o fuga. E quando non si è in grado né di lottare né di fuggire, il tratto dorso vagale della branca parasimpatica permette la sopravvivenza attraverso l’immobilizzazione.

Questo è ciò che accade a ciascun essere umano di fronte ad un pericolo reale e oggettivo, come ad esempio la comparsa improvvisa di un animale minaccioso.

Tuttavia è interessante tener presente che questo accade anche di fronte a pericoli meno oggettivi ma ugualmente percepiti come significativi e imminenti, come ad esempio la minaccia di un rifiuto, di un abbandono o di una umiliazione: quando dunque il pericolo non è fuori ma è legato ai contenuti mentali e a come ci si sente in specifiche situazioni.

Quando invece ci si percepisce in una condizione di sicurezza, queste strategie di auto-protezione sono depotenziate, silenti, e a essere attivo è il tratto ventro vagale della branca parasimpatica. Quando ci si sente al sicuro, quindi, il sistema nervoso autonomo non è impegnato nel reclutare energie per difendersi e ci si sente calmi.

In una condizione di pericolo percepito, tutte le energie sono investite nella difesa e non c’è spazio per l’apprendimento sociale. Manca quella sufficiente sensazione di fiducia che permette la sperimentazione, il cambiamento, la costruzione di relazioni, l’intimità.

Ricordare quindi che il cervello umano funziona nello stesso identico modo sia che si tratti di un pericolo oggettivo e facilmente riconoscibile (animale minaccioso) sia che si tratti di un pericolo soggettivo (paura di restare soli, di essere rifiutati, etc.) aiuta a comprendere come mai si sperimenti la sensazione di non essere “lucidi” o in grado di gestire le  proprie reazioni di fronte ad alcuni stimoli specifici.

Nel momento in cui viene percepito il pericolo, anche se non a un livello di piena consapevolezza, il sistema nervoso autonomo disattiva le funzioni superiori non necessarie e attiva quelle primitive volte alla sopravvivenza. Se si avverte ad esempio il rischio di essere abbandonati, si ha quindi la sensazione di poter non sopravvivere e si agisce al fine di salvarsi.

E allora ci si ritrova, spesso senza neppure sentirsi pienamente al comando, ad attaccare o fuggire o bloccarsi.

Questi presupposti teorici hanno un significativo impatto sui modelli operativi di coloro che a più livelli si occupano di salute mentale, perché chiariscono quanto possa essere essenziale implementare lo stato di sicurezza e aiutano a comprendere come mai l’essere umano si mostri resistente al cambiamento. I comportamenti umani, infatti, se pur disfunzionali, rappresentano spesso l’istintivo tentativo di sopravvivenza e quando si è impegnati a sopravvivere emotivamente, non c’è spazio per nessuna riflessione o azione di buon senso.

Una maggiore consapevolezza di sé e dei propri personali segnali di minaccia aiuta a modulare e padroneggiare meglio i comportamenti.

Foto di MART PRODUCTION da Pexels

Think Good, Feel Good

di Claudia Perdighe

I colleghi che hanno rispettivamente tradotto e curato la versione italiana di “Think Good, Feel Good” Allenati a pensare diversamente per sentirti meglio, Elena Cirimbilla e Giuseppe Romano, mi hanno chiesto di leggere questo libro per una eventuale recensione. Lo ho preso in mano ed è stato un amore a prima vista. Proverò quindi a spiegare per quali buone ragioni merita di essere letto da qualunque terapeuta, anche se come me non si occupa di psicoterapia in età evolutiva.

La prima cosa che mi ha colpito è il fatto che nel primo capitolo c’è una presentazione della psicoterapia cognitiva essenziale, semplice nel linguaggio e chiarissima nei concetti che spiega in modo essenziale cosa è la psicoterapia cognitiva e su quali principi scientifici si basa. Il rasoio di Occam usato bene. In particolare mi ha impressionato l’abilità dell’autore di spiegare in poche parole sia le specificità delle cosiddette tre onde della CBT (il comportamentismo, il cognitivismo e le terapie terza onda) e sia il quanto siano integrabili senza forzature, non solo su un piano tecnico (nell’uso di tecniche efficaci, anche se sviluppate in “un’altra onda”), ma anche su un piano concettuale; ad esempio, l’autore evidenzia la non contraddizione nell’usare le procedure di terza onda che “non hanno lo scopo esplicito di modificare le cognizioni”, e basarsi su una teoria che prevede che il cambiamento dei sintomi segua il cambiamento della cognizione (il fatto che, per esempio, la mindfulness non agisca in modo esplicito sulla cognizione, non implica che non la modifichi e che il cambiamento avvenga a quel livello!).

Un secondo ottimo motivo per leggere questo libro è che, da non esperta del tema, ho avuto l’impressione che contenga una “cassetta degli attrezzi”, nei termini dell’autore, completa. Non ci sono protocolli per singoli disturbi, ma ci sono tutti gli strumenti di cambiamento utili nel curare i disturbi emotivi, nel costruire competenze e, in ultimo, migliorare complessivamente il funzionamento e il benessere del bambino. Le procedure tipiche della CBT sono presentate in capitoli,  in forma già adattata all’età evolutiva e spesso tradotte in schede di lavoro direttamente applicabili; per esempio, il debating prevede delle schede con le domande tipiche della discussione che si possono o compilare insieme o dare come strumento da usare da solo al paziente.

In ultimo, una cosa che mi ha colpito molto è l’idea del paziente e dei disturbi mentale che traspare, che definirei di grande fiducia nel paziente e nelle sue risorse: i sintomi e le difficoltà del paziente (e dei genitori) sembrano concettualizzate nella mente del terapeuta sempre come modalità disfunzionali si, ma anche sempre orientate a soddisfare bisogni, perseguire scopi e desideri del tutto legittimi e condivisibili.

Stallard P. (2021), Think Good, Feel Good. Allenati a pensare diversamente per sentirti meglio. (Edizione italiana tradotta da E. Cirimbilla e curata da G. Romano), Roma, Giovanni Fioriti Editore

Novità sulla ristrutturazione cognitiva

di Andrea Paulis

Cosa avviene a livello cerebrale durante il questioning socratico?

Come è ben noto, le credenze negative su di sé, hanno un ruolo centrale in molti disturbi psicopatologici e la loro flessibilità è ritenuta un fattore predittivo degli outcome nella Terapia Cognitivo Comportamentale (CBT). Tuttavia sono ancora poco noti i meccanismi neurobiologici e le aree cerebrali implicate nella ristrutturazione cognitiva di questo tipo di credenze.

Grazie a diverse ricerche in ambito psicologico, condotte con l’ausilio della risonanza magnetica funzionale (fMRI), si è notato che il Default Mode Network (DMN) – un circuito di aree cerebrali, composto principalmente da: corteccia cingolata posteriore, PCC; corteccia prefrontale mediale, mPFC; lobulo parietale inferiore, IPL – supporta una serie di processi mentali come l’autovalutazione negativa, il pensiero autoreferenziale, il monitoraggio dell’ambiente esterno, del corpo e dello stato emotivo.

Risulta quindi interessante stabilirne l’implicazione nel processo di ristrutturazione cognitiva; a tal proposito, il lavoro dello studioso statunitense Matthew L. Dixon ed altri colleghi, condotto su pazienti con disturbo da ansia sociale, ha permesso di rilevare una significativa attivazione del DMN quando i soggetti attuavano una reinterpretazione delle loro convinzioni negative sul sé anziché praticarne l’accettazione.

La letteratura più recente suggerisce che la rivalutazione delle convinzioni su di sé e l’apprendimento di nuove rappresentazioni (fattori fondamentali nella ristrutturazione cognitiva) possano dipendere dall’attività coordinata delle già citate reti corticali e del talamo dorsomediale (MD).

Al fine di chiarire il ruolo del MD, nel recente studio di Trevor Steward e colleghi, sono stati reclutati 42 soggetti che si sono sottoposti a risonanza magnetica funzionale 7-Tesla ad altissima risoluzione (UHF-7-T-fMRI), durante un questioning socratico mirato a ristrutturare cognitivamente le convinzioni negative su di sé.

I risultati mostrano come la ristrutturazione cognitiva sia correlata non solo all’attivazione corticale ma anche subcorticale di specifiche aree. Nel dettaglio, si nota come il questioning abbia stimolato l’attivazione del circuito fronto-striato-talamico, in particolar modo l’area subcorticale del MD, e della mPFC. Secondo gli studiosi sarebbe proprio il MD a svolgere un ruolo chiave, stimolando l’attività in ulteriori regioni corticali durante i processi di ordine superiore e trasmettendo informazioni sulle rappresentazioni rilevanti per il contesto alle regioni subcorticali.

Infine, è stata osservata una relazione tra la connettività mPFC-MD e le differenze individuali nella tendenza ad attuare ripetitivi processi di pensiero negativo: sembrerebbe che gli individui che presentano una eccessiva attivazione di questo “percorso neurale”, durante il questioning, siano meno disposti a riformulare cognitivamente le proprie convinzioni negative disfunzionali mostrandosi maggiormente inclini a elicitare pensieri negativi ripetitivi e rimuginio. Ciò suggerisce che particolari aree del MD possano rappresentare un eventuale target di stimolazione nel trattamento di diversi disturbi psicopatologici mediante l’uso di tecniche di neuromodulazione.

Tutte queste evidenze, pur lasciando ancora molti interrogativi, portano a ipotizzare che sono diverse le aree coinvolte in un compito di rivalutazione cognitiva e che il MD ne sincronizzi l’attività, consentendo così la produzione di autorappresentazioni complesse fondamentali affinché avvenga una ristrutturazione cognitiva delle credenze negative sul sé.

Per approfondimenti

Cash, R. F., Weigand, A., Zalesky, A., Siddiqi, S. H., Downar, J., Fitzgerald, P. B., & Fox, M. D. (2021). Using brain imaging to improve spatial targeting of transcranial magnetic stimulation for depression. Biological Psychiatry, 90(10), 689-700.

Davey, C. G., & Harrison, B. J. (2018). The brain’s center of gravity: how the default mode network helps us to understand the self. World Psychiatry, 17(3), 278.

Dixon, M. L., Moodie, C. A., Goldin, P. R., Farb, N., Heimberg, R. G., & Gross, J. J. (2020). Emotion regulation in social anxiety disorder: reappraisal and acceptance of negative self-beliefs. Biological Psychiatry: Cognitive Neuroscience and Neuroimaging, 5(1), 119-129.

Pergola, G., Danet, L., Pitel, A. L., Carlesimo, G. A., Segobin, S., Pariente, J., … & Barbeau, E. J. (2018). The regulatory role of the human mediodorsal thalamus. Trends in cognitive sciences, 22(11), 1011-1025.

Steward, T., Kung, P. H., Davey, C. G., Moffat, B. A., Glarin, R. K., Jamieson, A. J., … & Harrison, B. J. (2022). A thalamo-centric neural signature for restructuring negative self-beliefs. Molecular Psychiatry, 1-7.

Immagina positivo… E ce la farai!

di Barbara Basile

Visualizzare immagini di sé positive le rende più probabili

L’immaginazione come modalità di accesso a processi emotivi e cognitivi più o meno consapevoli è stata largamente usata nell’antico Egitto, nel Buddismo Tibetano e dai Gesuiti, dove Sant’ Ignazio di Loyola proponeva di visualizzare la vita dei santi con l’obiettivo di trarne inspirazione e farsi guidare da essi. L’utilizzo delle tecniche di imagery positivo” ha trovato ampia diffusione nella psicologia dello sport, dove, tramite simulazione mentale, viene usata per anticipare e prevedere strategie e mosse future proprie e dell’avversario, con l’obiettivo di aumentare le probabilità di vittoria.

Il centrocampista e attaccante brasiliano Ronaldinho racconta: “Quando mi alleno, mi concentro per creare un’immagine di come potrei passare al meglio la palla al mio compagno di squadra, preferibilmente lasciandolo da solo di fronte alla porta. Quello che faccio prima di una partita, giorno e notte, è cercare di visualizzare il più spesso possibile come potrebbe andare la partita, immaginando gli scenari e i passaggi più improbabili. Avendo chiaramente a mente chi sono i miei avversari. In pratica, immagino la partita e il suo esito”.

È noto da diversi studi che immaginare esiti più positivi nel futuro ne rende più probabile l’accadimento. Ad esempio, immaginare che il proprio partito politico vincerà le prossime elezioni rende l’evento più probabile, così come è altrettanto vero il contrario: immaginare i sintomi di un certo disturbo è associato a una maggior probabilità di contrarre proprio quel disturbo.

Nell’ambito della psicoterapia, le tecniche di visualizzazione positiva vengono utilizzate per immaginare nel modo più vivido possibile un evento prossimo, in modo da sviluppare in imago un migliore problem solving, una maggiore assertività o delle abilità di auto-regolazione emotiva. A sostegno dell’utilità dell’immaginazione interviene anche la teoria dell’equivalenza funzionale di Kosslyn. Questa suggerisce che immaginare un comportamento o un vissuto attiva un network cerebrale analogo a quello coinvolto nella sua esperienza reale. Di conseguenza, immaginare un comportamento più sano e adattivo ne faciliterà la concretizzazione nella realtà.

L’immaginazione positiva viene usata anche per definire gli obiettivi di un individuo. Martin Conway, professore all’University of London,  la definisce come “un tipo di rappresentazione mentale specializzata nel figurarci i nostri obiettivi”: l’immaginazione positiva  sembrerebbe, dunque, un vero e proprio linguaggio “degli scopi”. Per Emily Holmes, psicologa inglese e insegnante al Karolinska Institutet, in Svezia, l’imagery positivo aumenta la probabilità di agire in linea con e di raggiungere i propri obiettivi, e anche in ambito clinico.

Numerosi approcci di Terapia Cognitivo Comportamentale promuovono l’applicazione di tecniche immaginative positive per favorire comportamenti e immagini di sé più sane e funzionali. I principali sono la Compassionate Mind Therapy (CMT) di Paul Gilbert, il Competitive Memory Training (COMET) di Kees Korrelboom, il modello del nuovo senso di sé di Christine Padesky, l’Eye Movement Desensitization and Reprocessing (EMDR) e il potenziamento del Mode dell’Adulto Sano della Schema Therapy.

In questi giorni, e per tutto il 2020, la Scuola di Psicoterapia Cognitiva ha promosso, in diverse sedi italiane dei corsi specifici sull’applicazione delle tecniche di immaginazione in psicoterapia, usando come cornice di riferimento teorico il modello della Schema Therapy.

La bolla (non sicura) del clima

di Barbara Basile

Il cambiamento climatico ha un impatto significativo anche sulla salute mentale: qual è il ruolo della psicoterapia?

È sempre più difficile ignorare le immagini che, soprattutto in occasione della recente conferenza delle Nazioni Unite sui Cambiamenti Climatici (COP26) a Glasgow, spopolano su giornali, riviste, social network e in rete in generale. Fotografie di orsi polari intrappolati su iceberg alla deriva, mari invasi dalla plastica, foreste pluviali un tempo lussureggianti rase al suolo dal disboscamento, uomini, koala e altri animali che sfuggono agli incendi apocalittici e bambini che cercano invano di nuotare nell’acqua putrida per avere salva la vita.

Perché parlare di questo su Cognitivismo.com, che si occupa di salute mentale e di psicologia?

Le motivazioni sono diverse, la più banale potrebbe essere: “perché non è più possibile voltarci dall’altra parte e ignorare questa emergenza”; o, ancora: “perché il cambiamento climatico è anche un’emergenza sanitaria e i medici hanno il dovere di agire sia come individui sia come parte di un’organizzazione”. E, in effetti, il Servizio Sanitario Nazionale britannico (NHS) e l’Organizzazione Mondiale della Sanità (OMS), per citarne alcuni, da anni si occupano della sensibilizzazione a questi temi. L’NHS, per esempio, ha ridotto di un terzo, rispetto al 1990, le proprie emissioni proprio grazie a politiche che promuovono la conservazione, la raccolta differenziata e una maggiore consapevolezza sui problemi legati all’ambiente nei suoi professionisti.

Il cambiamento climatico ha un impatto significativo anche sulla salute mentale. In molti contesti, e non solo in quelli più colpiti dalle catastrofi climatiche (come l’America Latina, il Sud Est Asiatico, l’Africa e l’Australia), sempre più spesso le persone si rivolgono agli specialisti per chiedere aiuto rispetto a vissuti di angoscia e ansia relativa all’ambiente e alla sua distruzione (in gergo, ecoanxiety).

Da un recente sondaggio della British Association for Counselling and Psychotherapy (BACP) è emerso che il 55% delle persone intervistate ritiene che il cambiamento climatico abbia avuto un impatto sul proprio benessere, l’8% stima che l’impatto sia notevole, il 30% è preoccupato per come ne sarà influenzata la sua vita futura e il 58% si preoccupa degli effetti sulle generazioni future. In particolare, sono i giovani di età compresa tra i 16 e i 34 anni ad essere i più preoccupati. Analogamente, da un altro studio condotto dall’Università di Bath che ha coinvolto 10.000 persone di età compresa tra 16 e 25 anni, in oltre dieci Paesi, è emerso che il 60% dei ragazzi è estremamente turbato dai cambiamenti climatici, riportando emozioni di paura, ansia e tristezza. Infine, dal sondaggio emerge che quattro giovani su dieci hanno affermato di sentirsi traditi, ignorati e abbandonati dagli adulti e dai politici.

Dunque, quali risposte possiamo dare noi professionisti della psiche?

Caroline Hickman, psicoterapeuta, psicologa del clima, psicoterapeuta e ricercatrice, riconosce che è molto difficile per noi terapeuti capire come affrontare questi temi con i nostri pazienti. Molti di noi – afferma la collega – sono abituati a focalizzarsi sui problemi soprattutto a un livello individuale, mentre il cambiamento climatico ha un impatto a livello esistenziale, ambientale e collettivo e non sempre sappiamo come muoverci su questi piani. Inoltre, da essere umano quale è, il clinico stesso può avere delle reazioni assolutamente personali rispetto a questo tema. Secondo la psicoanalista Sally Weintrobe la realtà del cambiamento climatico comporta il crollo della nostra onnipotenza e ci obbliga a dover rivalutare radicalmente il senso di noi stessi. Ci percepiamo vulnerabili, dipendenti, non protetti e fragili, quando invece pensavamo di essere invincibili.

Nel tentativo di trovare una chiave di lettura delle nostre reazioni alla crisi climatica, le colleghe del Climate Change Awareness and Action Committee (Comitato sulla Consapevolezza e l’Azione per il Cambiamento Climatico) della ISST (Società Internazionale di Schema Therapy) hanno cercato di delineare, avvalendosi dei costrutti propri di questo approccio clinico, le diverse modalità disfunzionali che si possono attivare quando confrontati con questa emergenza.

Nella relazione presentata all’ultimo convegno internazionale di Schema Therapy, nel 2020, le terapeute hanno identificato come, partendo dalle reazioni più emotive (racchiuse negli schema mode del Bambino), è possibile individuare:

  • dei vissuti di paura, angoscia e assenza di speranza, tipici del Bambino Vulnerabile (es. “Sono terrorizzato che tutto finisca!”, “Mi sento solo e abbandonato in questo mondo spaventoso e nessuno ci può aiutare!”);
  • delle emozioni rabbiose, specifiche del Bambino Arrabbiato (es. “Odio tutto questo! Sono davvero furioso per essere costretto a guardare queste immagini o ascoltare queste cose orribili!”);
  • delle espressioni del Bambino Viziato/Impulsivo (es. “Non voglio incasinarmi la vita e cambiare le mie abitudini per questo! Per me funziona tutto benissimo e non ho nessun motivo di cambiare nulla!”).

Su un piano più comportamentale (i cosiddetti coping mode), di fronte alla crisi ambientale, è possibile attivare:

  • delle strategie di evitamento, in cui si tende a nascondere la testa sotto la sabbia, eludendo il problema (es. “Meglio non pensarci e bermi un bel bicchiere di vino”);
  • un atteggiamento di rassegnazione (es. “Ho smesso di riciclare, tanto non c’è nessuna speranza, è già troppo tardi per fare qualcosa e salvare il mondo, non possiamo più fare nulla”!);
  • agire all’inverso (iper-compensazione), per esempio sfruttando in modo esasperato la Natura e le sue risorse, ridicolizzando e sminuendo la gravità di quanto sta accadendo e pretendendo di prosciugare il pianeta fino alla sua ultima risorsa.

Infine, sempre secondo la cornice della ST, potrebbero innescarsi:

  • una voce critica che si rivolge verso di sé (dicendo cose come: “Ti dovresti vergognare a lasciar morire il nostro pianeta!”), oppure verso gli altri (“Guarda quegli strafottenti che stanno gettando le loro porcherie dal finestrino della macchina!”);
  • dei messaggi colpevolizzanti ed esigenti (es. “È colpa tua se siamo in questa condizione!” o “Non fai abbastanza per salvare l’ambiente”).

In contrasto con queste modalità disfunzionali che spesso interagiscono tra di loro, proprio come si usa fare in psicoterapia, si intende promuovere una modalità adulta, consapevole e sana, che adotti un approccio più funzionale al problema climatico e contrasti i mode più disfunzionali: promuovere la speranza e la possibilità di cambiamento, invece di arrendersi o di farsi schiacciare dalla disperazione o dalla rabbia. Una modalità sana facilita un contatto più diretto con la natura e l’ambiente, promuove emozioni e comportamenti più autentici e responsabili nei loro riguardi, stimola le nostre risposte sensoriali (acuendo l’udito per ascoltare il cinguettio degli uccelli, incentivando l’uso dell’olfatto per sentire l’odore dei fiori o della pioggia, o, ancora, toccare le piante, svolgere attività all’aria aperta, e così via) e favorisce un approccio che consenta di immergersi e contemplare la natura e la sua magnificenza, dalla loro prospettiva.

Anche lo stimabile naturalista e divulgatore scientifico David Attenborough, d’altronde, nel suo intervento alla COP26, incita i governanti di tutti i paesi presenti, non alla paura, bensì alla speranza di poter salvare la nostra terra.

… Per i colleghi che desiderano porsi qualche domanda:

● Di quali nuove pratiche avremo bisogno per lavorare in modo sicuro ed efficace con i nostri clienti, in relazione ai temi del cambiamento climatico?

● Come vogliamo che le nostre categorie professionali ci rispondano e ci sostengano nel nostro lavoro?

● Cosa vorremmo dagli istituti di formazione e dai docenti dei corsi di formazione ai quali partecipiamo?

● Cosa possiamo imparare dalla salute mentale e dai colleghi di tutto il mondo che si occupano di questo tema (da anni)?

● Quali collaborazioni possiamo formare con altri professionisti del nostro settore?

● Che lavoro dobbiamo fare su di noi, sia nell’immediato, che come continua pratica di self-reflection?

● In che modo la nostra professione potrebbe aver bisogno di evolversi o addirittura trasformarsi alla luce di ciò che ci aspetta?

● TU, come e cosa puoi portare come contributo personale?

Per approfondimenti

www.bacp.co.uk/news/news-from-bacp/2020/15-october-mental-health-impact-of-climate- change/

https://schematherapysociety.org/Climate-Change-Awareness-and-Action-Committee

https://www.youtube.com/watch?v=o7EpiXViSIQ

https://www.bacp.co.uk/bacp-journals/therapy-today/2021/november-2021/the-big-issue/

https://schematherapysociety.org/Schema-Therapy-Bulletin

 

Foto di Markus Spiske da Pexels

 

 

 

 

Ansia sociale, novità nella cura

di Andrea Paulis

L’importanza delle credenze metacognitive nella concettualizzazione del disturbo

Il Disturbo da Ansia Sociale (DAS) è caratterizzato da intenso timore circa le situazioni sociali in cui l’individuo percepisce di poter essere valutato e giudicato dall’altro. In particolar modo si temono le critiche alla propria performance e alle proprie manifestazioni emotive di ansia e vergogna. Ciò può portare all’attuazione di comportamenti di inibizione tali da compromettere la prestazione sociale del soggetto fino all’avverarsi dello scenario temuto, ovvero, la valutazione negativa da parte dell’altro. Questo ricorsivo meccanismo, non dissimile da una “profezia che si autoavvera”, può facilitare l’evitamento delle situazioni sociali e la strutturazione di un timore secondario circa l’ansia stessa e i sintomi correlati.

Nei modelli cognitivi come quello degli studiosi David Clark e Adrian Wells, questo disturbo è concettualizzato dando un rilievo centrale agli aspetti cognitivi della conoscenza di sé, alle credenze sul sé sociale (credenze sociali) e ai processi cognitivi come rimuginio, ruminazione e attenzione auto-focalizzata. Tuttavia, una dimensione spesso lasciata in secondo piano è quella relativa alle credenze metacognitive, intese come credenze positive o negative sul pensiero stesso. Ad esempio, un ansioso sociale potrebbe reputare pericolosa l’esposizione sociale ma utile il rimuginio precedente a essa perché ritenuto “preparatorio” al fronteggiamento di eventuali difficoltà. Un altro individuo potrebbe invece giudicare utile la ruminazione su episodi sociali passati in quanto gli permetterebbe di “imparare” dai propri errori. In entrambi i casi, i soggetti valutano le proprie ricorsive attività mentali come utili, anziché considerarne l’effetto ansiogeno e di mantenimento della propria sofferenza.

In altri casi, invece, l’ansioso sociale potrebbe reputare fuori dal proprio controllo il rimuginio precedente o la ruminazione postuma all’esposizione sociale e ritenersi così in balia dei contenuti mentali ansiogeni. In tal caso, i soggetti, valutando le proprie attività mentali come incontrollabili e pericolose, mantengono vivi i processi di pensiero ripetitivo senza considerare il proprio ruolo attivo nel mantenimento degli stessi.

Per delineare l’implicazione delle credenze metacognitive nel Disturbo da Ansia Sociale, Styliani Gkika, Anja Wittkowski  e Adrian Wells, dell’università di Manchester, hanno recentemente effettuato una review sistematica della letteratura scientifica in merito, ottenendo dei risultati molto promettenti. Da questo lavoro emerge che le credenze metacognitive (positive e negative) sarebbero positivamente associate al DAS e che, in chi presenta tale disturbo, vi sarebbe una maggiore presenza di convinzioni relative all’incontrollabilità e alla pericolosità dei propri pensieri rispetto alla popolazione non clinica. Lo studio mette in luce come le credenze sociali nel DAS siano mediate da specifici processi cognitivi quali ruminazione, rimuginio e attenzione-autofocalizzata. Questi dati risultano particolarmente interessanti in quanto se le credenze metacognitive avessero realmente un effetto diretto e indiretto sul mantenimento di questi specifici processi cognitivi, come affermato dagli studiosi, tale legame sarebbe coerente con il modello metacognitivo del disturbo. Secondo questa prospettiva, le credenze sociali sarebbero da considerarsi come fattori di innesco, o la risultante, di processi di pensiero ruminativi e rimuginativi.

Pertanto, se futuri studi dovessero confermare e rendere più solida questa ipotesi, il trattamento psicoterapeutico cognitivo comportamentale del DAS potrebbe beneficiare di una maggiore enfasi sugli aspetti metacognitivi nella concettualizzazione del disturbo, inserendo le credenze metacognitive come ulteriore e specifico target di intervento.

Per approfondimenti:

Gragnani A., Di Benedetto, S., Couyoumdjian, A. (2021). Disturbo d’ansia sociale. In Perdighe, C., Gragnani A. (A cura di), Psicoterapia cognitiva. Comprendere e curare i disturbi mentali (pp. 512-558). Milano: Cortina Raffaello.

Wells, A., Clark, D. M., Salkovskis, P., Ludgate, J., Hackmann, A., & Gelder, M. (1995). Social phobia: The role of in-situation safety behaviors in maintaining anxiety and negative beliefs. Behavior Therapy26(1), 153-161.

Gkika, S., Wittkowski, A., & Wells, A. (2018). Social cognition and metacognition in social anxiety: a systematic review. Clinical Psychology & Psychotherapy25(1), 10-30.

Wells, A., & Matthews, G. (1994). Attention and emotion: A clinical perspective. Hove, UK: Psychology Press.

Foto di Andrea Piacquadio da Pexels

Metodo socratico in psicoterapia

di Andrea Paulis

Nonostante affondi le proprie radici nella filosofia greca, il metodo socratico è ancora oggi uno strumento utile nella ristrutturazione cognitiva

Il Metodo Socratico, in terapia cognitiva è solitamente descritto come una modalità di dialogo utile per ottenere informazioni clinicamente rilevanti, considerare punti di vista alternativi e aumentare l’insight nel paziente. Tale metodo presuppone che il terapeuta, seguendo i principi filosofici della scoperta guidata, conduca genuinamente l’interlocutore verso intuizioni o scoperte in grado di generare nuove conclusioni. Pertanto, l’obiettivo primario del dialogo socratico in psicoterapia non è quello di “cambiare” la mente dell’altro, ma di guidarlo nella scoperta di nuovi punti di vista.

Molti terapeuti esperti considerano l’uso del metodo socratico come una caratteristica centrale della terapia cognitivo comportamentale (CBT), mentre altri lo percepiscono come uno strumento prezioso ma non necessario ai fini di un buon trattamento. Nell’interessante studio di Gavin I. Clark e Sarah J. Egan è stata indagata proprio la percezione dell’importanza dell’uso del metodo socratico in un campione di terapeuti CBT esperti e i risultati hanno sottolineato come tutti i partecipanti identifichino tale metodo come efficace nel facilitare diversi effetti positivi all’interno della terapia; in particolar modo: il cambiamento delle credenze, la produzione di nuovi insight, la possibilità di interiorizzare il metodo socratico, l’aumento del coinvolgimento attivo all’interno della terapia e la capacità di arrivare a nuove conclusioni mediante il ragionamento.

Sebbene sia fondamentale comprendere quanto il clinico reputi utile tale metodo, è altresì importante lo sforzo fatto da Louise Heiniger e colleghi, i quali si sono occupati di indagare la preferenza, in una popolazione non clinica, tra una modalità di colloquio socratico e una modalità più didattica e direttiva di rivolgersi e interagire con il paziente. È stato chiesto ai partecipanti dello studio di esprimere una preferenza nei confronti di uno dei due metodi presi in esame, valutando l’utilità percepita delle domande dei terapeuti, il supporto all’autonomia e la probabilità di impegnarsi in attività terapeutiche. I risultati mostrano che i partecipanti esaminati preferiscono l’utilizzo di un metodo socratico da parte del terapeuta piuttosto che l’uso di un metodo “didattico”; nel primo caso, infatti, le domande sono state percepite come più utili e le modalità del colloquio sono state giudicate come più empatiche e di supporto all’autonomia.

Considerate queste differenti prospettive sul metodo, rimane da stabilirne empiricamente l’efficacia; un interessante spunto al riguardo arriva dal recente studio di Lisa N. Vittorio e colleghi, i quali hanno indagato l’efficacia del metodo socratico nel trattamento della depressione. Gli studiosi hanno individuato che l’uso di domande socratiche permette di prevedere un miglioramento dei sintomi nei soggetti che sono influenzati da aspettative particolarmente pessimistiche circa il proprio futuro.

Nell’insieme, questi recenti lavori permettono di riflettere sull’utilità del metodo socratico nel favorire la ristrutturazione cognitiva tipica dell’approccio CBT e sulla validità di un metodo che, nonostante affondi le proprie radici nella filosofia greca, resta attuale. Tuttavia, è bene sottolineare la profonda carenza di studi che indagano con accuratezza il ruolo e l’efficacia del dialogo socratico nel produrre un miglioramento. Probabilmente la poca chiarezza circa le modalità di impiego dello stesso e la mancanza di una definizione univoca e condivisa del metodo non ne rendono semplice l’indagine. Si auspica, pertanto, che studi futuri chiariscano il peso effettivo del metodo socratico nel trattamento psicoterapeutico cognitivo comportamentale.

Per approfondimenti:

Heiniger, L. E., Clark, G. I., & Egan, S. J. (2018). Perceptions of Socratic and non-Socratic presentation of information in cognitive behaviour therapy. Journal of Behavior Therapy and Experimental Psychiatry, 58, 106-113.

Carona, C., Handford, C., & Fonseca, A. (2020). Socratic questioning put into clinical practice. BJPsych Advances, 1-3.

Clark, G. I., & Egan, S. J. (2018). Clarifying the role of the Socratic method in CBT: a survey of expert opinion. International Journal of Cognitive Therapy, 11(2), 184-199.

Vittorio, L. N., Braun, J. D., Cheavens, J. S., & Strunk, D. R. (2021). Cognitive Bias and Medication Use Moderate the Relation of Socratic Questioning and Symptom Change in Cognitive Behavioral Therapy of Depression. Cognitive Therapy and Research, 1-11.

Foto di SHVETS production da Pexels

Disturbi alimentari e memorie infantili

di Giulia Signorini

Esplorare le esperienze di vita precoci tramite l’impiego di tecniche immaginative

Restrizione calorica, abbuffate, condotte compensatorie (vomito autoindotto, utilizzo di lassativi, esercizio fisico eccessivo, etc.), pensiero massimamente focalizzato sul peso e sulla forma corporea, emozioni di vergogna, colpa, disgusto, ma anche ansia, rabbia (spesso inespressa) e solitudine… Il tutto accompagnato da una grande ambivalenza nei confronti del trattamento e del cambiamento: questi sono i termini che descrivono solitamente i disturbi del comportamento alimentare (DCA), per lo meno in prima battuta.

Sì perché il comportamento alimentare può essere letto non solo come la chiara espressione di un disagio clinico, ma anche come un modo (e un mondo) attraverso cui l’individuo è riuscito a trovare un equilibrio, per quanto disfunzionale sia nel lungo termine, una soluzione che gli consente di sopravvivere al meglio delle sue attuali consapevolezze e risorse. Sopravvivere a che cosa? Questa è la domanda interessante. E qui entra in gioco l’indagine del terapeuta: “Cosa c’entrano i miei genitori con tutto questo? Io non ho problemi con loro, ma con il cibo!” – plausibile obiezione dei pazienti quando vengono rivolte loro domande relative all’infanzia e alla relazione con le loro figure di accudimento. Accanto, infatti, a fattori temperamentali, fisici e socioculturali, le prime interazioni con le figure di accudimento primarie e l’ambiente familiare giocano un ruolo decisivo nello sviluppo dei disturbi alimentari (e nella psicopatologia in generale). Indagare le memorie infantili ha quindi molto a che fare proprio con l’individuo di oggi e i suoi problemi attuali, con ciò che in tempi “non sospetti” lui/lei ha imparato riguardo sé, il mondo, le relazioni, cosa ha valore e cosa non è importante.

In Schema Therapy, modello teorico e approccio terapeutico appartenente alla cosiddetta “terza ondata” del Cognitivismo, l’esplorazione dei contenuti relativi ai ricordi infantili ha come obiettivo l’identificazione dei bisogni emotivi non soddisfatti, a partire dai quali si formano gli schemi maladattivi precoci, che sottendono al funzionamento psicopatologico del paziente. Per questo tipo di indagine, ci si avvale anche di tecniche immaginative, attraverso le quali il terapeuta può sfruttare il grande potere dell’immaginazione umana e metterlo al servizio della terapia, sia in fase diagnostica (imagery diagnostico) sia in fase di trattamento (imagery with rescripting). Si tratta di tecniche potenti, da utilizzare dopo una specifica formazione, che consentono di bypassare filtri di natura cognitiva/razionale, solitamente attivi durante una narrazione verbale.

Proprio l’impiego dell’imagery diagnostico è stato oggetto dello studio condotto da Barbara Basile e colleghi, recentemente pubblicato sulla rivista Frontiers in Psychology. Il gruppo di ricerca ha coinvolto 49 pazienti affette da DCA (33 con diagnosi di Anoressia Nervosa e 16 di Bulimia Nervosa), ricoverate presso la casa di cura Villa Garda, in provincia di Verona, allo scopo di indagare i bisogni emotivi non soddisfatti legati a ricordi infantili. Gli autori erano interessati a capire, in particolare, se ci fossero dei bisogni infantili associati in modo specifico a particolari schemi (della paziente o del genitore, indagati attraverso specifici questionari self report) e anche a eventuali specificità di schemi o bisogni emotivi nell’Anoressia e nella Bulimia nervosa.

Lo studio ha rivelato che le esperienze negative infantili evocate durante la procedura di imagery riguardavano per la maggior parte dei casi la figura materna, evidenziando prevalentemente il non soddisfacimento dei bisogni di:

  • sicurezza e protezione, tipicamente legato a episodi di abusi fisici/sessuali/psicologici subiti dal paziente o forti litigi tra genitori in presenza del bambino – associato agli schemi di deprivazione e inibizione emotiva di entrambi i genitori e agli schemi di deprivazione emotiva e fallimento dei pazienti;
  • accudimento e cura: in relazione a momenti in cui uno o entrambi i genitori non erano in grado di occuparsi del bambino, abbandonandolo o non riuscendo a gestire una situazione negativa, mancando in stabilità e prevedibilità – associato agli schemi di dipendenza del paziente e pessimismo/negativismo da parte del padre;
  • espressione emotiva: tipico di quando vengono derise, ignorate o punite manifestazioni spontanee, o quando i bisogni altrui o le regole esterne sono considerate più importanti di quelle del bambino – associato allo schema di deprivazione emotiva da parte del padre.

Dalle descrizioni delle pazienti emerge una figura materna vulnerabile ai pericoli, prona all’autosacrificio, più abbandonica e allo stesso tempo più invischiata rispetto alla figura paterna, che, invece, è percepita come più inibita emotivamente e trascurante rispetto quella materna.

Inoltre, gli schemi individuali di invischiamento delle pazienti correlano con quelli materni di invischiamento, sottomissione e punizione. Proprio l’invischiamento, così come la vulnerabilità ai pericoli, potrebbe essere letto, secondo gli autori, come un modo disfunzionale di fornire protezione, limitando e scoraggiando lo sviluppo dell’indipendenza e dell’autonomia del bambino.

Per quanto riguarda le differenze tra gruppi diagnostici, i risultati dello studio hanno rivelato che i bisogni non soddisfatti di cura, accudimento e attaccamento sicuro sono significativamente associati solo alla diagnosi di Bulimia Nervosa, e che le pazienti di questo gruppo riportano maggiormente lo schema di autocontrollo insufficiente rispetto al gruppo di pazienti con Anoressia Nervosa.

Quali implicazioni per la pratica clinica?

I DCA hanno visto un vertiginoso aumento nel corso della pandemia: stando ai dati raccolti dall’Associazione Italiana di Dietetica e Nutrizione clinica (ADI), l’incidenza dei casi è salita di oltre il 30% tra febbraio 2020 e febbraio 2021.

L’indagine dei bisogni emotivi non soddisfatti attraverso l’imagery diagnostico può rappresentare un ottimo punto di partenza per esplorare gli schemi degli individui affetti da questo disturbo, a partire proprio dal senso che queste narrazioni hanno permesso di dare a esperienze infantili negative. In altre parole, più che all’evento realmente accaduto, attraverso queste esplorazioni, al terapeuta interessa identificare le storie (schemi) che il paziente ha imparato a raccontarsi per dare un senso a quanto accaduto. Questo permette poi di collegare gli schemi (es. “Sono un peso per gli altri”; “Non sono amabile”; “Quello che provo è sbagliato”) alle strategie di coping disfunzionali che il paziente con DCA mette in atto (restrizione, ipercontrollo, abbuffate, etc.) – per sopravvivere alla sofferenza indotta dagli schemi stessi – e di lavorarci in terapia più consapevolmente.

Come auspicano gli autori dello studio, infine, sarebbe interessante esplorare in future ricerche la possibilità di predire gli esiti del trattamento a partire proprio da specifici schemi individuali o genitoriali.

Per approfondimenti

Basile, B., Novello, C., Calugi, S., Dalle Grave, R., Mancini, F. (2021). Childhood Memories in Eating Disorders: An Explorative Study Using Diagnostic Imagery. Frontiers in Psychology, July (12), https://doi.org/10.3389/fpsyg.2021.685194

Simpson, S., Smith, E. (2020). Schema Therapy for Eating Disorders: Theory and Practice for Individual and Group Settings. Routledge Editore.

Young, J.E., Klosko, J.S.; Weishaar M.E. (2003). Schema Therapy. La terapia cognitivo-comportamentale integrata per i disturbi della personalità. Edizione italiana a cura di A.Carrozza, N. Marsigli e G. Melli. Eclipsi Editore.

Un workshop sul Rescripting

https://cognitivismo.com/2016/05/06/la-schema-therapy-uno-sguardo-ai-bisogni-e-alle-emozioni-delleta-infantile/

Foto di Alena Darmel da Pexels

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Il 18 luglio scorso Aaron (Tim) Beck ha celebrato il suo 100esimo compleanno e la comunità medico scientifica si è unita per ricordare l’impatto rivoluzionario delle sue scoperte e delle sue intuizioni. In questa occasione il padre della psicoterapia co- gnitiva ha gentilmente accettato l’invito di Cognitivismo clinico a pubblicare un suo recente articolo (esatto recente!) tradotto in italiano. Appagando la tipica curiosità epistemica cognitivista possiamo quindi ripercorrere le tappe della nascita e dello sviluppo della CBT sbirciando direttamente nella mente di Beck!

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